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Tranquillità

Essenza della vita, è riposare
in profonda tenerezza
che soltanto nella notte, sa imperare
dove domina il sereno, e la pace fa conquista
il silenzio riempie l'intero spazio
e in ogni letto è un docile animale
con un cuore e la sua, dormiente testa
indifeso e solitario
celando nel mistero
la vita e il suo respiro in sonno
mai, così precario
come il suo apparente, e dolcissimo morire
che rancori e contese, tutto fa dimenticare
almeno per un po'
mentre siamo, a riposare.
Ma la vita al suo riposo, mai perdona
quella dolce malinconia, quando ne è padrona
e le sue fatiche, fanno musica
di compassione, immensamente unica
per tutto l'umano essere
nell'assoluta, sua fragilità
che nella notte prende il posto
alla cinica violenza, lei sempre ad allertar
radici di egoismo, da cui originerà
ma che nel sonno, è ben presto superata
dove tutto, è un ondeggiar
di respiri e desideri che son sogni
di una vita frantumata
quando il domani, quella risveglierà
e pace persa, lei sarà
ma solo per un po', per tutto il lungo giorno
fino a notte quando al buio, lei silenziosa tornerà
fragile e momentanea, tranquillità.
Davide Petrinca
Composta domenica 5 febbraio 2012
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    Quelle navi

    Come la mia ombra
    è quel tempo
    di galleggianti nostre isole felici
    di mari così lontani
    orchestra di colori
    attici marini di luci e suoni
    concerto di una estate
    la prima, nostra primavera
    e poi un'altra estate come inverno
    non altro che felice suo echeggio
    tutto era perfetto, in quel viaggio
    e in quelle navi, tutto così com'era.

    E sempre come un ombra
    Lui guida i miei sentieri
    adagiata sopra il mare
    che devasta i miei pensieri
    quando forse
    un tempo tu mi amavi
    col sorriso e quello sguardo
    sopra quelle navi
    galleggianti nostre isole felici.

    Troppo presto
    giunte al loro approdo
    col rovescio di un Natale
    su quel tavolo rotondo
    e con esso poi finì
    tutto il mio mondo.
    Ma prima che io sprofondo
    ora non so
    quanto ancora, io qui resto
    oppure quanto lungo
    avanti a me sarà questo
    il tempo mio rimasto.

    E risalgo a navigare
    forse ancora per un po'
    solo e in alto mare
    con due remi
    e la sola forza delle mani
    e sempre più distante
    mi allontano da quelle navi
    galleggianti nostre isole felici
    disperdersi al mio orizzonte
    ora
    davvero sono solo
    io e il mar di fronte
    mai visto così pacato
    dolce mio compagno
    unico testimone
    a raccontarmi la favola di un passato
    di un amore che mi ha lasciato
    ricordi senza fiato.

    Unici e solo nostri
    indimenticabili momenti
    tra colori, di meravigliose estati
    quelle navi
    sfilare sotto i venti
    e poi le sere
    vedere sopra i ponti
    i suoi occhi
    brillare come fari
    noi due, cuori naviganti
    noi due, sopra quelle navi.
    Davide Petrinca
    Composta martedì 15 maggio 2012
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      Paesaggio trasparente

      Discende buio eterno
      su deserti di asfalti metropolitani
      da nefasto piovoso inverno
      insieme a ricordi e cieli neri
      di frammenti pomeridiani.
      Nero fino a che non piange
      un cielo come un cuore
      che afferra la sua vita
      e lui sempre ancora spinge.
      Ma il suo occhio lui non finge
      se una lente poi si tinge
      di lacrima che scende
      insieme a pioggia
      davanti quelle tende
      ora solo
      di anonime finestre.
      Chiuse attirano sguardi
      di solitudini da strada
      ad osservare il nulla che è nel tutto
      e senza sapere cosa
      dentro vetrine accese
      di manichini in posa.
      Il loro algido sguardo
      è solo il riflesso
      di un altro ancor più duro
      quello mio
      da ogni emozione ormai dismesso
      dietro il vetro del suo futuro.
      Disegno incolore
      della mia vita nella sua tela
      sperduta rotta
      di barca sola senza vela

      rimasta ora
      solo scabro scoglio da superare
      solo ostile mare da navigare.
      In ogni angolo di questo mondo
      in ogni incontro che mai rifarà
      in ogni storia che mai rivivrà
      sempre vuoto resterà
      in tutto il suo intorno
      senza ormai più colore
      paesaggio trasparente
      che non si vede e non si sente
      quando canta solo il bianco
      essenza del suo niente
      di questa vita sola
      nel ricordo e nel dolore
      sofferto senza parola
      da anni ch'è scomparso nella sua tela
      l'unico suo autore
      da anni che ha perduto la mia vita
      l'unico suo amore.
      Davide Petrinca
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        Natale senza più lei

        Magici giorni con alle porte, l'anteprima di un Natale
        sembrano annunciare la nostra nuova storia
        come la sua, prima emozione
        passata dietro, uno schermo virtuale
        che fremente, attende l'eccitazione
        di un appuntamento, quella sera finalmente
        pervasa d'immensa, dolcezza e complicità
        ebbrezza di un nuovo incontro, che senza esitazione
        accende subito, una fiamma di felicità.

        E quelle nostre parole, subito divengon musica
        la cui magica, sorgente
        è il cuor di due innamorati, e così potente
        e dalla loro storia, meravigliosamente unica.

        Per presto sprofondare
        tra soffici labbra del primo bacio
        che imprime, in mia memoria
        l'incancellabile origine, della nostra storia
        e presto accorgersi
        che ciò sarà solo ricordo e poi dimenticata
        come s'accende, per poi spegnersi
        di luce un lampo
        per far ritorno nel suo nulla
        dopo che soltanto
        quella storia, era appena nata.

        Com'è facile, annegar
        in questo nuovo, triste mar
        di fredda solitudine
        e per salvarmi, naufragar
        in questa nuova, mia realtà
        vera isola, d'inquietudine

        dalle lunghe e gelide strade, della mia città
        dal cui vuoto di buie vie, sento l'eco paralizzante
        che puntuale sembra proprio, chiamar me
        alla domenica sera, con tono urlante
        tutto il dramma della separazione, tra me e te
        nel volgere del tramonto, di un inverno
        giunto forse or per me, a durar per l'eterno
        celando, in suo sipario
        dietro, a tende meste
        la fremente attesa di un Natale
        nera scritta, di questo calendario
        perché stavolta, è ben diverso e triste.

        Quando rivedo, filmati dentro me
        i magici momenti
        di quello passato, insieme a te
        dove le dolci ore della festa
        scandivano, in gran condivisione
        insieme a lei, ogni momento e situazione
        e la cui sola immagine or vive
        dentro il mio cuore, per sempre custodita
        lui mai così spento e disabitato
        com'è ora la nostra casa, chiusa e infreddolita
        che mi par di riveder in quei presepi, insieme a te
        nelle chiese di questo mio, Natale nuovo
        dove sento viva la sua presenza, accanto a me
        quando ancora ero, il suo felice uomo
        come anche nel profumo dei loro interni
        riveder la sua anima, così rapita così presa
        lei che amava tanto, la sua chiesa.

        E là fuori, durante la santa messa
        un magnifico tripudio di luci e colori, che mai cessa
        come anche il fragore di suoni e musica, quando esco
        e tutto avviene solo, fuori di me
        perché io sordo e cieco, a tutto questo resto
        se ora lei, con me più non c'è.

        Lei che vicino sento, ancora a me
        in un regalo, che sto aprendo
        quanto avrei voluto, fosse suo per me
        o in un biglietto, che sto leggendo
        o quella firma che per me, più non scriverà
        come una volta lo era, ma che la sua or non è
        e che sua per me, più non sarà.

        Durante la cena il mio sguardo, basso e mesto
        intorno, a quel tavolo quadrato
        spia sempre, uno stesso lato
        lì dove ora solo una sedia vuota, di lei è rimasto.

        E poi tornare, nella vecchia stanza mia
        per trovar sopra il suo comodino
        solo un libro, a farmi compagnia
        insieme a quell'orologio, oggi ancor fermo
        e come ora, lo sono io
        al giorno del nostro primo incontro
        venuto fuori, al di là di uno schermo
        quando insieme a lei, divenne mio.

        Spengo la mia lampada, si chiude questo giorno
        e dal mio triturato cuore
        giunge a me, senza pace e senza luce
        il lamento di questo Natale, mai così infelice
        da viver senza poter, sperare un suo ritorno

        e venuto per rinnovare
        solo un gran dolore
        nel far, rivedere a me
        quello, che or non c'è
        oggi più che mai, quel suo sorriso
        che presto in un lampo, s'è come estinto
        perché divenuto solo ricordo
        proprio, come un bel dipinto
        nel beato museo, del suo dolce viso.

        Così come la pace interiore, che cerco invano
        per dimenticar le nostre, ultime parole
        che ancora in mente, forti mi risuonano
        insieme ad un uscita, ora troppo lontano
        per saltar dalle tenebre, che ora mi percuotono.

        Per questo, triste amore
        mai decollato
        per aver già, dovuto dar addio
        non ad un vecchio, amico mio
        ma a questa nostra famiglia nuova
        subito messa fuori, con tutto il suo cuore
        già morto, appena nato.

        Allora buon Natale amore mio
        che sarà il primo, di tutti quelli che
        io, non più insieme a te
        ancor davanti, mi passeranno
        perché forse, tanti altri ci resteranno
        e comunque, buon Natale
        per questo e per tutti quelli che
        mai più insieme, ci rivedranno.
        Davide Petrinca
        Composta sabato 24 dicembre 2011
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          Lungo l'infinita riva

          Vive spenta, la mia luce
          ma forse ancor di bello altro
          ancor per me, ci sarà
          o così forse a me, pensare piace
          ma la mia anima or non vuole, e non lo dice
          se un altra alba, mi risorgerà.

          In quest'alba di una nuova estate
          nuova sfida verso il bello, della vita
          che strozza ancor di più, la mia anima finita
          sotto un azzurro, che tregua non mi da
          perché mai prima d'ora così intenso e così forte
          fa riemerger ancora, il male che mi fa
          il ricordo della magica, nostra sera
          di quell'incontro da cui ho inteso
          la pura gioia, la vita vera.

          Divenuta ora la triste, incognita infinita
          senza commento, senza nessuna uscita
          io seduto sotto una azzurra, tavola di felicità
          che crolla su di me, per soffocarmi di libertà
          con la sua languida e lucente, sospesa sfera
          come appesa sopra silenziose, onde della sera
          di un mar, che tanto
          non vuol far rumore
          per meglio accompagnar, lo sgomento
          di questo mio, ferito cuore.

          Mi rialzo e lungo quella, cara riva mia
          mi abbandono, al mio interminabile cammino
          che davvero ormai, meta più non ha
          ma lui soltanto, or può farmi compagnia
          e per questo, verso l'infinito va.

          Verso la solitudine, e il suo grande strazio
          di un nuovo, incognito orizzonte
          che la luna, ne da infinito spazio
          stando timida e nascosta
          dietro un arrogante, e oscuro monte.

          Che non ho chiesto
          ma sceso nella sua trappola, troppo presto
          una sola cosa ora ha un senso, e così lo grido
          cado, mi rialzo, e poi vivo
          una nuova, e inaspettata vita
          con in bocca ancora l'altra, già finita
          e il suo incancellabile sapore
          di un amore, che l'ha tradita.

          E solo il pianto, resta
          con la mia, anima sola
          affacciata, alla finestra
          verso un cuore, senza desiderio
          e neanche, una parola
          oppure, un solo pensiero
          a suo conforto, è utile ora.

          Nulla di cos'era, può tornare
          resta solo nulla in mano, se non l'essenziale
          il crudo comando, così duro e così banale
          che di questa vita, sembra il vero senso
          il suo vero, e unico finale
          finché lo vorrà o finché, Lui lo vuole
          una sola cosa ora importa, e così lo grido
          cado, mi rialzo, e poi vivo.

          E non mi lamento, perché è peccato
          per chi d'altro, soffre veramente
          quindi rimango, solo e dimenticato
          con la mia, compagna mente

          mio tesoro, dall'animo tradito
          da quella grande, e triste storia
          che sempre ne soffrirà, la sua memoria
          muto in silenzio, e dolcemente.

          Cosicché senza parole mi ritrovo
          per un amore trasfomato, in un tormento
          resto con me stesso, senza nessun commento
          nel mio cammino, tra sabbia e sassi
          con davanti un mare, mai amato così tanto
          e le sue deserti spiaggie, ad ascoltar soltanto
          i miei lenti, e pesanti passi.

          Verso la solitudine, e il suo grande strazio
          di un nuovo, incognito orizzonte
          che la luna, ne da infinito spazio
          stando timida e nascosta
          dietro un arrogante, e oscuro monte.

          Nel proseguo, su quella cara riva mia
          mi abbandono, al mio interminabile cammino
          che davvero ormai, meta più non ha
          ma lui soltanto, or può farmi compagnia
          e per questo, verso l'infinito va.
          Davide Petrinca
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            Memoria

            Passan gli amori
            che volevan durare un eternità
            come passan le stagioni
            e poi gli anni come la vita
            le sue tempeste, e suoi cicloni
            e sempre ancora, cambierà.

            Se oggi non più, è come ieri
            e domani ancor, più nuovo sarà
            quando con me, tu ancora c'eri
            continuo moto senza fine
            nel suo lento, e inesorabile viaggiar
            dove solo, la mia memoria
            fotogramma, sulla nostra storia
            potrà tutto, con la mente mia fermar.

            All'ugual potenza di uno scoglio
            che fermo, e immobile nel tempo
            è contro tutto, contro il vento
            e se il vento anche tutto, poi farà
            muovere, e trasformare
            come le onde del suo, più irruento mare
            ma alla fine, solo lo scoglio lui saprà
            ogni onda del suo mar, per sempre arginare.

            Che meraviglia, la vita mia
            che vicino a te, sembrava infinita
            e splendidamente intensa
            nel tenerti stretta, tra le mie dita
            e così tanto, forte a me
            mentre il cuore mio rideva, di gioia immensa
            e straripava nell'esser tutto, pien di te.

            E dentro le mie mani, posseder il mondo
            e dai miei occhi, vederlo come infinito
            e in esso poi sentirmi, più forte ancor
            al riparo, da tutto il male intorno
            da far vibrar in me, tutto il mio amor
            per te e per quel, meraviglioso sito.

            È il mio mare, ed è sempre lì
            e forse, per l'eterno
            d'estate, come d'inverno
            di giorno, come di sera
            è un naturale cinema, la mia scogliera
            col cielo, il suo grigio schermo
            e io a osservar, quel dolce viso
            lungo un orizzonte, che il mar dal cielo
            da sempre, ha diviso.

            E poi vederlo calar giù, il mio sole
            fino a svanir, al passar dell'ore
            ma una altra luce questo cielo, non ha tolto
            quand'al tramonto, di un mite inverno
            lascia assoluto spazio, a quel dolce volto
            che sempre lì, rimane fermo
            e sembra forse, per l'eterno.

            E per rabbia, tiro un sasso
            come a voler, bucare adesso
            nell'acqua, il suo riflesso
            ma se svanisce, per un po'
            presto torna, con un dolce no
            perché mai vuol cancellar
            la mia memoria
            quella nostra, favolosa storia.

            Ma è pur sempre
            vera meraviglia, questa vita
            anche quando lei, mi appar finita
            finché mai non giungerà, al suo esaurimento
            se il vero tesor mio, è la mia memoria
            che mai, vuol dimenticar
            in ogni luogo, in ogni momento
            dove in essa, posso sempre ritornar
            al primo giorno, che la incontrai
            e quando proprio quella, Le regalai
            com'era rossa quella rosa
            la stessa che qui rinasce
            tra questi scogli, di bonaccia
            affacciata e timorosa
            e come qui, ai miei pensier si affaccia
            sempre quella stessa
            nostra storia favolosa.
            Davide Petrinca
            Composta lunedì 31 ottobre 2011
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              Dolce immagine

              Quei nostri indescrivibili unici momenti
              ben presto divenuti ricordi.

              Vivo e in eterno il tuo ricordo, custodirò
              immerso in quella tua unica speciale dolcezza
              che ben presto, con me si trasformò
              in qualcosa a me incomprensibile
              e divenuto tra noi inconciliabile.

              E quella lontana dolce immagine
              il mio cuore, vuole soltanto conservare
              e solo così conforto e calore, mi potrà dare
              fino a che lui vorrà, il mio cammino continuare.

              Un cammino inoltratosi, nella più buia profondità
              di un nuovo inverno dell'anima
              un cammino che ormai, mai più potrà
              invertire direzione
              dove ormai vive spenta, ogni mia emozione.
              E se anche mai più il sole, il mio cuore rivedrà
              dentro quei tuoi sorrisi, di incredibile spontaneità
              e se anche la mia estate, più non tornerà
              attraverso quel tuo sguardo, di immensa tenerezza
              io vivere dovrò, fino a che lui lo vorrà
              anche solo per il ricordo
              di quella, tua infinita dolcezza.
              E soltanto con la mente
              sopra un cuore, ormai isolato
              ragion di vita forse, lui troverà
              nel tesoro di una memoria
              che mai, avrà dimenticato
              per avere delle cose stupende, conosciute
              per avere delle cose meravigliose, vissute
              e per averle tutte in una persona, ritrovate.

              E anche se
              ben presto, con me si trasformò
              ma insieme, alla sua vera stella
              Lei felice tornerà
              così come io la conobbi
              quando un'altra, come quella
              il nostro incontro, illuminò.

              Ed ora...
              volgo il mio sguardo, dietro me
              verso quel nostro antico bivio, che ora ancora c'è
              e ancora io rivedo, le nostre anime separarsi
              e ancora io ascolto tra i nostri cammini, un muro erigersi.

              E se le nostre strade, si estendono sempre più
              tra loro un muro, di silenzio cresce
              proprio come, hai voluto tu
              e in me il tuo ricordo, sempre lui rinasce.

              Ma la mia memoria, anch'essa crescerà
              e viva ed eterna, a lei sarà
              quell'immagine di unica, e speciale dolcezza
              cornice a quello sguardo, di immensa tenerezza
              ridotta ora a fermo-immagine
              sopra un triste, mio comò
              dolcezza che ben presto, con me si trasformò.
              Davide Petrinca
              Composta venerdì 30 settembre 2011
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                La rotta del gabbiano

                Vibra l'urlo blu atomi del cielo
                infila il mezzo resistente
                da funeste ultime apprensioni
                al tramonto di una vita operante
                solo in deserti d'acqua e sabbia ormai da sempre
                oggi si eleva sul comignolo del mondo
                la cui vetta crolla dal mattino
                attraverso il suo ignaro stormo.

                E presto nel vibrato resistente mezzo
                staglia impietoso il suo lampo
                della morte il suo angelo non gli da scampo
                a spalancar l'immanente in ali la sua sera
                ora della partenza verso quella sfera
                estiva e furente di fuoco luminescente pesca
                quand'al tramonto si colora
                che inghiotte impietosa la sua rotta
                ridotta ad anonima ombra
                nero puntino ch'in essa s'innesta
                fino a che il neo del giallo disco viso morente
                sempre più labile nel suo cielo più vitreo
                scompare per sempre.

                Ma la mia vita ancora è qui
                e sembra come or finita un era
                sull'onda di un ultimo urlo
                del gabbiano verso sera
                come ghiaccio nelle vene
                insieme si scioglie all'inanimato sasso
                della mia vita e la sua sete
                che delusa perde ogni fantasia
                perché capace soltanto di aver volato basso
                il suo amore e la sua bugia.


                E sempre quell'urlo
                squarcia la mia mente e lei rimembra la sua rotta
                quella sparita del gabbiano
                dove in essa rimbalza la mia vita tutta
                vena del suo ultimo urlo e riverbero di un amor finito
                e che oltre l'infinito il suo pensiero, or si spinge più lontano.
                Davide Petrinca
                Composta sabato 31 marzo 2012
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