Le migliori poesie inserite da Andrea De Candia

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Scritta da: Andrea De Candia

Non invano hanno soffiato i venti

Non invano hanno soffiato i venti,
non invano c'è stata la tempesta.
Un misterioso qualcuno ha colmato
i miei occhi di placida luce.

Qualcuno con primaverile dolcezza
ha placato nella nebbia azzurrina
la mia nostalgia per una bellissima,
ma straniera, arcana terra.

Non mi opprime il latteo silenzio,
non mi angoscia la paura delle stelle.
Mi sono affezionato al mondo e all'eterno
come al focolare natio.

Tutto in esso è buono e santo,
e ciò che turba è luminoso.
Schiocca sul vetro del lago
il papavero rosso del tramonto.

E senza volerlo nel mare di grano
un'immagine si strappa dalla lingua:
il cielo che ha figliato
lecca il suo rosso vitello.
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    Scritta da: Andrea De Candia

    Ritratto di un'ombra

    I tuoi occhi, orma di luce dei miei passi;
    la tua fronte, solcata dal lampo delle spade;
    i tuoi sopraccigli, orlo della rovina;
    le tue ciglia, messi di lunghe lettere;
    i tuoi riccioli, corvi, corvi, corvi;
    le tue guance, stemma del mattino;
    le tue labbra, ospiti tardivi;
    le tue spalle, statua dell'oblio;
    i tuoi seni, amici delle mie serpi;
    le tue braccia, ontani alla porta del castello;
    le tue mani, tavole di morti giuramenti;
    i tuoi fianchi, pane e speranza;
    il tuo sesso, legge dell'incendio boschivo;
    le tue cosce, ali nell'abisso;
    i tuoi ginocchi, maschere della tua boria;
    i tuoi piedi, teatro d'armi dei pensieri;
    le tue piante, cripte di fiamme;
    la tua orma, occhio del nostro addio.
    Composta giovedì 31 marzo 2016
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      Scritta da: Andrea De Candia

      La primavera

      L'inverno aveva rinfrescato anche
      il colore delle rocce. Dai monti scendevano,
      vene d'argento, mille rivoletti silenziosi,
      scintillanti tra il verde vivido dell'erba.
      Il torrente sussultava in fondo alla valle tra
      i peschi e i mandorli fioriti, e tutto era puro,
      giovane, fresco, sotto la luce argentea del cielo.
      Composta mercoledì 25 febbraio 2015
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        Scritta da: Andrea De Candia

        Maturo autunno

        Sono completo in natura, in
        pieno meriggio d'aurea maturezza,
        alto vento nel verde attraversato.
        Ricco frutto recondito, contengo
        il grande elementare in me (la terra,
        il fuoco, l'acqua, l'aria) l'infinito.

        Io grondo luce: indoro il luogo oscuro,
        mando odore: profumo di dio l'ombra,
        emano suono: è musica l'ampiezza,
        stillo sapore: il mondo beve l'anima,
        diletto il tatto della solitudine.

        Son tesoro supremo, liberato
        con densità e pienezza di pura iride,
        dal seno dell'azione. Sono tutto.
        Il tutto che è la sommità del niente,
        il tutto che si basta e che è servito
        da quanto ancora ha nome d'ambizione.
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          Scritta da: Andrea De Candia

          I vendemmiatori

          Essi vendemmiano il vino dei loro occhi,
          essi torchiano ogni pianto, anche questo:
          lo vuole la notte,
          la notte, cui stanno poggiati, il muro,
          lo esige la pietra,
          la pietra, oltre cui parla la loro gruccia,
          fin nel silenzio della risposta –
          la loro gruccia, che un giorno, un giorno d'autunno,
          quando l'anno s'inturgida a morte, come uva,
          attraversa parlando il mutore, fin giù,
          nel pozzo dove sgorga il pensiero.

          Essi vendemmiano, essi torchiano il vino,
          essi pigiano il tempo come il loro occhio,
          tutto il pianto che ne stilla ripongono
          nel sepolcro del sole, che essi con mano
          indurita dalla notte preparano:
          affinché poi una bocca, somigliante alla loro:
          torcentesi verso quanto è cieco, attrappita –
          una bocca cui dal profondo sale la schiuma da bere,
          mentre il cielo si cala nel cereo mare,
          per splendere da lontano, mozzicone di luce,
          se finalmente il labbro umidisce.
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            Scritta da: Andrea De Candia

            Canto della mia nudità

            Guardami: sono nuda. Dall'inquieto
            languore della mia capigliatura
            alla tensione snella del mio piede,
            io sono tutta una magrezza acerba
            inguainata in un color avorio.
            Guarda: pallida è la carne mia.
            Si direbbe che il sangue non vi scorra.
            Rosso non ne traspare. Solo un languido
            palpito azzurro sfuma in mezzo al petto.
            Vedi come incavato ho il ventre. Incerta
            è la curva dei fianchi, ma i ginocchi
            e le caviglie e tutte le giunture,
            ho scarne e salde come un puro sangue.
            Oggi, m'inarco nuda, nel nitore
            del bagno bianco e m'inarcherò nuda
            domani sopra un letto, se qualcuno
            mi prenderà. E un giorno nuda, sola,
            stesa supina sotto troppa terra,
            starò, quando la morte avrà chiamato.
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