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Poesie di Gb Chessa

Questo autore lo trovi anche in Racconti.

Scritta da: GiBì Chessa

La più grande rapina del secolo

Gianni è una persona intermedia.
Ho sognato di non aver più il pancione, di non essere più incinto,
e dalla posizione supina
riuscivo a vedere i miei piedi.
È strano vedersi i piedi. Ed essere guardato dai tuoi piedi.
In posizione eretta non li guardi, ti trasportano,
dondolandoti il corpo su cui sono attaccati i tuoi occhi,
cosicché, poche storie, non li vedi proprio, perché
ti ballonzola la vista al passo.

Gianni è il classico tipo che ti può trovar di tutto: hai bisogno di
un auto per fuggire al porto?
Te la trova. Ti trova auto, una prostituta,
un travestito, pappagalli verdi brasiliani,
droga e persino armi.
Armi a noleggio.
Armi a noleggio, è assurdo, non le paghi tanto.
Tanto non le usi.
Ma hai un'arma, e da quando nasciamo siamo disarmati,
è rassicurante, per quel che dura,
di fronte a questa vita improvvisa e veloce e feroce.
E siamo anche illusi e tosto disillusi.
A ondate talmente veloci che non hai il tempo di respirare,
infatti la nostra vita si chiama Apnea.

Gianni è una persona intermedia perché ha capito che
la libertà concessa a un uomo, un animale, una pianta, sta
negli interstizi della prigionia, del bisogno,
dell'esigenza, della fame e del dover andare regolarmente di corpo.
E così vive tra la libertà di essere solo
e il crampo dell'essere solo.
In mezzo. In un interstizio.
Perché la libertà non è mai a 360°.
È negli interstizi,
e Gianni l'ha capito,
e vivendo di questa percezione
ha fatto la più grande rapina del secolo.
Gb Chessa
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    Scritta da: Gb Chessa

    Il mestiere

    In questo preciso istante guardati le scarpe
    e posa quel cappello
    Questo che sentite è un crescendo d'archi
    suppongo settime aumentate
    ma forse è il solo tuo compito
    supporre settime aumentate,
    il tuo secondo lavoro, secondo solo al primo
    come per tutti gli uomini
    si, perché il vero mestiere dell'uomo è andarsene.
    Gb Chessa
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      Scritta da: Gb Chessa

      E il dolce

      E il dolce suicidio pervenne a monte
      ali gravide, procedette da ovest
      c'era gente impettita
      ma io nulla, morii lo stesso, indefesso.

      Il dolce suicidio soggiunse lo stesso
      esausto delle mie stesse geografie mentali
      sovvenne e ravvenne e soggiacette
      nonostante una totale assenza di tracce di lirismo.

      C'era un vento
      era giallo, come di gente che resta,
      grottescamente in un'aria di zolfo sinistra,
      forse era l'odore delle ceneri, una specie di incenso.

      Il dolce suicidio si chiamò con nomi di droghe inauditi
      terrificanti zampogne simboliche che tremavano terra al passo.
      Eppure il dolore era lì, dentro la gente che rimase,
      e il dolce suicidio prese terra e ali e zolfo
      ma soprattutto si prese il mio stato anagrafico.

      Fui zero, praticamente in una parola fui,
      l'unica parola che resta
      quando la brezza di due nodi tipica del dopo suicidio
      tesa brezza da est, lo segue e cancella il ricordo.

      C'era gente gialla, come di gente che resta vento,
      esausta delle sue stesse geografie mentali,
      che rimase dolore permanente, come in una costante di Bohr.

      Era il mio suicidio, eppure appartenne per sempre a quelli che restarono,
      nonostante un'assenza apparente di tracce di lirismo.
      Io ricordo il pianto di alcuni,
      come di bave colanti su zigomi assolti,
      come di bave colanti sopra un immacolata tenace assoluzione.

      E il dolce suicidio lo chiamavano con parole di Freud,
      di Kant e di Moliere, Shakespeare e tante altre salme impettite
      solo spettinate dalla nota brezza a due nodi del post-suicidio,
      il mio, ma anche di tutti, come un postulato di Bohr.

      Rimase il suicidio, ma soprattutto rimasi io,
      perché nel frattempo colò un Dio
      e divenni eterno
      di non so quale pasta eterna,
      tipo giallo, con odore di vento, teso, da est, due nodi,
      e guardo insieme a tutti gli esimi suicidi la gente che resta
      tesa, da est, a spergiurare dentro le proprie nauseanti geografie mentali,
      a scongiurare con segni di croce e rosari il proprio suicidio,
      tutto, perfettamente, in un apparente assenza di lirismo.
      Gb Chessa
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