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Scritta da: Silvana Stremiz

«Ex voto»

S'alza la neve in pace;
la valle che s'imbianca
spicca sul cielo bruno.

Il Santuario tace
nella gran pace bianca
dove non c'è nessuno.

Nessuno per guarire
del male che lo strazia
più giunge di lontano...

Sol io potrei salire,
salire per la grazia:
mi rifarebbe sano...

Ma non vedrò la faccia
nera e la mitra aguzza...
Troppo ai bei dì sereni,

avvinto a quelle braccia
baciai la medagliuzza
tepente tra i due seni...
Guido Gozzano
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    La statua e il ragno crociato

    Io so il mistero di colei che abbassa
    l'antiche ciglia in vigilanza estrema,
    quasi, nel marmo trepidando, tema
    d'aggrovigliare un'esile matassa.

    Io so. Guardate contro il sole: passa
    dall'una all'altra mano e splende e trema
    il filo che un'epeira diadema
    conduce senza spola e senza cassa.

    Aracne fu pietosa. E chi non mai
    più rivedrà la terra sacra abbassa
    le ciglia illuse e vede il mare Egeo,

    vede una schiava al ritmo dei telai,
    appenderle dal plinto una matassa:
    e canta un canto dolce il gineceo.
    Guido Gozzano
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      Tra le sirene che Boecklin gittava
      nel fremito dell'onde verdazzurre
      una ne manca, appena adolescente,
      agile più di tutte e la più bella.

      Poiché non quella che supina ascolta
      il Tritone soffiare nella conca,
      non quella che si gode la bonaccia
      con tre scherzosi albàtri affaticati,

      e non quelle che fuggono al Centauro,
      l'una presa alle chiome, l'altra emersa
      con volto sorridente, l'altra immersa
      col busto, eretta con le gambe snelle:

      non tutte quelle vincono la grazia
      appena adolescente che abbandona
      il mare caro al grande basilese,
      il mare Azzurro per il mare Grigio!

      E al mare nostro più non resta viva
      che l'immagine fatta di memoria,
      svelta nel solco dove più ribolle
      la spuma e dove l'onda è tutta gemme!
      Guido Gozzano
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Ad un'ignota

        Tutto ignoro di te: nome, cognome,
        l'occhio, il sorriso, la parola, il gesto;
        e sapere non voglio, e non ho chiesto
        il colore nemmen delle tue chiome.

        Ma so che vivi nel silenzio; come
        care ti sono le mie rime: questo
        ti fa sorella nel mio sogno mesto,
        o amica senza volto e senza nome.

        Fuori del sogno fatto di rimpianto
        forse non mai, non mai c'incontreremo,
        forse non ti vedrò, non mi vedrai.

        Ma più di quella che ci siede accanto
        cara è l'amica che non mai vedremo;
        supremo è il bene che non giunge mai!
        Guido Gozzano
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          La preraffaelita

          Sopra lo sfondo scialbo e scolorito
          surge il profilo della donna intenta,
          esile il collo; la pupilla spenta
          pare che attinga il vuoto e l'infinito.

          Avvolta d'ermesino e di sciamito
          quasi una pompa religiosa ostenta;
          niuna mollezza femminile allenta
          l'esilità del busto irrigidito.

          Tien fra le dita de la manca un giglio
          d'antico stile, la sua destra posa
          sopra il velluto d'un cuscin vermiglio.

          Niuna dolcezza è ne l'aspetto fiero;
          emana da la bocca lussuriosa
          l'essenza del Silenzio e del Mistero.
          Guido Gozzano
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            Scritta da: Silvana Stremiz
            Non turbate il silenzio. Tutto tace
            verso la donna rivestita a lutto:
            la campagna, lo stagno, il cielo, tutto
            illude la dolente... O pace! Pace!

            O pace, pace! Poiché nulla spera
            ormai la donna declinante. Invano
            fiorisce di viole il colle e il piano:
            non ritorna per lei la primavera.

            Oh antiche primavere! Oh i suoi vent'anni
            oimè per sempre dileguati. Quanto,
            oh quanto ella ha sofferto e come ha pianto!
            Atroci sono stati i suoi affanni.

            Nulla più spera ormai: però la bella
            timida primavera che sorride
            dilegua la mestizia che la uccide,
            e un sogno antico in lei si rinnovella.

            Non pure ieri il piede ella volgea
            allo stagno che l'isola circonda?
            Ella recava un libro ove la bionda
            reina per il paggio si struggea:

            (avea il volume incisioni rare
            dove il bel paggio con la mano manca
            alla donna offeria la rosa bianca
            e s'inchinava in atto d'adorare).

            O sogni d'altri tempi, o tanto buoni
            sogni d'ingenuità e di candore,
            non sapevate il vuoto e il vostro errore
            o innocenti d'allor decameroni!

            Ella col libro qui venia leggendo
            e a quando a quando in terra s'inchinava
            la mammola, l'anemone, e la flava
            primula prestamente raccogliendo.

            Oh tutto Ella ricorda: le turchine
            rose trapunte della bianca veste,
            la veste bianca in seta, e la celeste
            fascia che le gonfiava il crinoline.

            Poi apriva il cancello, e il ponte stesso
            dove or riposa la persona stanca
            allora trascorreva agile e franca
            né s'indugiava come indugia adesso.

            Poi entrava nell'isola, e furtiva
            in fra il tronco del tremulo e del faggio
            guatava se al boschivo romitaggio
            l'amico del suo sogno conveniva.

            Oh tutto Ella ricorda! Ecco apparire
            l'Amato: giunge al margine del vallo
            dell'acque, e raffrenato il suo cavallo
            il cancello la supplica d'aprire.

            "Non dunque accetta è l'umile dimanda
            del vostro paggio, o bella castellana?
            Combattuto ha per voi; fatto gualdana
            egli ha per voi, magnifica Jolanda. "

            Egli disse per gioco. D'un soave
            sorriso ella rispose: assai le piacque
            il madrigale, ed al di là dell'acque,
            sorridendo d'amor, getta la chiave.

            Oh tutto Ella rammemora. Non fu
            ieri? No, non fu ieri. Il lungo affanno
            ella dunque già scorda? O atroce inganno
            quel dolce aprile non verrà mai più...

            Non turbate il silenzio. Tutto tace
            verso la donna rivestita a lutto,
            la campagna, lo stagno, il cielo, tutto
            illude la dolente... O pace, pace!
            Guido Gozzano
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              Scritta da: Silvana Stremiz

              La falce

              I.

              Giugno. Per le finestre il sole inonda
              la bella stanza d'una luce aurina:
              freme la messe ai solchi della china,
              la messe ormai matureggiante e bionda.

              La bruna sposa sede alla vicina
              cuna ancor vuota: pare ch'Ella asconda
              un gran segreto quando l'occhio inchina
              al seno stanco che l'amor feconda.

              È la cuna ancor vuota, ma Ella sente
              che l'ora dell'avvento è assai vicina
              che ben presto il Messia sarà presente.

              E a quel pensiero il bruno capo inchina
              al lavoro sottil, le mani adopra
              su le fasce su i lini su la trina.

              ii.

              Ottobre. Per i vetri Autunno inonda
              la bella stanza delle luci estreme:
              vanno i bifolchi cospargendo il seme
              su per la china con canzon gioconda.

              La sposa agonizzante in su la sponda
              del letto sta riversa e più non geme
              e accanto a lei nato e morto insieme
              è il bambino difforme. Una profonda

              quiete è d'intorno: sopra il lin vermiglio
              tutto di sangue che un baglior rischiara
              la sposa muore, bianca come un giglio.

              La Morte, intanto, il feretro prepara:
              e l'alba di diman la madre e il figlio
              saran racchiusi nella stessa bara.
              Guido Gozzano
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                Scritta da: Silvana Stremiz
                Perché nel vetro di Boemia antica,
                dopo un'ora, già langue l'aromale
                fior che m'offerse la mia dolce Amica?

                Ché la verbena vi languisce, quale
                la Donna amante il biondo Garcilaso
                già martoriata dal segreto male.

                Io so quel male: il calice del vaso
                la bella mano - o gran disavventura! -
                col ventaglio d'avorio urtò per caso.

                E pur bastò. La lieve incrinatura
                è insanabile ormai; il morituro
                fiore s'inchina, stanco, nell'arsura,

                ché la ferita del cristallo duro
                tacitamente compie tutto il giro
                per cammino invisibile e sicuro.

                Vanisce l'acqua e muore il fiore. Io miro
                il calice mortifero che serba
                quasi non traccia di ferita in giro,

                e una assai trista simiglianza e acerba
                sento fra il vetro e il calice d'un cuore
                sfiorato a pena da una man superba.

                La ferita da sé, senza romore,
                il calice circonda nel rotondo
                e il fior d'amore a poco a poco muore.

                Il cuor che sano e forte pare al mondo
                sèrpere senta la segreta pena
                in cerchio inesorabile e profondo.

                E pur la mano l'ha sfiorata a pena...
                Perché nel vetro di Boemia antica,
                dopo un'ora, già langue la verbena

                che vi compose la mia dolce Amica?
                Guido Gozzano
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                  Scritta da: Silvana Stremiz
                  Il volto un poco inchina
                  - né triste né giocondo -
                  sopra il seno infecondo
                  la Donna sibillina.

                  Il piucheumano mesto
                  volto sacerdotale
                  l'assembra una vestale
                  senza parola e gesto.

                  Da lunga data tiene
                  i frutti contro il seno,
                  né i polsi vengon meno
                  nella fatica lene.

                  Ardon di pari ardore
                  i frutti della Terra
                  ch'Ella commisti serra
                  con quelli dell'Amore.

                  E nel suo cuore ascoso
                  un brivido la scuote:
                  pensa dolcezze ignote
                  in braccio dello Sposo.

                  Quando l'Annunciatore
                  verrà nel suo cospetto
                  recando il bacio e il detto
                  del dolce suo Signore,

                  allor su l'origliere
                  per Lui tutti disserra
                  e i frutti della Terra
                  e i frutti del Piacere.
                  Guido Gozzano
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                    Scritta da: Silvana Stremiz
                    Laudata sii dal figlio
                    che, compiuti vent'anni
                    oggi lascia li inganni
                    ritorna come giglio.
                    Oggi il candor riceve
                    sull'anima perduta
                    della bianca caduta
                    in terra prima neve,
                    se la tua mano fina
                    sì tenera e sì affranta
                    recando l'Ostia Santa
                    verso di lui s'inchina.
                    Egli che tu ben sai
                    per motivo nessuno
                    ai ginocchi d'alcuno
                    non si prostese mai,
                    ai tuoi ginocchi indice
                    l'umilicordia e attende
                    mentre i labbri protende
                    all'ostia redentrice.
                    Oggi, lasciati i gaudi
                    e i canti del Piacere,
                    solleva l'incensiere
                    di tutte le sue laudi.
                    Laudata per l'amore
                    - il solo di sua vita -
                    per sua dolce infinita
                    pazienza nel dolore.
                    Eretta sullo stelo
                    o Rosa adamantina
                    invitta a la ruina,
                    invitta a lo sfacelo,
                    la casa il gran valore
                    sorregge di sue vene,
                    come i solchi trattiene
                    la radice di un fiore.
                    Più che la laboriosa
                    femina dell'Ebreo,
                    Madre di Galileo,
                    o madre mia dogliosa,
                    voglio esaltarti: voglio
                    su le tempie che adoro
                    recingere l'alloro
                    del mio protervo orgoglio.
                    Laudata sii. Il greve
                    peso dell'esser mio
                    nel mese che un iddio
                    nasceva su la neve
                    tu desti in luce. Forse
                    venne l'Annunciatore
                    e il bacio del Signore
                    anche al tuo labbro porse?
                    O sogno! Allora anch'io
                    (il supremo che agogno
                    sogno è raggiunto. O sogno!)
                    son figlio d'un iddio?

                    Ho un biasimo solo dal quale
                    saprai la mia gioia di vita.
                    Perché non mi hai fatto immortale?
                    Guido Gozzano
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