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Scritta da: Andrea De Candia
Il riflesso era un'eco che gocciava,
sangue di luce dalla sua ferita.
Nel Sole, il cuore ch'era sempre al centro
- dovunque si trovasse, s'espandeva -
esso aveva raggiunto l'obiettivo
d'ogni suo desiderio: aveva reso
più bianca la sua fiamma, alto l'Inferno,
e riscaldava con la sua purezza
il mare decaduto, decadente
sempre più negli abissi di sé stesso.
Nicola Di Candia
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    Scritta da: Andrea De Candia
    I
    Ti seppellisco con ben altre lacrime,
    quelle che gli occhi sulle dita versano
    o silenzio, bambino mai nato,
    uso lo stesso questa bara bianca.

    II
    Lutto del nero, fazzoletto bianco
    suolo fidato, cadano su me
    le tue parole-lacrime saprò
    custodirle scoperte.

    III
    Creo catene con la penna nera:
    imprigiono il silenzio ch’è innocente;
    creo le sbarre della sua cella
    ma il silenzio, nel suo corpo ch’è anima,
    saprà che fare per restare libero.

    IV
    E senza che ci fosse alcuna tazza,
    né bordi né pareti, solo il fondo
    riuscì a cadere e a formarsi un quadrato
    e a solidificarsi - sempre latte.
    Facevo colazione
    dopo il sonno, dormienti, nel silenzio,
    caddero come mosche le parole,
    e non volli salvarle e non lo seppi.

    V
    E nella colazione del silenzio
    bevi quel latte senza una parola,
    la mosca nera che sembrò cadere!

    VI
    Lacrime nere, le parole scese,
    il lutto del silenzio
    a porgere il suo fazzoletto bianco.

    VII
    E sulla tazza bianca del silenzio
    cadde una mosca, una parola nera.

    VIII
    E quando muore il corpo della mano
    che muoveva la penna, e la scrittura
    ha concluso la sua vita terrena,
    il mio piede saprà l’elevazione
    al cielo, un sole, l’anima, lo sguardo
    a leggere in un aldilà sereno
    le impronte del percorso sulla terra.

    IX
    Sta sanguinando tutta la sua cenere
    e le parole sono emorragia,
    sta già morendo l’osso del silenzio.

    X
    Il silenzio era un osso, un labbro chiuso
    ora emette il respiro della cenere:
    questo è il suo solo modo di parlare.
    Nicola Di Candia
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      Scritta da: Andrea De Candia
      L'origine, la festa, la natura
      non l'hai vissute eri nel tuo sonno,
      e nel mare celeste, nel suo centro,
      ardeva un campo, un'isola di luce,
      e i raggi erano spighe che pungevano
      i passi che facevi con le palpebre,
      e l'ora della sveglia fu il tramonto
      quando dall'infarinatura uscì
      il ricordo del biondo come un'ostia,
      e ognuno camminante sulla terra
      come a volere dire al suo stesso
      che era senza peccati, che era puro,
      apriva la sua bocca ad ospitarla
      in questa chiesa dove non c'è posto
      e si cammina, mancano le mura,
      è un no l'attesa della comunione
      che nascosto e invisibile nel nero
      protende verso l'alto "il sacerdote-
      Dio" che mangia per sé dei pezzettini
      ad ogni messa dei giorni notturni
      mantiene accesi i ceri delle stelle
      e lascia noi al buio del digiuno.
      Nicola Di Candia
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        Scritta da: Andrea De Candia
        E sempre incinti della nostra ombra
        (pur nella luce massima, violenta!)...
        partorirò la morte mi domando?
        E non potrò vederla, sarà orfana?
        Tutta la pancia della mia figura
        che non s'accresce in mesi di decenni...
        sto conservando dentro un bimbo morto?
        I piedi son cordoni ombelicali
        e succhi la sostanza già del nulla,
        l'aria, una ciotola di latte, vuota?
        E come stare sempre a bere il fondo?
        Ma anche se fossi nata e già saresti
        bambina, e (supponiamo) pure adulta,
        perché hai bisogno di tenermi affianco?
        Mi sento un cane che trascina un cieco!
        Come un aedo che trapassa il buio
        (come se fossi solo una pupilla)
        come se il corpo fosse un lungo inchiostro,
        scrivi oralmente o parli per iscritto
        ai fogli casuali delle strade
        il poema finito del destino!
        Nicola Di Candia
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          Scritta da: Andrea De Candia
          Notte che mostri solo la viltà
          come una donna sempre un passo avanti verso il fuggire ignoto d'ogni sogno.
          Ti guardo nel pensiero, estrema ombra
          che l'universo lascia sulla Terra,
          e volgi a me le spalle e non ti vedo.
          Ho gli occhi che mi cadono sui tuoi
          lunghissimi capelli tesi al nulla,
          e sono sveglio e dormo ad occhi aperti
          la consapevolezza di quel sonno
          che senza sogno porta al fallimento.
          (...)
          Senti russar le scarpe? Il loro volto
          si muove fermo a un letto che è di pietra. Anche le scarpe devono dormire
          ma il loro pure è sonno senza sogno,
          asfalto che non è visione d'acqua!
          (...)
          Il sole sta davanti ed io inseguo
          stupidamente, coraggiosamente,
          la schiena, le sue spalle sono oscure
          e portano in trionfo la sua nuca
          com'ostia offerta a tutti i sacerdoti
          che compiono il peccato dell'insonnia.
          (...)
          E il movimento stesso del mio corpo
          e la sua forma alzata era allungata
          come fosse un punto interrogativo
          che porta avanti frasi di passato
          e le dissolve in un futuro incerto...
          dicevo ad un nessuno col mio gesto:
          "potrò vedere almeno questa volta
          la verità lucente del tuo volto,
          che tutti chiamano (tremando) Morte?
          Nicola Di Candia
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            Scritta da: Andrea De Candia
            Ho visto la mia ombra
            cader, rialzarsi, come dal suo nulla
            ed annegare nera in alto nuoto
            sopra le ferme acque di materia.
            Ho visto, fuori, l'eco del mio male
            insanguinare a morte quei colori,
            diverse distensioni d'un mattino
            a poco a poco spente dal mio fiato.
            Ho superato il basso del guardare
            e l'ho portato all'aria della notte,
            e poi l'ho sollevato sulla luna:
            cadevan le pareti all'avanzare
            del corpo morto vivo del mio passo,
            la notte, indietreggiando, si sfaldava,
            s'approfondiva il foro all'affondare.
            Ma pietra impenetrabile, la Luna,
            era l'ultimo petalo di scheletro
            che non precipitava, lontananza
            d'un fior di luce... appassito in mare.
            La notte mi sembrò consolatoria:
            "l'oscurità più scura è la più chiara!"
            mentre la luna mi sembrò più schietta:
            "l'oscurità più chiara è la più scura!"
            dissero entrambe da soliste in coro.
            Nicola Di Candia
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              Scritta da: Andrea De Candia
              Vanno gli uomini in lunghe processioni
              sulla strada, silenzio e solitudine.
              E ogni passo è un cadere sbriciolato
              di deboli pareti d'una chiesa
              che nessuno ha voluto costruire.
              La messa delle ore è come sintesi
              del suo culmine, ossia la comunione,
              e un sacerdote fermo all'invisibile
              protende il bianco verso i suoi passanti:
              la Luna è un'ostia che nessuna bocca
              porta con sé a spezzarsi in altro buio,
              la notte: enigma dell'ateismo,
              di un ateismo eterno inconfessato.
              Nicola Di Candia
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