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Scritta da: Silvana Stremiz

Il Pesco

Penso a Livorno, a un vecchio cimitero
di vecchi morti; ove a dormir con essi
niuno più scende; sempre chiuso; nero
d'alti cipressi.
Tra i loro tronchi che mai niuno vede,
di là dell'erto muro e delle porte
ch'hanno obliato i cardini, si crede
morta la Morte,
anch'essa. Eppure, in un bel dì d'Aprile,
sopra quel nero vidi, roseo, fresco,
vivo, dal muro sporgere un sottile
ramo di pesco.
Figlio d'ignoto nòcciolo, d'allora
sei tu cresciuto tra gli ignoti morti?
Ed ora invidii i mandorli che indora
l'alba negli orti?
Od i cipressi, gracile e selvaggio,
dimenticàti, col tuo riso allieti,
tu trovatello in un eremitaggio
d'anacoreti?
Giovanni Pascoli
dal libro "Myricae" di Giovanni Pascoli
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Dalla spiaggia

    C'è sopra il mare tutto abbonacciato
    il tremolare quasi d'una maglia:
    in fondo in fondo un ermo colonnato,
    nivee colonne d'un candor che abbaglia:
    una rovina bianca e solitaria,
    là dove azzurra è l'acqua come l'aria:
    il mare nella calma dell'estate
    ne canta tra le sue larghe sorsate.
    O bianco tempio che credei vedere
    nel chiaro giorno, dove sei vanito?
    Due barche stanno immobilmente nere,
    due barche in panna in mezzo all'infinito.
    E le due barche sembrano due bare
    smarrite in mezzo all'infinito mare;
    e piano il mare scivola alla riva
    e ne sospira nella calma estiva.
    Giovanni Pascoli
    dal libro "Myricae" di Giovanni Pascoli
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Il mendico

      Presso il rudere un pezzente
      cena tra le due fontane:
      pane alterna egli col pane,
      volti gli occhi all'occidente.
      Fa un incanto nella mente:
      carne è fatto, ecco, l'un pane.
      Tra il gracchiare delle rane
      sciala il mago sapiente.
      Sorge e beve alle due fonti:
      chiara beve acqua nell'una,
      ma nell'altra un dolce vino.
      Giace e guarda: sopra i monti
      sparge il lume della luna;
      getta l'arti al ciel turchino,
      baldacchino
      di mirabile lavoro,
      ch'ei trapunta a stelle d'oro.
      Giovanni Pascoli
      dal libro "Myricae" di Giovanni Pascoli
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Anniversario (1889)

        Sono più di trent'anni e, di queste ore,
        mamma, tu con dolor m'hai partorito;
        ed il mio nuovo piccolo vagito
        t'addolorava più del tuo dolore.
        Poi tra il dolore sempre ed il timore,
        o dolce madre, m'hai di te nutrito:
        e quando fui del corpo tuo vestito,
        quand'ebbi nel mio cuor tutto il tuo cuore,
        allor sei morta; e son vent'anni: un giorno!
        E già gli occhi materni io penso a vuoto;
        e il caro viso già mi si scolora;
        mamma, e più non ti so. Ma nel soggiorno
        freddo dè morti, nel tuo sogno immoto,
        tu m'accarezzi i riccioli d'allora.
        Giovanni Pascoli
        dal libro "Myricae" di Giovanni Pascoli
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Alba festiva

          Che hanno le campane,
          che squillano vicine,
          che ronzano lontane?
          È un inno senza fine,
          or d'oro, ora d'argento,
          nell'ombre mattutine.
          Con un dondolìo lento
          implori, o voce d'oro,
          nel cielo sonnolento.
          Tra il cantico sonoro
          il tuo tintinno squilla,
          voce argentina - Adoro,
          adoro - Dilla, dilla,
          la nota d'oro - L'onda
          pende dal ciel, tranquilla.
          Ma voce più profonda
          sotto l'amor rimbomba,
          par che al desìo risponda:
          la voce della tomba.
          Giovanni Pascoli
          dal libro "Myricae" di Giovanni Pascoli
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            L'uccellino del freddo

            Viene il freddo. Giri per dirlo
            tu, sgricciolo, intorno le siepi;
            e sentire fai nel tuo zirlo
            lo strido di gelo che crepi.
            Il tuo trillo sembra la brina
            che sgrigiola, il vetro che incrina...
            trr trr trr terit tirit...
            Viene il verno. Nella tua voce
            c'è il verno tutt'arido e tecco.
            Tu somigli un guscio di noce,
            che ruzzola con rumor secco.
            T'ha insegnato il breve tuo trillo
            con l'elitre tremule il grillo...
            trr trr trr terit tirit...
            Nel tuo verso suona scrio scrio,
            con piccoli crepiti e stiocchi,
            il segreto scricchiolettio
            di quella catasta di ciocchi.
            Uno scricchiolettio ti parve
            d'udirvi cercando le larve...
            trr trr trr terit tirit...
            Tutto, intorno, screpola rotto.
            Tu frulli ad un tetto, ad un vetro.
            Così rompere odi lì sotto,
            così screpolare lì dietro.
            Oh! lì dentro vedi una vecchia
            che fiacca la stipa e la grecchia...
            trr trr trr terit tirit...
            Vedi il lume, vedi la vampa.
            Tu frulli dal vetro alla fratta.
            Ecco un tizzo soffia, una stiampa
            già croscia, una scorza già scatta.
            Ecco nella grigia casetta
            l'allegra fiammata scoppietta...
            trr trr trr terit tirit...
            Fuori, in terra, frusciano foglie
            cadute. Nell'Alpe lontana
            ce n'è un mucchio grande che accoglie
            la verde tua palla di lana.
            Nido verde tra foglie morte,
            che fanno, ad un soffio più forte...
            trr trr trr terit tirit...
            Giovanni Pascoli
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              Scritta da: Silvana Stremiz

              Arano

              Al campo, dove roggio nel filare
              qualche pampano brilla, e dalle fratte
              sembra la nebbia mattinal fumare,
              arano: a lente grida, uno le lente
              vacche spinge; altri semina; un ribatte
              le porche con sua marra paziente;
              ché il passero saputo in cor già gode,
              e il tutto spia dai rami irti del moro;
              e il pettirosso: nelle siepi s'ode
              il suo sottil tintinnio come d'oro.
              Giovanni Pascoli
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                Scritta da: Silvana Stremiz

                Temporale

                È mezzodì. Rintomba.
                Tacciono le cicale
                nelle stridule seccie.
                E chiaro un tuon rimbomba
                dopo uno stanco, uguale,
                rotolare di breccie.
                Rondini ad ali aperte
                fanno echeggiar la loggia
                dè lor piccoli scoppi.
                Già, dopo l'afa inerte,
                fanno rumor di pioggia
                le fogline dei pioppi.
                Un tuon sgretola l'aria.
                Sembra venuto sera.
                Picchia ogni anta su l'anta.
                Serrano. Solitaria
                s'ode una capinera,
                là, che canta... che canta...
                E l'acqua cade, a grosse
                goccie, poi giù a torrenti,
                sopra i fumidi campi.
                S'è sfatto il cielo: a scosse
                v'entrano urlando i venti
                e vi sbisciano i lampi.
                Cresce in un gran sussulto
                l'acqua, dopo ogni rotto
                schianto ch'aspro diroccia;
                mentre, col suo singulto
                trepido, passa sotto
                l'acquazzone una chioccia.
                Appena tace il tuono,
                che quando al fin già pare,
                fa tremare ogni vetro,
                tra il vento e l'acqua, buono,
                s'ode quel croccolare
                cò suoi pigolìi dietro.
                Giovanni Pascoli
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                  Scritta da: Silvana Stremiz

                  Mezzogiorno

                  L'osteria della pergola è in faccende:
                  piena è di grida, di brusìo, di sordi
                  tonfi; il camin fumante a tratti splende.
                  Sulla soglia, tra il nembo degli odori
                  pingui, un mendico brontola: Altri tordi
                  c'era una volta, e altri cacciatori.
                  Dice, e il cor s'è beato. Mezzogiorno
                  dal villaggio a rintocchi lenti squilla;
                  e dai remoti campanili intorno
                  un'ondata di riso empie la villa.
                  Giovanni Pascoli
                  dal libro "Myricae" di Giovanni Pascoli
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