Se questo significa far rider'e riflettere, "Non ci resta che piangere". "Scherza coi santi e lascia stare gl'immigrati", "s'accend'e si spegne come le luci di Natale", il loro film più 'nato stanco'.
"Del grande Leonardo architetto non c'è una sola architettura, del grande Leonardo scultore una sola scultura, del grande poeta e trattatista un solo verso: non c'è niente, sono tutte ipotesi non realizzate. In tutto questo, lui ha un'impotenza sostanziale alla conclusione [...]. Questo talento dell'incompiutezza gli dà una condizione speciale, quella per cui Leonardo è il genio dell'imperfezione" (Vittorio Sgarbi). Un'idea ch'il documentario esprime con la frase "Ciò che so è molto, ma ciò che non so è troppo" e con nessuna traccia iconica: carenz'imperdonabile per un film.
Deconstructing "Manhattan" Anch'Allen ha perso la partit'a scacchi con la mòrte. Il suo alter ego Roland Pollard (Liev Schreiber*) reagisce alla propria produzione artistica definendola "un fumante mucchio di mèrda esistenziale": "tutto quello che ho fatto fa schìfo", "fa vómitare" ed "è umiliante". Abbandona la saletta di proiezione privata e se ne va "gironzolando tra i set giocando a fare 'Viale del tramonto'". Lo sceneggiatore Ted Davidoff (Jude Law) cerca di convincerlo che si tratti della solita crisi creativa, ma Pollard ricompare solo per chieder'ubriaco ad Ashleigh Enright (Elle Fanning) di scappar'assieme nel sud della Francia: una nuova musa per un nuovo inizio. Non c'è spazio per la bergmaniana fuga nostalgica ne "Il posto delle fragole": la "pillola rossa" di "Matrix" ha un effetto devastant'e il resto del film è un implacabile gesto autodenigratorio sulla propria gioventù biografica e registica, il Gatsby Welles* di Timothée Chalamet, con le sue speranze, desideri, velleità, amori, progetti, musiche, letture, battute umoristiche, è ridìcolo e l'ingenuità giovanile non lo giustifica. Alle 18 nel Central Park Zoo prend'avvio l'ennesim'inganno.
* Schreiber ha interpretato Welles in "RKO 281" (Benjamin Ross, 1999)
Troppi film in uno solo e troppo disomogenei. La parte che ho più apprezzato concerne la gestione della luccicanza, un potere paranormale ambivalente che rischiava d'essere trattato ancora come metafora delle paturnie adolescenziali (Stan Lee, Marvel, cinecomics). Invece la piccola debuttante Kyliegh Curran ed Ewan McGregor s'aggirano in territori adulti e meno irrisolti di "Red Lights" (Cortés 2012), favoriti dalla presenza scenica di Cliff Curtis, Bruce Greenwood, Zahn McClarnon (qui un Colin Farrell nativo nordamericano) e soprattutto d'un'indimenticabile Rebecca Ferguson. La parte su immortalità (i villain vampireschi del True Knot) e aldilà (i dialoghi del Doctor Sleep coi moribondi) è frivola, e quella sull'Overlook Hotel semplicemente posticcia. Preso atto che nessun'immagine di Flanagan possied'un singolo briciolo dell'iconicità di Kubrick, avrei scelto d'evitar'il confronto a ogni costo.
Softcore saffico con spiegoni quale contributo sudcoreano al "women power"? Naa: semplice adattamento cinematografico d'uno dei tanti lesbo manga ch'invasero l'Occidente.
Chi i più antipatici, Elle o la sorella Dakota, Max o il padre Anthony? Il vero contest è questo, un anti-talent show. L'abbozzo di patto intergenerazionale fra due loser avrebbe potuto intrigare, però il film lo mand'in vàcca quant'un "The Neon Demon" (Refn 2016) ibridato con "A Star Is Born" (Cooper 2018).
"Lui" cita "The Untouchables" (De Palma, 1987), Minà lo paragon'a Masaniello, io ho ripensato all'importanza dell'"Homo ludens" d'Huizinga prefato nell'edizione italiana da Eco e al baratro concettuale fra "Götzen-Dämmerung" (Nietzsche, 1889) e "Götterdämmerung" (Wagner, 1848).
Satira sociopolitica che non diverte né fa riflettere. In giro ognuno propone le sue spiegazioni (è il personaggio più debole d'Albanese, la realtà ha scavalcato la parodia, Manfredonia è un pessimo regista e anche le gag memorabili sarebbero più consone a un format televisivo). Io non lo so e non sento la necessità di saperlo.
L'inizio è una bomba solo fittizia: un 12enne accusa legalment'i genitori per averlo messo al mondo. Fosse davvero una condanna della deiezione/Geworfenheit/thrownness, anch'i genitori sarebbero delle vittim'e il problema si sposterebbe sulla genitorialità come ruol'acquisito e non ontologico. Oliver Twist, Antoine Doinel e Bruno Ricci son'una cosa, bogomili e catari/albigesi ne sono un'altra. L'equivoco si chiarisce nell'arco delle 2 ore durante le quali prend'il sopravvento l'analisi socioeconomica, etnocultural'e geopolitica: la regista è sposata con due figli e ci tiene a certi distinguo radical shit alla Buscetta/Bellocchio.
Anch'Allen ha perso la partit'a scacchi con la mòrte. Il suo alter ego Roland Pollard (Liev Schreiber*) reagisce alla propria produzione artistica definendola "un fumante mucchio di mèrda esistenziale": "tutto quello che ho fatto fa schìfo", "fa vómitare" ed "è umiliante". Abbandona la saletta di proiezione privata e se ne va "gironzolando tra i set giocando a fare 'Viale del tramonto'". Lo sceneggiatore Ted Davidoff (Jude Law) cerca di convincerlo che si tratti della solita crisi creativa, ma Pollard ricompare solo per chieder'ubriaco ad Ashleigh Enright (Elle Fanning) di scappar'assieme nel sud della Francia: una nuova musa per un nuovo inizio. Non c'è spazio per la bergmaniana fuga nostalgica ne "Il posto delle fragole": la "pillola rossa" di "Matrix" ha un effetto devastant'e il resto del film è un implacabile gesto autodenigratorio sulla propria gioventù biografica e registica, il Gatsby Welles* di Timothée Chalamet, con le sue speranze, desideri, velleità, amori, progetti, musiche, letture, battute umoristiche, è ridìcolo e l'ingenuità giovanile non lo giustifica. Alle 18 nel Central Park Zoo prend'avvio l'ennesim'inganno.
* Schreiber ha interpretato Welles in "RKO 281" (Benjamin Ross, 1999)