Poesie preferite da Maria Prisco


Scritta da: Lucio Dusso

Il dono

Il dono eccelso che di giorno in giorno
e d'anno in anno da te attesi, o vita
(e per esso, lo sai, mi fu dolcezza
anche il pianto), non venne: ancor non venne.
Ad ogni alba che spunta io dico: "È oggi":
ad ogni giorno che tramonta io dico:
"Sarà domani". Scorre intanto il fiume
del mio sangue vermiglio alla sua foce:
e forse il dono che puoi darmi, il solo
che valga, o vita, è questo sangue: questo
fluir segreto nelle vene, e battere
dei polsi, e luce aver dagli occhi; e amarti
unicamente perché sei la vita.
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    Scritta da: Maresa Schembri
    Sì. Detta così l'ispirazione:
    la mia libera fantasia s'appiglia
    sempre a quei luoghi dov'è umiliazione,
    dov'è sporcizia e tenebra e indigenza.
    Laggiù, laggiù, con più umiltà, più in basso, -
    di là si scorge meglio un altro mondo...
    Hai mai visto i bambini a Parigi
    o sul ponte i poveri d'inverno?
    Dischiudi gli occhi, schiudili al più presto
    sul fittissimo orrore della vita,
    prima che un grande nubifragio spazzi
    tutto quello che c'è nella tua patria, -
    lascia maturare il giusto sdegno,
    prepara al lavoro le braccia...
    E se non puoi, fa sì che in te si accumuli
    e divampi il fastidio e la mestizia...
    Ma di questo vivere mendace
    cancella l'untuoso rossetto
    e, come talpa timida, nasconditi
    sotto terra alla luce ed impietrisci,
    tutta la vita odiando con ferocia
    e tenendo in dispregio questo mondo,
    e, anche se tu non veda l'avvenire,
    dicendo no alle cose del presente!
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Chiesa veneziana

      Così, da sempre, come una memoria
      che mai giunge a sbiadirsi, che mai
      perde
      la traccia immaginosa, questa storia
      di pietra e d'acqua, di laguna verde,

      tratteggiata dai neri colombari
      delle mura, da lapidi di rosa,
      s'è fatta chiesa aperta agli estuari,
      all'incrocio dei venti. Non riposa

      mai tomba che non veda la sua morte
      frangersi ancora contro il nero eterno.
      E le gondole, battono alle porte
      i lugubri mareggi dell'inverno.
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Amore della vita

        Io vedo i grandi alberi della sera
        che innalzano il cielo dei boulevards,
        le carrozze di Roma che alle tombe
        dell'Appia antica portano la luna.

        Tutto di noi gran tempo ebbe la morte.

        Pure, lunga la vita fu alla sera
        di sguardi ad ogni casa, e oltre il cielo,
        alle luci sorgenti ai campanili
        ai nomi azzurri delle insegne, il cuore
        mai più risponderà?

        Oh, tra i rami grondanti di case e cielo
        il cielo dei boulevards,
        cielo chiaro di rondini!

        O sera umana di noi raccolti
        uomini stanchi uomini buoni,
        il nostro dolce parlare
        nel mondo senza paura.

        Tornerà tornerà,
        d'un balzo il cuore
        desto
        avrà parole?
        Chiamerà le cose, le luci, i vivi?

        I morti, i vinti, chi li desterà?
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          La cicala

          Appare volontà quel che fu caso,
          un eterno momento,
          ma l'occhio il naso suggellò veloce
          e la bocca nel vento
          ambigua errò per voce
          che sempre può parlare.

          Questo il ritratto e questo è il mare,
          un rudere che striscia
          nel suo vecchio calore.

          Così dall'ombra mosse
          una piccola biscia
          fuggendo il suo colore.
          Apparvero le fosse
          dei morti, il grigioverde
          dei topi e dei soldati.

          Ha i minuti contati
          la morte che perde
          e moltiplica i piedi.
          Nel sole che vedi
          è il sole che langue,
          il formicaio del sangue.
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Notturno nuziale

            Quando tu venisti, una notte, verso il suo letto, al buio,
            e le dicesti, piano, già sopra di lei: Non ti vedo, non ti sento.
            E la ghermisti con artiglio d'aquila, e tutta la costringesti nella tua forza
            riplasmandola in te con tal furore ch'ella perdette il senso d'esistere.
            E uno solo in due bocche fu il rantolo e misto fu il sangue e fu il ritmo perfetto,
            e dal balcone aperto la notte guardava con l'occhio d'una sola stella
            rossastra,
            e il sonno che seguì parve la morte, e immoti come cadaveri
            la tristezza dell'ombra vi vegliò sino all'alba.
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              Scritta da: Silvana Stremiz

              Sinfonia azzurra

              Venne in cerca di te
              nella calda notte, lungo le strade dai fanali azzurri.
              Tutte le strade, allora, la notte erano azzurre
              come le vie dei cieli,
              e il volto amato
              non si vedeva: si sentiva in cuore
              E ti trovò, o dolcezza, nell'ombra
              casta, velata d'un vapor di stelle.
              Fra quel tremolìo d'astri
              discesi in terra,
              in quell'azzurro di due firmamenti
              l'uno a specchio dell'altro, ella
              ella pure rispecchiò in te l'anima sua notturna.
              E ti seguì con passo di bambina
              senza sapere, senza vedere, tacita e fluida.
              E allor che il giorno apparve
              con fresco riso roseo su l'immenso turchino,
              non trovò più se stessa
              per ritornare.
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