Poesie di John Keats

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Scritta da: mor-joy

Senza di te

Non posso esistere senza di te.
Mi dimentico di tutto tranne che di rivederti:
la mia vita sembra che si arresti lì,
non vedo più avanti.
Mi hai assorbito.
In questo momento ho la sensazione
come di dissolvermi:
sarei estremamente triste
senza la speranza di rivederti presto.
Avrei paura a staccarmi da te.
Mi hai rapito via l'anima con un potere
cui non posso resistere;
eppure potei resistere finché non ti vidi;
e anche dopo averti veduta
mi sforzai spesso di ragionare
contro le ragioni del mio amore.
Ora non ne sono più capace.
Sarebbe una pena troppo grande.
Il mio Amore è egoista.
Non posso respirare senza di te.
John Keats
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    Scritta da: mor-joy

    Che mi ami tu lo dici, ma con una voce...

    Che mi ami tu lo dici, ma con una voce
    più casta di quella d'una suora
    che per sé sola i dolci vespri canta,
    quando la campana risuona -
    Su, amami davvero!

    Che mi ami tu lo dici, ma con un sorriso
    freddo come un'alba di penitenza,
    Suora crudele di San Cupido
    Devota ai giorni d'astinenza -
    Su, amami davvero!

    Che mi ami tu lo dici, ma le tue labbra
    tinte di corallo insegnano meno gioia
    dei coralli del mare -
    Mai che s'imbroncino di baci -
    Su, amami davvero!

    Che mi ami tu lo dici, ma la tua mano
    non stringe chi teneramente la stringe.
    È morta come quella d'una statua.
    Mentre la mia brucia di passione -
    Su, amami davvero!

    Su, incendiamoci di parole
    e bruciandomi sorridimi - stringimi
    come devono gli amanti - su, baciami.
    E l'urna, poi, delle mie ceneri seppelliscila nel tuo cuore -
    Su, amami davvero!
    John Keats
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      Scritta da: mor-joy

      Fantasia

      Lascia sempre vagare la fantasia,
      È sempre altrove il piacere:
      E si scioglie, solo a toccarlo, dolce,
      Come le bolle quando la pioggia picchia;
      Lasciala quindi vagare, lei, l’alata,
      Per il pensiero che davanti ancor le si stende;
      Spalanca la porta alla gabbia della mente,
      E, vedrai, si lancerà volando verso il cielo.
      John Keats
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        Scritta da: Paul Mehis

        Non pensarci, mia cara

        Non pensarci, mia cara,
        Non pianger più:
        a sospirare impara,
        e di non tornare, diglielo tu!

        Dolcezza mia, non impallidire,
        Non mostrare il volto triste e sconsolato:
        Oppure, se vuoi, spargi pure una lacrima - se n'è andato -
        Si, certo, era nato per morire!

        Ancora cosi pallida? Piangi pure, allora, a profusione,
        Che le lacrime tue conterò nel sentire:
        Saranno per te una benedizione
        Negli anni a venire!

        Vedi? A lasciato i tuoi occhi più sfavillanti
        d'un soleggiato ruscello,
        e le tue melodie sussurranti
        Son ancora più dolci di quello!

        Pure, poiché lacrime e pianto son seguaci
        Delle gioie fuggenti,
        Insieme piangiamo: ma le note dolenti
        Del rimpianto intrecciate sian di baci.
        John Keats
        Composta domenica 29 novembre 2009
        dal libro "Poesie" di John Keats
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          Dici di amarmi

          Dici di amarmi, ma con un sorriso freddo come un'alba di settembre. Mi sorridi, lo vedo, ma il tuo sorriso non mi scalda. Dici di volermi bene, ma il tuo bene non mi abbraccia. Invece questo vorrei da te, un'amore da poter infilare come un morbido, carezzevole, soffice maglione di lana. Ne sei capace!?... Oh, amami davvero!
          John Keats
          Composta giovedì 24 settembre 2009
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Scritto nel giorno in cui Leigh Hunt uscì di prigione

            Benché imprigionato per aver detto il vero
            a un principe adulato, il generoso Hunt,
            in spirito immortale, libero si è serbato,
            come nobile allodola richiamata dal cielo.
            Lacchè dei Grandi, che cosa ti aspettavi?
            Ch'egli avrebbe fissato i muri della cella
            finché tu controvoglia ne riaprissi la porta?
            No! più alta e felice era già la sua sorte!
            Nelle corti di Spenser egli vagò, in pergole
            leggiadre, colse magici fiori, audace risalì,
            con Milton, i campi d'aria; e in feudi
            a lui certi da vero genio fece inebrianti voli.
            Chi potrà la sua fama funestare quando
            sarete morti tu e la tua ciurma di mariuoli?
            John Keats
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              Scritta da: Silvana Stremiz

              A mio fratello Giorgio

              Molti prodigi ho veduto stamane:
              il sole, che col primo bacio terse le lacrime
              dagli occhi dell'aurora; le corone d'alloro
              degli eletti, chine sull'aureo manto della sera;
              l'oceano, verdeazzurro, sterminato,
              e scogli, navi, grotte, aneliti e terrori;
              e la sua voce arcana che, a chi l'ode,
              fa meditare quello che sarà o è stato.
              E anche ora, Giorgio, che ti dedico il verso,
              Cinzia fra coltri di seta appena si profila,
              come fosse una sposa alla sua prima notte,
              e lascia intravedere le amorose giostre.
              Ma che sarebbero i prodigi in mare e cielo
              senza averti compagno al mio pensiero.
              John Keats
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                Scritta da: Silvana Stremiz

                Il grillo dei campi e il grillo del focolare

                Mai la terrestre poesia non muore.
                Quando tutti gli uccelli al solleone
                vengono meno e stan nascosti in mezzo
                la frescura degli alberi, una voce
                corre di siepe in siepe intorno al prato
                su cui appena passò rasa la falce:
                è del grillo dei campi, il capintesta
                nel tripudio d'estate, mai godere
                non cessa, perché quando a giuochi è stanco
                posa con agio sotto una grata erba.
                Fine non ha la poesia terrestre.
                D'inverno, in una sera solitaria,
                quando il silenzio è opera del gelo,
                strepe fuor della stufa il suon del grillo
                del focolare che col caldo sempre
                viene crescendo, e a uno che smarrito
                a mezzo sta fra sonno e veglia, il canto
                par del grillo dei campi ai colli erbosi.
                John Keats
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                  Scritta da: Silvana Stremiz

                  Sulla Gloria

                  Quale febbre ha mai l'uomo! Che guardare
                  ai suoi giorni mortali con il sangue
                  temperato non sa, che tutto sciupa
                  le pagine del libro della vita
                  e deruba virtù al suo buon nome.
                  È come se la rosa si cogliesse
                  da sé; o quand'è matura la susina
                  la sua scura lanugine raschiasse;
                  o a guisa di un folletto impertinente
                  la Naiade oscurasse la splendente
                  sua grotta di una tenebra fangosa.
                  Ma sullo spino lascia sé la rosa,
                  che vengano a baciarla i venti e grate
                  se ne cibino le api: e la susina
                  matura indossa sempre la sua veste
                  bruna, il lago non tocco ha di cristallo
                  la superficie. Perché dunque l'uomo,
                  importunando il mondo per averne
                  grazia, deve sciupar la sua salvezza
                  in obbedienza a un rozzo, falso credo?
                  John Keats
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                    Scritta da: Silvana Stremiz

                    Le stagioni umane

                    Quattro stagioni fanno intero l'anno,
                    quattro stagioni ha l'animo dell'uomo.
                    Egli ha la sua robusta Primavera
                    quando coglie l'ingenua fantasia
                    ad aprire di mano ogni bellezza;
                    ha la sua Estate quando ruminare
                    il boccone di miel primaverile
                    del giovine pensiero ama perduto
                    di voluttà, e così fantasticando,
                    quanto gli è dato approssimarsi al cielo;
                    e calmi ormeggi in rada ha nel suo Autunno
                    quando ripiega strettamente le ali
                    pago di star così a contemplare
                    oziando le nebbie, di lasciare
                    le cose belle inavvertite lungi
                    passare come sulla siglia un rivo.
                    Anche ha il suo Inverno di sfiguramento
                    pallido, sennò forza gli sarebbe
                    rinunciare alla sua mortal natura.
                    John Keats
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