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Scritta da: Nello Maruca

L'attesa

Alfin ch'io passi dalla Porta angusta
onde trovarmi nella Città augusta
è mio intento seguitar via stretta
ché di quante ne sono è sol la retta.

Indi, se venir vuoi ad alleviar mia sorte
aperte fuori e dentro trovi le porte;
io sono qui che resto ad aspettare
onde Tu giunga e possati onorare.

Io nell'attesa sveglio restar voglio
alfin che non ricada in nessun sbaglio
ché non so quando e come mi pervieni,
da quale strada, ché tante ne detieni.

Se leggi il pensier mio, o Re Risorto,
vedi che il cuore mio a Te è aperto,
per questo, o mio Signore Redentore
vieni, occupa il misero mio cuore.
Nello Maruca
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    Scritta da: Nello Maruca

    Il destino

    O che sorriso sia oppure lagna
    L'ineluttabile destino t'accompagna
    Così come legge Suprema ha stabilito
    Finché il corso di vita sarà finito.

    Deciso è sin dall'attimo vitale
    Quale d'ognuno sarà il percorso reale;
    potere sovrumano l'ha stabilito
    e mutamento non si avrà all'infinito.

    Per quanto ci si maceri e dimeni
    Nulla si cambia l'oggi né il domani;
    nessuno mutarne mai potrà il corso
    ch'ogn'essere conficcato l'ha nel dorso-
    Così ha deciso il Re, per suo volere,
    Colui che tiene in mano ogni potere.
    Nello Maruca
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      Scritta da: Nello Maruca

      Paese mio

      Accovacciato ai piedi di montagna
      posto è il ridente paese dei miei sogni;
      guarda il Tirreno da sopra la campagna,
      alle spalle coperto è di castagni.

      Imponente svetta Monte Mancuso
      ricco di faggio di verde scuro foglie,
      con l'ontano pregiato di grand'uso
      l'attenzione di chi lo guarda coglie.

      Di piante verdeggianti sempre verdi
      è circondato a mò di mur di cinta,
      la gente l'accarezza di suoi guardi
      innamorata di sua verde tinta.

      Vanta tra nati di suo ventre uomini
      dottii, illustri d'ogni sorta: dottori,
      speziali e ingegneri, sonanti nomi:
      prefetti, generali ed ispettori.

      Ora paesino mio dolce ed amato,
      i tempi sono andati del passato;
      tutti gl'illustri tuoi si son dissolti
      in casse chiuse e in neri panni avvolti.

      Vivono in te solo persone ingrate
      alla materia dal bene già sviate,
      son solo belve ed avvoltoi rapaci
      che d'amor patrio più non son capaci.

      Come appassita pianta dell'alloro,
      non più ridente come gli anni d'oro,
      sol nell'orgoglio tuo mai svalutato
      rimani afflitto, là, dove sei nato.
      Nello Maruca
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        Scritta da: Nello Maruca
        Sentivo dir di te, Padre, che c'eri
        a mamma che a Maria ardeva ceri,
        sentivo dir che stavi in lontan loco
        quando raccolti s'era accanto al fuoco.
        Parlar sentivo d'Africa Orientale:
        Speriamo, si pregava, ritorni per Natale.
        Mamma in ginocchio: a Dio, tua volontà,
        fa che torni a questi bimbi il lor papà.

        Fa che ritorni a noi il gran tesoro:
        Così, faceanci cantare tutti in coro,
        fa che ritorni a noi il dolce amore
        che qui l'aspetta il pezzo del suo cuore.
        Io non sapevo l'Africa che fosse
        né capivo papà che dir volesse,
        ma un giorno don Arlia* nell'Omelia
        disse esser figlio alla Vergine Maria.

        Indi la mamma che m'avea per mano
        spiegommi che un papà l'ha ogni umano.
        Il tuo, mi disse, sta in altra Terra
        dove chiamato è a far la guerra.
        Ma tosto tornerà: Vedrai che bello!
        La casa allieterà come fringuello
        e mi descrisse, poi, la sua bellezza
        e il cuore mio fu colmo d'allegrezza.

        Fu nell'estate del quarantacinque
        che nelle braccia forti sue mi cinse,
        sul volto dipinto avea l'amore,
        forte batteva il piccolo mio cuore.
        Seguirono, ricordo, giorni felici,
        Non tornarono più: Furon fugaci.
        Furono quando la mano sua possente
        davami il senso d'essere saliente.

        Erano tempi duri, era la fame;
        necessitava ricercare il pane.
        Lo facesti, Papà, coi bidoni in mano
        andando dalla casa ancor lontano.
        A cavalcioni stavi ai respingenti
        di quei vagoni merce traballanti
        ché posto non era su miglior convoglio
        per chi non possedeva portafoglio.

        Fosti amico duro ma sincero,
        ti dimostrasti uomo, un uomo vero,
        burbero padre fosti m'affettuoso
        e pur nell'austerità giammai odioso.
        Sotto finzione della noncuranza
        d'amor profondo segno era presenza.
        Lo sguardo torvo, l'animo benevolo
        piccolo sorriso tradiva finto nuvolo.

        Mi torna alla memoria il tuo dispero
        allorquando finir potevo in cimitero.
        Er'avvilito, confuso e desolato:
        Ah! Povero figlio mio, che sfortunato.
        Ma tutto è solo nella mia memoria;
        l'Anima tua s'è alzata in aria
        e il ricordo ch'è nel mio pensiero
        è che di Te, Padre, fui e sono fiero.
        Nello Maruca
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          Scritta da: Nello Maruca

          La prece

          Quando il dispero l'alma avea invaso
          dell'ineluttabilità già persuaso
          un pensier fosco insinuò la mente
          e del cervello ne fu preminente
          per quel qualcosa che portommi via
          nella certezza ch'essere più non sia.
          Altro non era ragionar diverso
          ch'ogni pensier gentile era disperso.

          Prostato, un giorno, mi apprestai al Divino
          e grazia domandai pel mio destino,
          lo feci con fiducia mai avuta
          a Colui che sollievo dona, ama ed aiuta.
          Di naufrago che a tavol'aggrappato
          da fort'ondate a lungo sballottato
          che già fiducia tutta avea perduto
          e in quel relitto ebbe un fort'aiuto.

          Io aggrappommi all'Essere Supremo
          che della barca tiene timone e remo,
          pace Gli domandai con la mia prece
          e nella prece riedemi la perduta pace.
          Nello Maruca
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            Scritta da: Nello Maruca

            La carità

            Amore per chi odia e che non ama,
            amore per il debole e negletto,
            amore a chi ha sete di giustizia
            e amore per lo sciocco beffeggiato
            e ancora per lo storpio e per il cieco.
            Amore per il sano e l'ammalato,
            amore per il forte e per il debole
            e pure pel potente e pel meschino.
            Amore per il sole e per la luna
            e amore per la luce e per le tenebre,
            amore per la notte e per il giorno
            e pur'anco per ognuna le stagioni.
            Amore per le fonti e per i fiumi,
            amore per i laghi e per i mari,
            amore per i monti e per i piani
            e amore per i rettili e gl'uccelli.
            Amore per la fauna e per la flora,
            amore per il cielo e il firmamento
            e amore pel creato e Creatore,
            amor per tutto quanto ci circonda
            e amore del donare senz'avere.
            Quest'è la carità, la vera carità.
            Nello Maruca
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              Scritta da: Nello Maruca

              Il turbamento

              La vita è un pozzo fondo, senza fine
              ch'è pieno zeppo di miserie umane,
              per quanto tempo dura, fino alla fine,
              non son giornate che non siano vane.

              Per quanti sforzi son, per quanto t'opri,
              per quanto ti dibatti ed arrovelli,
              per quanto pace che bisogni copra
              non v'è cosa che plachi quel cervello.

              Non ragionamento che lo porta altrove,
              non problemi di natura maggiore,
              lo ritrovi ovunque e in ogni dove
              ch'è tutto scuro, pur bianco colore.

              Com'erba cattiva che su prato nasce
              che estirpata con certosina usanza
              in perseveranza presto rinasce
              a dimostrar dell'uomo l'impotenza.

              Così, quel turbamento, se si cheta
              riemerge, all'improvviso, dopo poco,
              nel cervello ritorna e non è quieta
              e fin che la vita è fa questo giuoco.

              Invero per chi ha credo è una sol via:
              è quella d'aggrapparsi al Sommo Iddio.
              Nello Maruca
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                Scritta da: Nello Maruca

                Il patimento

                In quel quarantatré, dai suoi albori
                di quante tristi cose furon'orrori,
                quante anormali cose ebber processo
                tutto in memoria bene m'è impresso.
                Per quanto m'opri e sproni l'intelletto
                su carta, certo, non può esser detto
                quel ch'ho vissuto e con mio occhio visto
                in quel periodo nero, infame e tristo.

                Aleggiava miseria tutt'intorno
                e pane non era più in nessun forno;
                grano non era né farina o pasta
                e pochi i viveri distribuiti a testa.
                La tessera donava misero diritto
                ad accedere a poco, grame vitto;
                la fame in ogni dove era perenne,
                da sofferenza vecchio era trentenne.

                Prodotto non donava più la terra;
                era periodo tristo, era la guerra!
                Manco erba era agli argini di via
                ch'er'estirpata che nascesse pria.
                Di medicina, poi, non era traccia
                e il patimento si leggeva in faccia.
                V'era, soltanto, del poco chinino
                che scarso lo teneva il tabacchino.

                Nessuno al piede più avea calzare,
                nessuno panni aveva da indossare.
                Occhio scavato, zigomo sporgente,
                testa cadente, sguardo triste e assente.
                Scalza la donna, macilenta e stanca
                di cenci avea coperto spalla e anca;
                gobba teneva e non avea vent'anni,
                curve le spalle per i molti affanni.

                Ovunque era sporcizia, era lordura,
                di scarafaggi piena ogni fessura;
                di cimice e di mosche era marea,
                pulci e pidocchi ahimè! Ognuno avea.
                Necessità del corpo fisiologica
                soddisfava in vaso di ceramica
                la donna, il maschio, con corruccio
                di cesso ne faceva ogni cantuccio.

                Mesta sonava la campana a lutto
                per annunciare della guerra il frutto;
                quel tocco come freccia il cuor passava,
                piangea la donna, ahimè, chi non tornava.
                Per quella guerra dal passo stanco e lento
                altro Virgulto risultava spento
                e la speme che nutria la giovinetta
                era infilzata dalla baionetta.

                Di fame sofferente e di stanchezza
                gente che perso avea casa e ricchezza
                giungeva con scarsi panni addosso
                ch'al sol vederla umano era commosso.
                Siamo sfollati, venivano dicendo,
                veniamo da lontano, veniamo da Trento.
                Avevamo mestiere professione e arte
                delle vostre miserie deh! Fateci parte.

                Dacché la guerra su nostra Terra regna
                destino cattivo i nostri animi segna;
                dacché l'odio è calato come lampo
                manco nella preghiera avemmo scampo.
                E noi, che poveri eravamo non meno d'essi
                in un abbraccio a loro stemmo commossi,
                le nostre alle loro lacrime mischiammo
                e l'un con l'altro un solo corpo fummo.

                Di militi a cavallo e giacca a vento
                era un esteso, grand'accampamento.
                Militi stavano a guardia per cancello
                e avevano disloco in area Polpicello,
                Portavano divise lacere a stellette
                e a pranzo sgranavano gallette
                con poco vitto ch'era in scatolame,
                per appagare i morsi della fame.

                In questo quadro triste e desolante
                v'era qualcosa, però, di sublimante.
                Era quel canto che s'innalzava al cielo
                da dentro le baracche a verde telo.
                Gl'inni di Patria che i militi intonavano
                con orgoglio pel cielo veleggiavano
                e nell'udirli: Grandezza del Divino!
                Non era fame, nemmen tristo destino.
                Nello Maruca
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                  Scritta da: Nello Maruca

                  Fatina

                  Per caso t'incontrai in quel paese
                  ove mai pensato avrei m'innamorassi
                  quando saltavo tra quei fossi e sassi
                  e, lesto, preparai il mio maggese.

                  Trascorso abbiamo già cinque cinquine,
                  di cinquina la sesta già cammina
                  e tu rimasta sei quella Fatina
                  ch'io intravidi quel dì tra le tendine.

                  In questi cinque già passati lustri
                  migliore non potevi farmi dono:
                  Gioielli son dal viso dolce e buono
                  quei cinque che donato m'hai di Astri.

                  In quest'anni di mutato hai solo gl'anni.
                  Per il resto sei com'eri: Dolce e buona
                  com'allora, dolce sei tuttora e buona
                  e mutato manco t'hanno i grand'affanni.

                  In trent'anni andati via divenuta
                  sei maestra di bontate e di dolcezza,
                  nell'alma tua c'è sempre giovinezza
                  e resti la Fatina che giammai muta.

                  Tanta tristezza mi riempie il cuore
                  il ricordo dei dì passati invano
                  quando tu, dolce com'ora, piano piano
                  mi donavi te stessa a tutte l'ore.

                  Sol mi consola l'accresciuto affetto
                  e par che le colpe un poco sminuisce
                  perché, per te, l'affetto non svanisce
                  ma rafforzar lo sento nel mio petto.

                  Or mio è il tuo male se malata sei,
                  se piangi tu, nel cuore lacrim'anch'io,
                  se stanca sei, ahimè, stanco son io,
                  contento son pur'io se tu contenta sei.

                  Tanto m'hai dato e tanto poco ho dato!
                  Ah! Se potessi indietro ritornare
                  amor d'amore tornerei ad amare
                  e sempre più vicino ti starei,
                  come al padrone il cagnolin fidato.
                  Nello Maruca
                  Composta mercoledì 30 novembre 1988
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