Le migliori poesie di Giovanni Pascoli

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Scritta da: Julie Gensini

Novembre

Gemmea l'aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro senti nel cuore...

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile.
È l'estate, fredda, dei morti.
Giovanni Pascoli
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Dopo l'acquazzone (Myricae)

    Passò strosciando e sibilando il nero
    nembo: or la chiesa squilla; il tetto, rosso,
    luccica; un fresco odor dal cimitero
    viene, di bosso.
    Presso la chiesa; mentre la sua voce
    tintinna, canta, a onde lunghe romba;
    ruzza uno stuolo, ed alla grande croce
    tornano a bomba.
    Un vel di pioggia vela l'orizzonte;
    ma il cimitero, sotto il ciel sereno,
    placido olezza: va da monte a monte
    l'arcobaleno.
    Giovanni Pascoli
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      L'assiuolo

      Dov'era la luna? Ché il cielo
      notava in un'alba di perla,
      ed ergersi il mandorlo e il melo
      parevano a meglio vederla.
      Venivano soffi di lampi
      da un nero di nubi laggiù:
      veniva una voce dai campi:
      chiù...
      Le stelle lucevano rare
      tra mezzo alla nebbia di latte:
      sentivo il cullare del mare,
      sentivo un fru fru tra le fratte;
      sentivo nel cuore un sussulto,
      com'eco d'un grido che fu.
      Sonava lontano il singulto:
      chiù...
      Su tutte le lucide vette
      tremava un sospiro di vento;
      squassavano le cavallette
      finissimi sistri d'argento
      (tintinni a invisibili porte
      che forse non s'aprono più?... );
      e c'era quel pianto di morte...
      chiù...
      Giovanni Pascoli
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        La canzone del Girarrosto

        Domenica! Il dì che a mattina
        sorride e sospira al tramonto!...
        Che ha quella teglia in cucina?
        Che brontola brontola brontola...
        È fuori un frastuono di giuoco,
        per casa è un sentore di spigo...
        Che ha quella pentola al fuoco?
        Che sfrigola sfrigola sfrigola...
        E già la massaia ritorna
        da messa;
        così come trovasi adorna,
        s'appressa:
        la brage qua copre, là desta,
        passando, frr, come in un volo,
        spargendo un odore di festa,
        di nuovo, di tela e giaggiolo.
        La macchina è in punto; l'agnello
        nel lungo schidione è già pronto;
        la teglia è sul chiuso fornello,
        che brontola brontola brontola...
        Ed ecco la macchina parte
        da sé, col suo trepido intrigo:
        la pentola nera è da parte,
        che sfrigola sfrigola sfrigola...

        Ed ecco che scende, che sale,
        che frulla,
        che va con un dondolo eguale
        di culla.
        La legna scoppietta; ed un fioco
        fragore all'orecchio risuona
        di qualche invitato, che un poco
        s'è fermo su l'uscio, e ragiona.
        È l'ora, in cucina, che troppi
        due sono, ed un solo non basta:
        si cuoce, tra murmuri e scoppi,
        la bionda matassa di pasta.
        Qua, nella cucina, lo svolo
        di piccole grida d'impero;
        là, in sala, il ronzare, ormai solo,
        d'un ospite molto ciarliero.
        Avanti i suoi ciocchi, senz'ira
        né pena,
        la docile macchina gira
        serena,
        qual docile servo, una volta
        ch'ha inteso, né altro bisogna:
        lavora nel mentre che ascolta,
        lavora nel mentre che sogna.
        Va sempre, s'affretta, ch'è l'ora,
        con una vertigine molle:
        con qualche suo fremito incuora
        la pentola grande che bolle.
        È l'ora: s'affretta, né tace,
        ché sgrida, rimprovera, accusa,
        col suo ticchettìo pertinace,
        la teglia che brontola chiusa.
        Campana lontana si sente
        sonare.
        Un'altra con onde più lente,
        più chiare,
        risponde. Ed il piccolo schiavo
        già stanco, girando bel bello,
        già mormora, in tavola! In tavola!,
        e dondola il suo campanello.
        Giovanni Pascoli
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          La canzone della granata

          Ricordi quand'eri saggina,
          coi penduli grani che il vento
          scoteva, come una manina
          di bimbo il sonaglio d'argento?
          Cadeva la brina; la pioggia
          cadeva: passavano uccelli
          gemendo: tu gracile e roggia
          tinnivi coi cento ramelli.
          Ed oggi non più come ieri
          tu senti la pioggia e la brina,
          ma sgrigioli come quand'eri
          saggina.
          Restavi negletta nei solchi
          quand'ogni pannocchia fu colta:
          te, colsero, quando i bifolchi
          v'ararono ancora una volta.
          Un vecchio ti prese, recise,
          legò; ti privò della bella
          semenza tua rossa; e ti mise
          nell'angolo, ad essere ancella.
          E in casa tu resti, in un canto,
          negletta qui come laggiù;
          ma niuno è di casa pur quanto
          sei tu.
          Se t'odia colui che la trama
          distende negli alti solai,
          l'arguta gallina pur t'ama,
          cui porti la preda che fai.
          E t'ama anche senza, ché ai costi
          ti sbalza, ed i grani t'invola,
          residui del tempo che fosti
          saggina, nei campi già sola.
          Ma più, gracilando t'aspetta
          con ciò che in tua vasta rapina
          le strascichi dalla già netta
          cucina.
          Tu lasci che t'odiino, lasci
          che t'amino: muta, il tuo giorno,
          nell'angolo, resti, coi fasci
          di stecchi che attendono il forno.
          Nell'angolo il giorno tu resti,
          pensosa del canto del gallo;
          se al bimbo tu già non ti presti,
          che viene, e ti vuole cavallo.
          Riporti, con lui che ti frena,
          le paglie ch'hai tolte, e ben più;
          e gioia or n'ha esso; ma pena
          poi tu.
          Sei l'umile ancella; ma reggi
          la casa: tu sgridi a buon'ora,
          mentre impaziente passeggi,
          gl'ignavi che dormono ancora.
          E quanto tu muovi dal canto,
          la rondine è ancora nel nido;
          e quando comincia il suo canto,
          già ode per casa il tuo strido.
          E l'alba il suo cielo rischiara,
          ma prima lo spruzza e imperlina,
          così come tu la tua cara
          casina.
          Sei l'umile ancella, ma regni
          su l'umile casa pulita.
          Minacci, rimproveri; insegni
          ch'è bella, se pura, la vita.
          Insegni, con l'acre tua cura
          rodendo la pietra e la creta,
          che sempre, per essere pura,
          si logora l'anima lieta.
          Insegni, tu sacra ad un rogo
          non tardo, non bello, che più
          di ciò che tu mondi, ti logori
          tu!
          Giovanni Pascoli
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Il cuore del cipresso

            O cipresso, che solo e nero stacchi
            dal vitreo cielo, sopra lo sterpeto
            irto di cardi e stridulo di biacchi:

            in te sovente, al tempo delle more,
            odono i bimbi un pispillìo secreto,
            come d'un nido che ti sogni in cuore.

            L'ultima cova. Tu canti sommesso
            mentre s'allunga l'ombra taciturna
            nel tristo campo: quasi, ermo cipresso,
            ella ricerchi tra què bronchi un'urna.

            Più brevi i giorni,
            e l'ombra ogni dì meno
            s'indugia e cerca, irrequieta, al sole;
            e il sole è freddo e pallido il sereno.

            L'ombra, ogni sera prima, entra nell'ombra:
            nell'ombra ove le stelle errano sole.
            E il rovo arrossa e con le spine ingombra

            tutti i sentieri, e cadono già roggie
            le foglie intorno (indifferente oscilla
            l'ermo cipresso), e già le prime pioggie
            fischiano, ed il libeccio ulula e squilla.

            E il tuo nido? Il tuo nido?... Ulula forte
            il vento e t'urta e ti percuote a lungo:
            tu sorgi, e resti; simile alla Morte.

            E il tuo cuore? Il tuo cuore?... Orrida trebbia
            l'acqua i miei vetri, e là ti vedo lungo,
            di nebbia nera tra la grigia nebbia.

            E il tuo sogno? La terra ecco scompare:
            la neve, muta a guisa del pensiero,
            cade. Tra il bianco e tacito franare
            tu stai, gigante immobilmente nero.
            Giovanni Pascoli
            dal libro "Myricae" di Giovanni Pascoli
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              Scritta da: Silvana Stremiz

              Nella macchia

              Errai nell'oblio della valle
              tra ciuffi di stipe fiorite,
              tra quercie rigonfie di galle;

              errai nella macchia più sola,
              per dove tra foglie marcite
              spuntava l'azzurra viola;

              errai per i botri solinghi:
              la cincia vedeva dai pini:
              sbuffava i suoi piccoli ringhi
              argentini.

              Io siedo invisibile e solo
              tra monti e foreste: la sera
              non freme d'un grido, d'un volo.

              Io siedo invisibile e fosco;
              ma un cantico di capinera
              si leva dal tacito bosco.

              E il cantico all'ombre segrete
              per dove invisibile io siedo,
              con voce di flauto ripete,
              Io ti vedo!
              Giovanni Pascoli
              dal libro "Myricae" di Giovanni Pascoli
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