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Scritta da: Silvana Stremiz
Poi che il romano Uccello lo stendardo
latino impose su l'itale terre
surgesti minaccioso baluardo.

Surgesti minaccioso e nelle guerre
che devastaron la campagna opima
gran nerbo di guerrieri entro rinserre.

Allora Duca non v'era non Reïna,
ma molti feditori e balestrieri
per il peggio dell'oste e la ruina.

Rozzo sorgevi allora, ma tra i neri
fianchi adunavi impavida coorte
d'uomini armati di coraggio e fieri.

Da i tuoi muri turriti da la forte
ossatura dei fianchi da i bastioni
le bertesche gittavano la morte

su i signori feudali, su i baroni
vogliosi di posar la man predace
su nuove terre e aver nuovi blasoni.

L'Evo Medio passò, ma non si tace
per anco il ferro: i Conti San Martino
nell'antico manier non hanno pace.

Il Torresan, secondo Attila, insino
questi colli per ordine di Francia
porta guerra con suo stuolo ferino.

Ma il Bassignana sua coorte slancia
e, mentre fra le braccia di Leonarda
meretrice quei dorme, ecco l'abbrancia.

Nel diruto castello fino a tarda
etade vive Donna Caterina
sposa esemplare in epoca beffarda.

E contro il Cardinale che Cristina
di Francia come sua suddita guarda
Don Filippo difende la Regina.

Per alcun tempo qui, quando la tarda
baronia declinò, ristette l'urna
che d'Arduino il cenere riguarda.

Ma invidïosa poi ladra notturna
viene coi bravi antica Marchesana,
l'urna si toglie e fugge taciturna.

O quante larve vivono d'arcana
vita in miei sogni! Parlano gli abeti
del grande parco, s'anima la piana

dei prati illustri. Appare fra i laureti
bella ospite del Re Carlo Felice
Maria Luisa da i grandi occhi inquieti

ed ecco il Re che un'era nuova indice,
ecco Maria Cristina sua consorte,
ecco risorta l'epoca felice.

Così mentre m'aggiro e su le morte
foglie premo col piede lungo il viale
mille imagini son da me risorte.

E tutto tace. Non il sepolcrale
silenzio rompe il suono delli squilli
non latrato di veltri. L'autunnale

luce è silente. Non canto di grilli
estivo e roco. Solo indefinito
fievole viene un suono di zampilli.

È il ferro di cavallo. Quivi ardito
sul delfino cavalca ancor Nettuno
di verdi-gialli licheni vestito.

Le sirene lapidee dal bruno
manto di musco accennano al ferrigno
Signor del luogo. E non risponde alcuno.

Però su l'acque in tempo eguale il Cigno
muove le palme con ritmo silente
e volge attorno l'occhio fiero e arcigno.

Sogna ancor forse Leda nelle intente
pupille nere lungo la divina
sponda d'Eurota? Ahimè, la Dea è assente.

Ma fra i mirti, fra i lauri la Regina
del luogo appare cavalcante e bionda
come bianca matrona bizantina.

Avanza il baio fino su la sponda
del bacino. Si specchia trepidante
la signora nell'acqua. E il sol la inonda.

E l'erme antiche memori di tante
Iddie pagane del bel mito assente
la rediviva Diana cavalcante

guatano immote, misteriosamente.
Guido Gozzano
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    Dal pavimento di musaico, snelli
    colonnati surgevano a spirale
    s'attorcevano in forma vegetale
    li acanti d'oro sotto i capitelli.

    Quivi posava un vaso - trionfale
    sculptura greca - e ai dì lontani e belli
    di Venere accorrean schiave a drappelli
    per colmarlo di mirra e d'aromale.

    E le turbe obliavano l'orrore
    aspirando l'aulir dell'incensiere
    lenitore d'affanni e di dolore.

    Simile a l'urna Voi amo vedere,
    dolce Signora, che col vostro amore,
    m'offerite la coppa del Piacere.
    Guido Gozzano
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Mammina diciottenne

      Non mai - dico non mai - così m'infiamma
      il senso d'una vita bella e forte
      come quando apparite nelle corte
      gonnelle d'alpinista, esile damma!

      Non m'irridete! Ché nessuna fiamma
      come costoro che vi fan coorte
      m'invita a seguitar la vostra sorte,
      o Margherita, giovinetta Mamma!

      O Margherita, mamma diciottenne,
      chinatevi sul bimbo vostro e ad ogni
      bacio s'unisca l'oro delle teste.

      Guardandovi così fu che mi venne
      come un rimorso di cattivi sogni
      e un desiderio di parole oneste.
      Guido Gozzano
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Il modello

        Perché non tenteremo la fortuna
        d'un bel sonetto biascicante in ore
        e dove il core rimi con amore
        e dove luna rimi con laguna?

        Pensiero! - E non bellezza inopportuna.
        Sincerità! - Il tema delle "otto ore".
        Amore! - Un tal che si trapassa il core
        per una sarta, al chiaro della luna.

        "Ma che arte, che lima!... Chi s'adopra,
        scrivendo, a farsi intendere con poca
        fatica, sarà valido e sincero... "

        Così farò. Così, lasciata l'opra
        del paiolo e del mestolo, la cuoca
        dirà con te: "Ma qui c'è del pensiero! ".
        Guido Gozzano
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          A un demagogo

          Tu dici bene: è tempo che consacri
          ai fratelli la mente che si estolle
          anche il poeta, citaredo folle
          rapido negli antichi simulacri!

          Non più le tempie coronate d'acri
          serti di rose alla Bellezza molle;
          venga all'aperto! Canti tra le folle,
          stenda la mano ai suoi fratelli sacri!

          E tu non mi perdoni se m'indugio,
          poiché di rose non si fanno spade
          per la lotta dei tuoi sogni vermigli.

          Ma un fiore gitterò dal mio rifugio
          sempre a chi soffre e sogna e piange e cade.
          Eccoti un fiore, o tu che mi somigli!
          Guido Gozzano
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            La loggia

            Noi ci vedemmo sotto cieli tetri,
            vite di Cipro, al tempo che tu arricci
            pochi rimasti pampini ed arsicci
            sui tralci immiseriti come spetri.

            Ci rivediamo che ricopri i vetri
            di verde folto, allacci di viticci
            e attingi coi tuoi grappoli biondicci
            la loggia, in alto, più di venti metri.

            Chi vede le tue prime foglie vizze,
            o loggia solatia, in Vigna Colta,
            come un'amica dolce ti ricorda.

            Tu fosti che indulgesti alle sue bizze,
            quando Centa vietava la raccolta
            alla piccola mano troppo ingorda.

            II.

            M'è caro, loggia, poi che le tue pigne
            la nuova luna di settembre invaia,
            piluccare i bei chicchi a centinaia
            fra le grandi compagini rossigne.

            Più mi compiaccio in te che nelle vigne,
            ma, poiché getto i fiocini ne l'aia,
            Centa s'avvede, Centa la massaia
            mi ricerca con l'iridi benigne.

            «Bevesti il latte che non è mezz'ora!
            Uva e latte dispandon per le membra
            tossico fino! Quella gola stolta!...»

            Sgridami, Centa! Sali come allora
            a condurmi pel braccio via! mi sembra
            che tu debba allevarmi un'altra volta...
            Guido Gozzano
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              Scritta da: Silvana Stremiz

              L'esilio

              Non ti conobbi mai. Ti riconosco.
              Perché già vissi; e quando fui ministro
              d'un rito osceno, agitator di sistro
              t'ho posseduta al limite d'un bosco.

              Bene ravviso il sopracciglio fosco
              le bande fulve... Chi segnò di bistro
              l'occhio caprino gelido sinistro?
              Or ti rivedo in un giardino tosco,

              vergine impura, dopo mille e mille
              anni d'esilio. Tu, fatta Britanna,
              scendi in Italia a ricercarvi il sogno.

              Sono tre mila anni che t'agogno!
              Ma com'è lungi il sogno che m'affanna!
              Dove sono la tunica e le armille?

              ii.

              Dove sono la tunica e le armille
              d'elettro che portavi a Siracusa?
              E le fontane e i templi d'Aretusa
              e l'erme e gli oleandri delle ville?

              Del tempo ti restò nelle pupille
              soltanto la lussuria che t'accusa,
              vergine impura dalla fronte chiusa
              tra le due bande lucide e tranquille.

              E questa sera tu lasci le danze
              (per quel ricordo al limite d'un bosco? )
              tutta fremendo, come un'arpa viva.

              Giungono i suoni dalle aperte stanze
              fin nel giardino... O bocca! Riconosco
              bene il profumo della tua genciva!
              Guido Gozzano
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                Scritta da: Silvana Stremiz

                Garessio

                Dalle finestre medioevali e oscure
                non più le dame guardano i cavalli
                e i cavalier passar per queste valli,
                corruscanti di lucide armature.

                Dalle finestre medioevali e oscure
                non più ridon le dame ai bei vassalli,
                ma i garofani bianchi, rossi, gialli
                protendono le gran capigliature...

                Pace e Silenzio! Fiori alle finestre
                che invitano a piacevoli pensieri!
                Ed ecco in alto, nel dirupo alpestre

                fra le balze dei ripidi sentieri
                Voi, o Maria, Voi che date al vento
                il dolce riso e i bei capelli neri!
                Guido Gozzano
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                  Scritta da: Silvana Stremiz

                  Fratelli

                  Nell'impero dell'acque e delle nubi
                  dove regnava il pecoraio e il gregge,
                  o Numero, già fatta è la tua legge
                  dalla potenza delli ordegni indubi.

                  Conduce un filo il moto che tu rubi
                  all'acqua e vola cento miglia e regge
                  gli opifici rombanti di pulegge
                  e di magli terribili e di tubi.

                  Ben riconosco il Verso tuo fratello
                  onnipossente Numero! Tu fai
                  a noi men disagevole il sentiero.

                  E il tuo parente più leggiadro e snello
                  ci fiorisce le soste di rosai
                  e di menzogne dolci più del Vero
                  Guido Gozzano
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                    Scritta da: Silvana Stremiz
                    Il corruscante cielo d'Oriente
                    a gran distesa lodano gli uccelli,
                    Aurora arrossa i bianchi capitelli
                    sul tempietto di Leda, intensamente.

                    Tolgon commiato tra le faci spente
                    gli ospiti stanchi. Un servo aduna i belli
                    fiori che inghirlandano i capelli
                    e li gitta allo stagno, indifferente.

                    Le rose aulenti nella notte insonne,
                    le rose agonizzanti, morte ai baci
                    nelle capellature delle donne,

                    scendon piano con l'alighe tenaci,
                    in su la melma livida e profonda,
                    con le viscide larve dei batraci.

                    II.

                    Pace alle rose in fondo dello stagno,
                    in loro fredda orrenda sepoltura;
                    pur anche la sua gran capellatura
                    dischioma l'olmo il pioppo ed il castagno.

                    Il cigno guata, mutolo e grifagno,
                    lo stagno ricolmarsi di frondura.
                    Silla, sognamo. Tutto ci assicura
                    l'ultima pace e l'ultimo guadagno.

                    Guarda, fratello: innumeri le foglie
                    attorte e rosse e gialle, senza strazio,
                    distaccansi dal ramo, lentamente;

                    la Madre antica in sé tutte le accoglie.
                    Sognamo, Silla, memori d'Orazio,
                    quel sogno confortante che non mente.

                    III.

                    Perché morire? La città risplende
                    in Novembre di faci lusinghiere;
                    e molli chiome avrem per origliere,
                    bendati gli occhi dalle dolci bende.

                    Dopo la tregua è dolce risapere
                    coppe obliate e trepide vicende -
                    bendati gli occhi dalle dolci bende -
                    novellamente intessere al Piacere.

                    Ma pur cantando il canti di Mimnerno
                    sento che morta è l'Ellade serena
                    in questo giorno triste ed autunnale.

                    L'anima trema sull'enigma eterno;
                    fratello, soffro la tua stessa pena:
                    attendo un'Alba e non so dirti quale.

                    IV.

                    Che giovò dunque il gesto di chi disse:
                    «Il gran Pan non è morto! Ecco la via
                    dell'allegrezze nove. Ovunque sia
                    dato l'annunzio del novello Ulisse!

                    Il flavo Galileo che ci afflisse
                    di tenebrore e di malinconia
                    e quella scialba vergine Maria
                    e quella croce diamo alle favisse!»?

                    Nulla giovò. L'impavide biasteme
                    non rianimeran lo spento sguardo
                    dei numi elleni sugli antichi marmi.

                    «Lor giuventude vive sol nei carmi.»
                    Secondo la parola del Vegliardo
                    il fato ineluttabile li preme.
                    Guido Gozzano
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