Esordio col botto per Ariel Kleiman, ch’inscena genitori di figli partoriti & cresciuti con l'unico scopo di renderli assassini e/o assassinati. Una realtà di fatto indiscutibile, sistematica e universale. Il regista svela la menzogna schiantando il più atroc'e radicato dei tabù, ma l’uso della metafor'annacqua l'impatto del film, tant'è ch'incomprensioni e fraintendiment'interpretativi abbondano rigogliosamente. Verrebbe da pensare ch'i Taviani di “Padre padrone” (1977) siano stati più diretti e incisivi, tuttavia basta la (ri)lettura delle recensioni dell’epoca e s’è costretti a ricredersi.
Nel Google Earth del mercato cinematografico globale, Bollywood è la nuova mecca e Dev Patel n'è il Messia. Strapiazzato, e non strapazzato, da pubblico & critica, farà incetta di premi dell'Academy, chiedere a Danny Boyle che ha lanciat'il trend nel 2006 (8 statuette). Decente la Mara, ottima la Kidman, contraddittorio il film che corre su due binari opposti: la ricerca della madre biologica e l'elogio dell'adozione. Il serbatoio/cisterna d'acqua è quello che si tenta di far traboccare dai dotti lacrimali: un putèo che soffr'era già il vulnus d'un paio di pellicole del neorealismo.
Senza gridar'al prodigio, era dal 1° "Iron Man" che non trovavo un cinecomic così intrigante, forse grazie alla gestione del personaggio Marvel da parte non della Disney ma della Sony. I critici stroncano poiché sarebbe una deriva vers'un ormai datato modello di supereroe, io invece sono fra quelli che godono di questo ritorno all'origini. Un ritorno incredibilmente post- o anti-Millennial, non per bimbi frignoni cresciuti però ancora dipendenti dal pulp tarantiniano, bensì per adulti ch'affrontano senza tanti convenevoli lo splitting identitario. E se dietro a Tony Stark era impossibile non intraveder'Elon Musk, qui è altrettanto impossibile non intravedere nell'antagonista il lato inquietante dell'imprenditore sudafrican'o dei suoi (ex?) compari della Silicon Valley.
"Besson fa fronte alla crisi finanziaria della sua casa di produzione realizzando un action movie popolare e fracassone, col quale torn'ai fondamenti del suo cinema, al suo archetipo femminile e a un'epoca per lui più spensierata." Però il tempo passa, i fan di questo genere hanno visto tutto fatto prima e meglio e Luc non diverte più, dirigendo probabilmente il suo peggior film anche se cerca d'aggiornare i cliché con l'amicizia femminile, l'identità a matrioska della sua nuova eroina non credibile manco per un attimo e imbarazzanti anacronismi tecnologici. Delebilissimo tranne l'adrenalina che fiotta grazie alle due intramontabili hit dei Technotronic e degl'INXS.
Sulla decodifica del principale sistema di cifratura nazista non esiste solo già il film d'Apted "Enigma" del 2001, ma pure una sfilza di documentari da "History Channel" a "Focus". Tuttavia Tyldum adatta una biografia in cui l'enigma si riferisce a Turing stesso, al suo test per cercare di distinguer'il pensier'umano da quell'artificial'e al suo specifico problema di dar valore alla sfuggente diversità della mente d'ogni singolo individuo(*). Ciò fornirebbe una plausibile spiegazione alla diegesi non lineare, una storia raccontata su tre piani cronologici che rendon'il protagonista un rebus da risolvere. "The Imitation Game" è lo spunto d'inizio del suo articolo pubblicato nel 1950 su "Mind"(**), dove propose il criterio ch'oggi porta il suo (cog)nome, e di nuovo Tyldum l'applic'anzitutto a Turing, il quale fu costretto a imitare la normalità per nascondersi come spia e com'omosessuale. Un'opera insomma i cui vari e disparati elementi alludono sempre a una qualche sfaccettatura del personaggio interpretato da Cumberbatch. Cinema dunque non sperimentale ma nemmeno piattament'e convenzionalmente tradizionalista per compiacers'i favori dell'Academy, anzi mi spingo più in là: è la prima volta che vedo il plot arriagano a puzzle/incastro/mosaico usato non per complicare vicende altrimenti semplicistiche bensì per delineare una soggettività così complessa da esigerlo. Le numerose inesattezze storiche(***) non sminuiscono il fascino intrinseco di questa figura: la reinventano togliendo tanto quant'aggiungono. A es. brillante l'idea d'umanizzare la macchina e sconvolgente la question'etica sollevata dal dirigere la guerra disumanizzando noi, cioè decidendo di vit'e morti sulla base d'algoritmi matematico-statistici. Omess'invece la ginecomastia causata dalla castrazione chimica tramite assunzione d'estrogeni (simil'al Meat Loaf di "Fight Club") e il decesso provocato mangiand'una mela avvelenata con cianuro di potassio sulla falsariga di Biancaneve, fiaba da lui apprezzata sin da bambino. Troppo macchiettistico stile "Rain Man" o il Nash di "A Beautiful Mind"? Ma nel contesto scientifico si potrebbero pescare outsider un po' ovunque, dal Boltzmann osteggiato e suicìd'ai Mendel, Frege, Everett III così ignorat'in vita che per la frustrazione interrupper'o abiurarono i loro studi, dal Cantor afflitto da molteplici disturbi "nervosi" e più volte ricoverato in cliniche psichiatriche a Gödel, altro suicìda per inedia dovut'a ipocondria, fobia e paranoia. Lo script del film fu inserito nella blacklist 2011 delle migliori sceneggiature non prodott'a Hollywood, e difatti con biopic di questo calibro è impossibile steccare. "Forte, trionfante e tragico, il film può essere su un uomo che ha cambiato il mondo, ma è anche sul mondo che ha distrutto un uomo."
(*) "Sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose quelle che fanno cose che nessuno può immaginare."
(**a) https://academic.oup.com/mind/article/LIX/236/433/986238
(**b) https://www.csee.umbc.edu/courses/471/papers/turing.pdf
(***) https://www.historyvshollywood.com/reelfaces/imitation-game/
L'esperimento di Milgram fu un esperimento di psicologia sociale condotto a Yale nel luglio 1961, tre mesi dopo l'inizio del processo a Gerusalemme contr'il criminale di guerra nazist'Adolf Eichmann. Stanley Milgram concepì l'esperimento com'un tentativo di rispondere alla domanda: "È possibile ch'Eichmann e i suoi milioni di complici stessero semplicemente eseguendo degl'ordini?" La risposta ch'emerse è articolata in forma piramidale, gerarchica, organigrammatica: finché s'è sottoposti a qualche figura autoritaria, le si delega la responsabilità morale dell'ordine, salvo quel 37% a cui nell'86 Peter Gabriel dedicò un brano dell'album "So", "We Do What We're Told (Milgram's 37)" (https://music.youtube.com/watch?v=sMLlDBXtmX0); la sindrome gregaria dei più obbedisce a prescindere, dunque basta decapitar'i decision maker, la classe dirigente, l'élite intellettuale dei vinti, così com'i vincitori si premurarono di fare nel processo farsa di Norimberga, e li si rimpiazza/sostituisce coi sopraggiunti. Venne dimostrato ch'Eichmann rientrava in questa seconda categoria e pertanto fu condannato a morte per impìccagione. Nel libro del '63 la Arendt non applica un simile distinguo e si limita a coniare l'etichetta "la banalità del male", non affrontando l'ingegno evidenziato da chi quel male l'ha saputo ideare, organizzar'e comandare. Il film fa schìfo poiché non accenna mai a nulla di tutto ciò.
Com'in "Silence" di Scorsese, Andrew Garfield è di nuov'in Giappone col suo Credo nel Nazareno, stavolta nel ruolo di Desmond Doss, "a conti fatt'il prim'obiettore di coscienza nella storia dell'esercito americano": molto bene. "Doss ha sempre dichiarato apertamente la propria fede e non s'è mai pres'alcun merito circa la propria impresa; quest'ultimo va riconosciuto a Dio": bene, purché tale fede sortisca effetti pratici positivi. Mel Gibson lo ritrae mentre cura sia i commilitoni ch'i nemici nipponici: ottimo. "Ciò gli vals'il massimo riconoscimento militare per avere tratto in salvo ben 75 vittime proprio ad Hacksaw Ridge": "tratto in salvo"? Nessuno ricorda più la differenza tra salvare, curare, sopravvivere? Forse bisognerebbe chiederlo al padre di Doss, che mostra d'essere l'unico ad averlo capito. Hacksaw Ridge sarebbe stata conquistata grazie alle preghiere del protagonista prima del vittorioso assalto finale: "Dove sta il regista de 'La Passione di Cristo' e 'Apocalypto' in tutto ciò?" Domanda delirante, in quanto col suo Cristianesimo fondamentalista ha girat'un biopic che parte com'un inno alla non-violenza e si conclude col costantiniano "in hoc signo vinces", il biblico "Dio degl'eserciti" ("Dominus Deus sabaoth"). Er bigottone ci ha provato per metà film, poi ha gettato via la maschera e s'è sbracato.
"Non aspettatevi un film eccezionale o rivoluzionario, bensì tanta tradizione e tanto piacere per gli occhi." Esattament'al contrario, penso sia il miglior film nella storia della Disney. In apparenza non sembrava volerci molto: bastav'abiurare l'ideologia ultraconservatrice di Walt & Co. La rivoluzion'è giunta, ancora con qualche difetto ma i pregi sono tanti e tali ch'è impossibile sottovalutarli. L'alba d'una nuova scintilla per la multinazionale statunitense.
Docter ha svolto i compiti a casa: s'è letto il LeDoux di "The Emotional Brain" (1998, tr. it. dello stess'anno: "Il cervello emotivo"), ch'ipotizza 5 emozioni base (paura, amore, odio, rabbia, gioia, cf. https://books.google.com/?id=AxzbAAAACAAJ, nel film cambiat'in Paura, Tristezza, Disgusto, Rabbia, Gioia – Fear, Sadness, Disgust, Anger, Joy), e il Kosslyn di "The Case for Mental Imagery" (2006, cf. https://books.google.com/?id=igi-Z_w38CUC), che rimpiazza la novecentesca panlinguistica teoria della mente con quella dell'immagini mentali, e ciò spiana la strad'a una rappresentazion'iconica dell’attività psichica congeniale all'essere tradotta nel codice cinematografico (per un approfondimento si legga: “Pixar and the Brain Scientists” di Wai Chee Dimock, cf. https://lareviewofbooks.org/essay/pixar-and-the-brain-scientists). Un po' di psicoanalitiches'anglofono non guasta e così c'è pur'il Subconscio ("Unterbewusstsein") invece del termine corretto inconscio ("Unbewussten"). Come diceva nell’81 la pubblicità della Telefunken, "potevamo stupirvi con effetti speciali e colori ultravivaci" (https://www.youtube.com/watch?v=S3RuTgdhk3A), e difatti le 5 emozioni sono state antropomorfizzate in maniera particolare: Gioia ha le sembianze d'una stella, Tristezza ricord'una lacrima, Rabbia è un vivido fuoco, Paura assomigli'a un nervo e Disgusto a un broccolo. La sintesi conclusiva fra Gioia e Tristezza è anticipata dal colore blu, quello di Sadness, dei capelli di Joy, ma l’intera pellicola è un tripudio di fantasia ipercromatic'al potere (si pensi alla scena del Pensier'Astratto con riferimenti a Picasso, Kandisky/Kandinskij e Miró). Un'idea analoga era già venuta a Woody Allen nel 7° episodio del suo lavoro del ’72 e ai Farrelly d''"Osmosis Jones" nel 2001. Tuttavia la 15a produzione Pixar-Disney non si discosta dalla sua consuet'ideologia conformistica, reazionaria e distopica: l'immaginazione apparentemente sfrenata è al contrario sottomess'a rigidissimi vincoli contenutistici. Non sia mai che Riley, la protagonista 11enne, abbia il carattere d'una ribelle antifamilista, anzi: "Inside Out" gira dall'inizio alla fine attorno alla tabuizzazione di tal'eventualità, adottando qualsiasi espediente pur di censurare un simile scenario. E se deve morir'un personaggio, muore Bing Bong, l'amico immaginario immolato sull'altare d'un immutabile realismo. Nessun timore: roba del genere attecchisce sol'in cervelli già predisposti all'accondiscendenza verso lo status quo.
La sceneggiatur'alterna buone intuizioni a trucchi manipolativi/-ori che finiscono per compromettere l'importanza del messaggio e pure la storia d'amore fra le due star principali.
(*) "Sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose quelle che fanno cose che nessuno può immaginare."
(**a) https://academic.oup.com/mind/article/LIX/236/433/986238
(**b) https://www.csee.umbc.edu/courses/471/papers/turing.pdf
(***) https://www.historyvshollywood.com/reelfaces/imitation-game/