Le migliori poesie di Giovanni Pascoli

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Scritta da: Silvana Stremiz

Pioggia

Cantava al buio d'aia in aia il gallo.
E gracidò nel bosco la cornacchia:
il sole si mostrava a finestrelle.
Il sol dorò la nebbia della macchia,
poi si nascose; e piovve a catinelle.
Poi fra il cantare delle raganelle
guizzò sui campi un raggio lungo e giallo.
Stupìano i rondinotti dell'estate
di quel sottile scendere di spille:
era un brusìo con languide sorsate
e chiazze larghe e picchi a mille a mille;
poi singhiozzi, e gocciar rado di stille:
di stille d'oro in coppe di cristallo.
Giovanni Pascoli
dal libro "Myricae" di Giovanni Pascoli
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    La Tovaglia

    Le dicevano: - Bambina!
    Che tu non lasci mai stesa,
    dalla sera alla mattina,
    ma porta dove l'hai presa,
    la tovaglia bianca, appena
    ch'è terminata la cena!
    Bada, che vengono i morti!
    I tristi, i pallidi morti!
    Entrano, ansimano muti.
    Ognuno è tanto mai stanco!
    E si fermano seduti
    la notte intorno a quel bianco.
    Stanno lì sino al domani,
    col capo tra le due mani,
    senza che nulla si senta,
    sotto la lampada spenta. -
    È già grande la bambina:
    la casa regge, e lavora:
    fa il bucato e la cucina,
    fa tutto al modo d'allora.
    Pensa a tutto, ma non pensa
    a sparecchiare la mensa.
    Lascia che vengano i morti,
    i buoni, i poveri morti.
    Oh! la notte nera nera,
    di vento, d'acqua, di neve,
    lascia ch'entrino da sera,
    col loro anelito lieve;
    che alla mensa torno torno
    riposino fino a giorno,
    cercando fatti lontani
    col capo tra le due mani.
    Dalla sera alla mattina,
    cercando cose lontane,
    stanno fissi, a fronte china,
    su qualche bricia di pane,
    e volendo ricordare,
    bevono lagrime amare.
    Oh! non ricordano i morti,
    i cari, i cari suoi morti!
    - Pane, sì... pane si chiama,
    che noi spezzammo concordi:
    ricordate?... È tela, a dama:
    ce n'era tanta: ricordi?...
    Queste?... Queste sono due,
    come le vostre e le tue,
    due nostre lagrime amare
    cadute nel ricordare! -.
    Giovanni Pascoli
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Il Pesco

      Penso a Livorno, a un vecchio cimitero
      di vecchi morti; ove a dormir con essi
      niuno più scende; sempre chiuso; nero
      d'alti cipressi.
      Tra i loro tronchi che mai niuno vede,
      di là dell'erto muro e delle porte
      ch'hanno obliato i cardini, si crede
      morta la Morte,
      anch'essa. Eppure, in un bel dì d'Aprile,
      sopra quel nero vidi, roseo, fresco,
      vivo, dal muro sporgere un sottile
      ramo di pesco.
      Figlio d'ignoto nòcciolo, d'allora
      sei tu cresciuto tra gli ignoti morti?
      Ed ora invidii i mandorli che indora
      l'alba negli orti?
      Od i cipressi, gracile e selvaggio,
      dimenticàti, col tuo riso allieti,
      tu trovatello in un eremitaggio
      d'anacoreti?
      Giovanni Pascoli
      dal libro "Myricae" di Giovanni Pascoli
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Temporale

        È mezzodì. Rintomba.
        Tacciono le cicale
        nelle stridule seccie.
        E chiaro un tuon rimbomba
        dopo uno stanco, uguale,
        rotolare di breccie.
        Rondini ad ali aperte
        fanno echeggiar la loggia
        dè lor piccoli scoppi.
        Già, dopo l'afa inerte,
        fanno rumor di pioggia
        le fogline dei pioppi.
        Un tuon sgretola l'aria.
        Sembra venuto sera.
        Picchia ogni anta su l'anta.
        Serrano. Solitaria
        s'ode una capinera,
        là, che canta... che canta...
        E l'acqua cade, a grosse
        goccie, poi giù a torrenti,
        sopra i fumidi campi.
        S'è sfatto il cielo: a scosse
        v'entrano urlando i venti
        e vi sbisciano i lampi.
        Cresce in un gran sussulto
        l'acqua, dopo ogni rotto
        schianto ch'aspro diroccia;
        mentre, col suo singulto
        trepido, passa sotto
        l'acquazzone una chioccia.
        Appena tace il tuono,
        che quando al fin già pare,
        fa tremare ogni vetro,
        tra il vento e l'acqua, buono,
        s'ode quel croccolare
        cò suoi pigolìi dietro.
        Giovanni Pascoli
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Patria

          Sogno d'un dì d'estate.
          Quanto scampanellare
          tremulo di cicale!
          Stridule pel filare
          moveva il maestrale
          le foglie accartocciate.
          Scendea tra gli olmi il sole
          in fascie polverose;
          erano in ciel due sole
          nuvole, tenui, róse:
          due bianche spennellate
          in tutto il ciel turchino.
          Siepi di melograno,
          fratte di tamerice,
          il palpito lontano
          d'una trebbiatrice,
          l'angelus argentino...
          dov'ero? Le campane
          mi dissero dov'ero,
          piangendo, mentre un cane
          latrava al forestiero,
          che andava a capo chino.
          Giovanni Pascoli
          dal libro "Myricae" di Giovanni Pascoli
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Il mendico

            Presso il rudere un pezzente
            cena tra le due fontane:
            pane alterna egli col pane,
            volti gli occhi all'occidente.
            Fa un incanto nella mente:
            carne è fatto, ecco, l'un pane.
            Tra il gracchiare delle rane
            sciala il mago sapiente.
            Sorge e beve alle due fonti:
            chiara beve acqua nell'una,
            ma nell'altra un dolce vino.
            Giace e guarda: sopra i monti
            sparge il lume della luna;
            getta l'arti al ciel turchino,
            baldacchino
            di mirabile lavoro,
            ch'ei trapunta a stelle d'oro.
            Giovanni Pascoli
            dal libro "Myricae" di Giovanni Pascoli
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              Scritta da: Silvana Stremiz

              L'uccellino del freddo

              Viene il freddo. Giri per dirlo
              tu, sgricciolo, intorno le siepi;
              e sentire fai nel tuo zirlo
              lo strido di gelo che crepi.
              Il tuo trillo sembra la brina
              che sgrigiola, il vetro che incrina...
              trr trr trr terit tirit...
              Viene il verno. Nella tua voce
              c'è il verno tutt'arido e tecco.
              Tu somigli un guscio di noce,
              che ruzzola con rumor secco.
              T'ha insegnato il breve tuo trillo
              con l'elitre tremule il grillo...
              trr trr trr terit tirit...
              Nel tuo verso suona scrio scrio,
              con piccoli crepiti e stiocchi,
              il segreto scricchiolettio
              di quella catasta di ciocchi.
              Uno scricchiolettio ti parve
              d'udirvi cercando le larve...
              trr trr trr terit tirit...
              Tutto, intorno, screpola rotto.
              Tu frulli ad un tetto, ad un vetro.
              Così rompere odi lì sotto,
              così screpolare lì dietro.
              Oh! lì dentro vedi una vecchia
              che fiacca la stipa e la grecchia...
              trr trr trr terit tirit...
              Vedi il lume, vedi la vampa.
              Tu frulli dal vetro alla fratta.
              Ecco un tizzo soffia, una stiampa
              già croscia, una scorza già scatta.
              Ecco nella grigia casetta
              l'allegra fiammata scoppietta...
              trr trr trr terit tirit...
              Fuori, in terra, frusciano foglie
              cadute. Nell'Alpe lontana
              ce n'è un mucchio grande che accoglie
              la verde tua palla di lana.
              Nido verde tra foglie morte,
              che fanno, ad un soffio più forte...
              trr trr trr terit tirit...
              Giovanni Pascoli
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                Scritta da: Silvana Stremiz

                Anniversario (1889)

                Sono più di trent'anni e, di queste ore,
                mamma, tu con dolor m'hai partorito;
                ed il mio nuovo piccolo vagito
                t'addolorava più del tuo dolore.
                Poi tra il dolore sempre ed il timore,
                o dolce madre, m'hai di te nutrito:
                e quando fui del corpo tuo vestito,
                quand'ebbi nel mio cuor tutto il tuo cuore,
                allor sei morta; e son vent'anni: un giorno!
                E già gli occhi materni io penso a vuoto;
                e il caro viso già mi si scolora;
                mamma, e più non ti so. Ma nel soggiorno
                freddo dè morti, nel tuo sogno immoto,
                tu m'accarezzi i riccioli d'allora.
                Giovanni Pascoli
                dal libro "Myricae" di Giovanni Pascoli
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                  Scritta da: Silvana Stremiz

                  Alba festiva

                  Che hanno le campane,
                  che squillano vicine,
                  che ronzano lontane?
                  È un inno senza fine,
                  or d'oro, ora d'argento,
                  nell'ombre mattutine.
                  Con un dondolìo lento
                  implori, o voce d'oro,
                  nel cielo sonnolento.
                  Tra il cantico sonoro
                  il tuo tintinno squilla,
                  voce argentina - Adoro,
                  adoro - Dilla, dilla,
                  la nota d'oro - L'onda
                  pende dal ciel, tranquilla.
                  Ma voce più profonda
                  sotto l'amor rimbomba,
                  par che al desìo risponda:
                  la voce della tomba.
                  Giovanni Pascoli
                  dal libro "Myricae" di Giovanni Pascoli
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                    Scritta da: Silvana Stremiz

                    Arano

                    Al campo, dove roggio nel filare
                    qualche pampano brilla, e dalle fratte
                    sembra la nebbia mattinal fumare,
                    arano: a lente grida, uno le lente
                    vacche spinge; altri semina; un ribatte
                    le porche con sua marra paziente;
                    ché il passero saputo in cor già gode,
                    e il tutto spia dai rami irti del moro;
                    e il pettirosso: nelle siepi s'ode
                    il suo sottil tintinnio come d'oro.
                    Giovanni Pascoli
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