"Bela Lugosi's Dead Bela Lugosi's dead
Bela Lugosi's dead
Undead, undead, undead
Undead, undead, undead."
Bauhaus 1982, tormentone musicale del film. "Dead or undead", il cinem'italiano? Ma Bela Lugosi aka Drac.ula vive morèndo e muòre vivendo, come Sorrentino e Virzì, così involontariamente sc.ult da trascendere pur'il metacinematografico e raggiungere l'iperrealismo: più i loro lavori son'osceni, più diventano rappresentativi della realtà odierna e verranno ricordati nonché rivalutati proprio per il loro valore di testimonianza epocale.
Val'anche per gl'atei: potrebbero raggiungere la possibilità d'ottenere la salvezz'assoluta, eterna, massimale, cioè quell'in cui ogni negatività pregressa verrebbe definitivament'eliminata, ma sarebbe proprio il ricordo ancor'intatto di quella negatività a costituire un insormontabile ostacolo per accettare un simile traguardo.
Ciò fornirebb'un'inaudita esegesi della kafkiana "porta della Legge": l'impedimento non starebbe più nel guardiano o nel presunto legislatore, bensì ormai in noi stessi e nella nostr'esistenza martoriata. Insomm'un loop causale: per saper accogliere la Redenzione bisognerebb'essere già redenti.
Carriera quasi 20ennale, Chiesa parte dal cinem'impegnato e con ambizioni autoriali mentr'ora è spiaggiato su remake spagnoli, scritti con la moglie e prodotti dalla Colorado. Storia convenzionale s'una famiglia estesa/allargata, personaggi e attori da macchietta, dialoghi con risate o lacrime sporadiche e a comando, piacerà a chi s'accontenta di poco, molto poco.
Nella perenn'attesa d'uno script minimamente insolito, lo si soppianta con eccelse prestazioni attoriali fini a sé stesse. In questo caso è "terrific" solo l'utilizzo della tossicodipendenza com'espediente per il film.
Della vita vera di Maria Stuarda non c'è pressoché nulla: i creativi avrebber'il diritto di prender'a prestito e pretesto la storia per raccontare quel che gli pare, e così ha fatto Beau Willimon, sceneggiatore del film, de "Le idi di marzo" (Clooney, 2011) e di "House of Cards", ossessionato esclusivamente da intrighi e giochi di potere. I quali, s'ambientati nel tardo '500, acquisiscono pure l'atmosfere de "Il Trono di Spade" (titol'originale inglese: appunto "Game of Thrones"). Sempr'in inglese, PC è la sigla non solo di personal computer m'anche di politically correct[ness], e Willimon accatasta ogni hype del momento: oltr'ai già menzionati, la misandria del #metoo sotto forma d'una sorellanza regale accerchiata dai complotti dei perfidi maschi, e una sfrenat'apertur'al mondo LGBT, ch'è ridìcola appena i costumi ci ricordano l'inequivocabile contesto post-tridentino. "La licenza poetica non ammette vincoli": m'almeno ce ne fosse, un barlume di lirismo, in una telenovela ch'avrebbe sfiancato persino mia madre, RIP.
"Erano più che nemici, erano fratelli". Nel 2° lungometraggio della Golino questo modo di dire, frutto delle più amar'e invariate esperienz'umane, appare nella penultima o terzultima scena e poi basta. Non serviva inserire lo scontro in un cancer movie, non serviva la schizofrenia del voler essere originali costellando il film di riferimenti cinematografici nuovi e classici (Özpetek e Sorrentino, Fellini, Scola e Monicelli), non serviva il lieto fine (di gran lunga preferibile un finale aperto), non servivano Scamarcio e Mastandrea usati ancor'una volta come maschere della commedia dell'arte, sempr'uguali a sé stessi e sempre fedeli ad analoghi ruoli (recitano o si limitano a portare sullo schermo la loro personalità? Troppo coraggio a invertire le loro parti?), non serviva confondere la commedia italiana con un buddy movie. Boh.
La storia è vera e il film la riporta quasi fedelmente. M'infastidisce il costante prevalere del bipolarismo sull'ambivalenza: troppi "odi aut amo" al posto d'un più maturo "odi et amo".
Thriller/horror post-apocalittico con chissà quali presunti significati allegorico-sociali, mentr'invece è vero l'opposto: con la scusa del doppio livello di lettura, s'assiste a una sfilza ininterrotta di nefandezze crudeli e cruente strutturate com'un videogame.
Kammerspiel s'un marito insoddisfatto che sogna una vita, o una sessualità, più gratificante. Non ha il mordace sarcasmo di Polanski ("Carnage", 2011) né la pungente ironia d'uno dei tanti film d'Allen sul tema. Pur essendo la trasposizione della pièce "L'envers du décor" di Florian Zeller, è senz'una trama degna di questo nome: deficitaria di verve, gag, battute, è una commedia inutile. In confronto, il mucciniano "L'ultimo bacio" (2001), che racconta la medesima crisi maschile anticipata d'un paio di decenni, sembr'un'opera d'autore.
Nella metafora di Petzold, l'oggi non è così lontano da settant'anni fa, con persone che fuggivano dai nazisti di ieri come vicini ideali e senza tempo dei profughi odierni. Ma queste figure sono così esili, fantasmatiche ed ectoplasmatiche ch'essere in grado di identificarsi con loro è un'impresa ardua.
Bela Lugosi's dead
Bela Lugosi's dead
Undead, undead, undead
Undead, undead, undead."
Bauhaus 1982, tormentone musicale del film. "Dead or undead", il cinem'italiano? Ma Bela Lugosi aka Drac.ula vive morèndo e muòre vivendo, come Sorrentino e Virzì, così involontariamente sc.ult da trascendere pur'il metacinematografico e raggiungere l'iperrealismo: più i loro lavori son'osceni, più diventano rappresentativi della realtà odierna e verranno ricordati nonché rivalutati proprio per il loro valore di testimonianza epocale.
Ciò fornirebb'un'inaudita esegesi della kafkiana "porta della Legge": l'impedimento non starebbe più nel guardiano o nel presunto legislatore, bensì ormai in noi stessi e nella nostr'esistenza martoriata. Insomm'un loop causale: per saper accogliere la Redenzione bisognerebb'essere già redenti.