Scritta da: Silvana Stremiz
Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.

Signore e signorine -
le dita senza guanto -
scelgon la pasta. Quanto
ritornano bambine!

Perché nïun le veda,
volgon le spalle, in fretta,
sollevan la veletta,
divorano la preda.

C'è quella che s'informa
pensosa della scelta;
quella che toglie svelta,
né cura tinta e forma.

L'una, pur mentre inghiotte,
già pensa al dopo, al poi;
e domina i vassoi
con le pupille ghiotte.

Un'altra - il dolce crebbe -
muove le disperate
bianchissime al giulebbe
dita confetturate!

Un'altra, con bell'arte,
sugge la punta estrema:
invano! Ché la crema
esce dall'altra parte!

L'una, senz'abbadare
a giovine che adocchi,
divora in pace. Gli occhi
altra solleva, e pare

sugga, in supremo annunzio,
non crema e cioccolatte,
ma superliquefatte
parole del D'Annunzio.

Fra questi aromi acuti,
strani, commisti troppo
di cedro, di sciroppo,
di creme, di velluti,

di essenze parigine,
di mammole, di chiome:
oh! Le signore come
ritornano bambine!

Perché non m'è concesso -
o legge inopportuna! -
il farmivi da presso,
baciarvi ad una ad una,

o belle bocche intatte
di giovani signore,
baciarvi nel sapore
di crema e cioccolatte?

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.
Guido Gozzano
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    La via del rifugio

    Trenta quaranta,
    tutto il Mondo canta
    canta lo gallo
    risponde la gallina...

    Socchiusi gli occhi, sto
    supino nel trifoglio,
    e vedo un quatrifoglio
    che non raccoglierò.

    Madama Colombina
    s'affaccia alla finestra
    con tre colombe in testa:
    passan tre fanti...

    Belle come la bella
    vostra mammina, come
    il vostro caro nome,
    bimbe di mia sorella!

    ... su tre cavalli bianchi:
    bianca la sella
    bianca la donzella
    bianco il palafreno...

    Ne fare il giro a tondo
    estraggono le sorti.
    (I bei capelli corti
    come caschetto biondo

    rifulgono nel sole. )
    Estraggono a chi tocca
    la sorte, in filastrocca
    segnado le parole.

    Socchiudo gli occhi, estranio
    ai casi della vita.
    Sento fra le mie dita
    la forma del mio cranio...

    Ma dunque esisto! O Strano!
    Vive tra il Tutto e il Niente
    questa cosa vivente
    detta guidogozzano!

    Resupino sull'erba
    (ho detto che non voglio
    raccorti, o quatrifoglio)
    non penso a che mi serba

    la Vita. Oh la carezza
    dell'erba! Non agogno
    cha la virtù del sogno:
    l'inconsapevolezza.

    Bimbe di mia sorella,
    e voi, senza sapere
    cantate al mio piacere
    la sua favola bella.

    Sognare! Oh quella dolce
    Madama Colombina
    protesa alla finestra
    con tre colombe in testa!

    Sognare. Oh quei tre fanti
    su tre cavalli bianchi:
    bianca la sella,
    bianca la donzella!

    Chi fu l'anima sazia
    che tolse da un affresco
    o da un missale il fresco
    sogno di tanta grazia?

    A quanti bimbi morti
    passò di bocca in bocca
    la bella filastrocca
    signora delle sorti?

    Da trecent'anni, forse,
    da quattrocento e più
    si canta questo canto
    al gioco del cucù.

    Socchiusi gli occhi, sto
    supino nel trifoglio,
    e vedo un quatrifoglio
    che non raccoglierò.

    L'aruspice mi segue
    con l'occhio d'una donna...
    Ancora si prosegue
    il canto che m'assonna.

    Colomba colombita
    Madama non resiste,
    discende giù seguita
    da venti cameriste,

    fior d'aglio e fior d'aliso,
    chi tocca e chi non tocca...
    La bella filastrocca
    si spezza d'improvviso.

    "Una farfalla! " "Dài!
    Dài! " - Scendon pel sentiere
    le tre bimbe leggere
    come paggetti gai.

    Una Vanessa Io
    nera come il carbone
    aleggia in larghe rote
    sul prato solatio,

    ed ebra par che vada.
    Poi - ecco - si risolve
    e ratta sulla polvere
    si posa della strada.

    Sandra, Simona, Pina
    silenziose a lato
    mettonsile in agguato
    lungh'essa la cortina.

    Belle come la bella
    vostra mammina, come
    il vostro caro nome
    bimbe di mia sorella!

    Or la Vanessa aperta
    indugia e abbassa l'ali
    volgendo le sue frali
    piccole antenne all'erta.

    Ma prima la Simona
    avanza, ed il cappello
    toglie ed il braccio snello
    protende e la persona.

    Poi con pupille intente
    il colpo che non falla
    cala sulla farfalla
    rapidissimamente.

    "Presa! " Ecco lo squillo
    della vittoria. "Aiuto!
    È tutta di velluto:
    Oh datemi uno spillo! "

    "Che non ti sfugga, zitta! "
    S'adempie la condanna
    terribile; s'affanna
    la vittima trafitta.

    Bellissima. D'inchiostro
    l'ali, senza rintocchi,
    avvivate dagli occhi
    d'un favoloso mostro.

    "Non vuol morire! " "Lesta!
    Ché soffre ed ho rimorso!
    Trapassale la testa!
    Ripungila sul dorso! "

    Non vuol morire! Oh strazio
    d'insetto! Oh mole immensa
    di dolore che addensa
    il Tempo nello Spazio!

    A che destino ignoto
    si soffre? Va dispersa
    la lacrima che versa
    l'Umanità nel vuoto?

    Colombina colombita
    Madama non resiste:
    discende giù seguita
    da venti cameriste...

    Sognare! Il sogno allenta
    la mente che prosegue:
    s'adagia nelle tregue
    l'anima sonnolenta,

    siccome quell'antico
    brahamino del Pattarsy
    che per racconsolarsi
    si fissa l'umbilico.

    Socchiudo gli occhi, estranio
    ai casi della vita;
    sento fra le mie dita
    la forma del mio cranio.

    Verrà da sé la cosa
    vera chiamata Morte:
    che giova ansimar forte
    per l'erta faticosa?

    Trenta quaranta
    tutto il Mondo canta
    canta lo gallo
    canta la gallina...

    La Vita? Un gioco affatto
    degno di vituperio,
    se si mantenga intatto
    un qualche desiderio.

    Un desiderio? Sto
    supino nel trifoglio
    e vedo un quatrifoglio
    che non raccoglierò.
    Guido Gozzano
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      Scritta da: Antonella Marotta

      Cocotte

      Ho rivisto il giardino, il giardinetto
      contiguo, le palme del viale,
      la cancellata rozza dalla quale
      mi protese la mano ed il confetto...

      "Piccolino, che fai solo soletto?"
      "Sto giocando al Diluvio Universale"
      Accennai gli strumenti, le bizzarre
      cose che modellavo nella sabbia,
      ed ella si chinò come chi abbia
      fretta d'un bacio e fretta di ritrarre
      la bocca, e mi baciò tra le sbarre
      come si bacia un uccellino in gabbia.

      Sempre ch'io viva rivedrò l'incanto
      di quel volto tra le sbarre quadre!
      La nuca mi serrò con le mani ladre;
      ed io stupivo di vedermi accanto
      al viso, quella bocca tanto, tanto
      diversa dalla bocca di mia Madre!

      "Piccolino, ti piaccio che mi guardi?
      Sei qui pei bagni? Ed affittate là?"
      Subito mi lasciò, con negli sguardi
      un vano sogno (ricordai più tardi)
      un vano sogno di maternità...

      "Una cocotte..."

      "Che vuol dire mammina?"
      "Vuo dire che è una cattiva signorina:
      non bisogna parlare alla vicina!"
      Co-co-tte... La strana voce parigina
      dava alla mia fantasia bambina
      un senso buffo d'uovo e di gallina...

      Pensavo deità favoleggiate:
      i naviganti e l'Isole Felici...
      Co-co-tte... le fate intese a malefici
      con cibi e bevande affatturate...
      Fate saranno, chi sa quali fate,
      e in chi sa quali tenebrosi offici!

      Un giorno -giorni dopo- mi chiamò
      tra le sbarre fiorite di perbene:
      "O piccolino, che non mi vuoi più bene?"
      "È vero che sei una cocotte? "
      Perdutamente rise... E mi baciò
      con le pupille di tristezza piene

      Tra le gioie defunte e i disinganni
      dopo vent'anni, oggi si ravviva
      il tuo sorriso... Dove sei, cattiva
      signorina? Sei viva? Come inganni
      (meglio per te non essere più viva!)
      la discesa terribile degli anni?

      Oimè! Da che non giova il tuo belletto
      e il cosmetico già fa mala prova
      l'ultimo amante disertò l'alcova...
      Uno, sol uno: il piccolo folletto
      che donasti d'un bacio e d'un confetto,
      dopo vent'anni, oggi, ti ritrova

      in sogno, e t'ama, in sogno, e dice: T'amo!
      Da quel mattino dell'infanzia pura
      forse ho amato te sola, o creatura!
      Forse ho amato te sola! E ti richiamo!
      Se leggi questi versi di richiamo
      ritorna a chi t'aspetta, o creatura!

      Vieni, Che importa se non sei più quella
      che mi baciò quattrenne? Oggi t'agogno,
      o vestita di tempo! Oggi ho bisogno
      del tuo passato! Ti rifarò bella
      coma Carlotta, come Graziella,
      come tutte le donne del mio sogno!

      Il mio sogno è nutrito d'abbandono,
      di rimpianto. Non amo che le rose che non colsi.
      Non amo che le cose che potevano essere e non sono state...
      Vedo la casa; ecco le rose
      del bel giardino di vent'anni or sono!

      Oltre le sbarre il tuo giardino intatto
      fra gli eucalipti liguri si spazia...
      Vieni! T'accoglierà l'anima sazia.
      Fa' che io riveda il tuo volto disfatto;
      ti bacerò: rifiorirà nell'atto,
      sulla tua bocca l'ultima tua grazia.

      Vieni! Sarà come se a me, per mano,
      tu riportassi me stesso d'allora,
      il bimbo parlerà con la Signora.
      Risorgeremo dal tempo lontano.
      Vieni! Sarà come se a te, per mano,
      io riportassi te, giovane ancora.
      Guido Gozzano
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        L'amica di nonna Speranza

        Loreto impagliato e il busto d'Alfieri, di Napoleone,
        i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto!)

        il caminetto un po' tetro, le scatole senza confetti,
        i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro,

        un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve,
        gli oggetti con mònito, salve, ricordo, le noci di cocco,

        Venezia ritratta a musaici, gli acquerelli un po' scialbi,
        le stampe, i cofani, gli albi dipinti d'anemoni arcaici,

        le tele di Massimo d'Azeglio, le miniature,
        i dagherottipi: figure sognanti in perplessità,

        il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone
        e immilla nel quarto le buone cose di pessimo gusto,

        il cùcu dell'ore che canta, le sedie parate a damasco
        chermisi... rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta!

        I fratellini alla sala quest'oggi non possono accedere
        che cauti (hanno tolte le fodere ai mobili: è giorno di gala)

        ma quelli v'irrompono in frotta. È giunta è giunta in vacanza
        la grande sorella Speranza con la compagna Carlotta.

        Ha diciassette anni la Nonna! Carlotta quasi lo stesso:
        da poco hanno avuto il permesso d'aggiungere un cerchio alla gonna;

        il cerchio ampissimo increspa la gonna a rose turchine:
        più snella da la crinoline emerge la vita di vespa.

        Entrambe hanno uno scialle ad arancie, a fiori, a uccelli, a ghirlande:
        divisi i capelli in due bande scendenti a mezzo le guance.

        Son giunte da Mantova senza stanchezza al Lago Maggiore
        sebbene quattordici ore viaggiassero in diligenza.

        Han fatto l'esame più egregio di tutta la classe. Che affanno
        passato terribile! Hanno lasciato per sempre il collegio.

        O Belgirate tranquilla! La sala dà sul giardino:
        fra i tronchi diritti scintilla lo specchio del Lago turchino.

        Silenzio, bambini! Le amiche - bambini, fate pian piano! -
        le amiche provano al piano un fascio di musiche antiche:

        motivi un poco artefatti nel secentismo fronzuto
        di Arcangelo del Leuto e di Alessandro Scarlatti;

        innamorati dispersi, gementi il "core" e "l'augello",
        languori del Giordanello in dolci bruttissimi versi:

        ... caro mio ben
        credimi almen,
        senza di te
        languisce il cor!
        Il tuo fedel
        sospira ognor
        cessa crudel
        tanto rigor!
        Carlotta canta, Speranza suona. Dolce e fiorita
        si schiude alla breve romanza di mille promesse la vita.

        O musica, lieve sussurro! E già nell'animo ascoso
        d'ognuna sorride lo sposo promesso: il Principe Azzurro,

        lo sposo dei sogni sognati... O margherite in collegio
        sfogliate per sortilegio sui teneri versi del Prati!

        Giungeva lo Zio, signore virtuoso di molto riguardo,
        ligio al Passato al Lombardo-Veneto e all'Imperatore.

        Giungeva la Zia, ben degna consorte, molto dabbene,
        ligia al Passato sebbene amante del Re di Sardegna.

        "Baciate la mano alli Zii! " - dicevano il Babbo e la Mamma,
        e alzavano il volto di fiamma ai piccolini restii.

        "E questa è l'amica in vacanza: madamigella Carlotta
        Capenna: l'alunna più dotta, l'amica più cara a Speranza. "

        "Ma bene... ma bene... ma bene... " - diceva gesuitico e tardo
        lo Zio di molto riguardo - "Ma bene... ma bene... ma bene...

        Capenna? Conobbi un Arturo Capenna... Capenna... Capenna...
        Sicuro! Alla Corte di Vienna! Sicuro... sicuro... sicuro... "

        "Gradiscono un po' di marsala? " "Signora Sorella: magari. "
        E sulle poltrone di gala sedevano in bei conversari.

        "... ma la Brambilla non seppe... - È pingue già per lErnani;
        la Scala non ha più soprani... - Che vena quel Verdi... Giuseppe!...

        "... nel marzo avremo un lavoro - alla Fenice, m'han detto -
        nuovissimo: il Rigoletto; si parla d'un capolavoro. -

        "... azzurri si portano o grigi? - E questi orecchini! Che bei
        rubini! E questi cammei?... La gran novità di Parigi...

        "... Radetzki? Ma che! L'armistizio... la pace, la pace che regna...
        Quel giovine Re di Sardegna è uomo di molto giudizio! -

        "È certo uno spirito insonne... -... è forte e vigile e scaltro.
        "È bello? - Non bello: tutt'altro... - Gli piacciono molto le donne...

        "Speranza! " (chinavansi piano, in tono un po' sibillino)
        "Carlotta! Scendete in giardino: andate a giuocare al volano! "

        Allora le amiche serene lasciavano con un perfetto
        inchino di molto rispetto gli Zii molto dabbene.

        Oimè! Ché giocando, un volano, troppo respinto all'assalto,
        non più ridiscese dall'alto dei rami d'un ippocastano!

        S'inchinano sui balaustri le amiche e guardano il Lago,
        sognando l'amore presago nei loro bei sogni trilustri.

        "... se tu vedessi che bei denti! - Quant'anni? - Vent'otto.
        - Poeta? Frequenta il salotto della Contessa Maffei! "

        Non vuole morire, non langue il giorno. S'accende più ancora
        di porpora: come un'aurora stigmatizzata si sangue;

        si spenge infine, ma lento. I monti s'abbrunano in coro:
        il Sole si sveste dell'oro, la Luna si veste d'argento.

        Romantica Luna fra un nimbo leggero, che baci le chiome
        dei pioppi arcata siccome un sopracciglio di bimbo,

        il sogno di tutto un passato nella tua curva s'accampa:
        non sorta sei da una stampa del Novelliere Illustrato?

        Vedesti le case deserte di Parisina la bella
        non forse? Non forse sei quella amata dal giovane Werther?

        "... Mah!... Sogni di là da venire. - Il Lago s'è fatto più denso
        di stelle -... che pensi?... - Non penso... - Ti piacerebbe morire?

        "Sì! - Pare che il cielo riveli più stelle nell'acqua e più lustri.
        Inchìnati sui balaustri: sognano così fra due cieli...

        "Son come sospesa: mi libro nell'alto!... - Conosce Mazzini...
        - E l'ami? - Che versi divini!... Fu lui a donarmi quel libro,

        ricordi? Che narra siccome amando senza fortuna
        un tale si uccida per una: per una che aveva il mio nome. "

        Carlotta! Nome non fine, ma dolce! Che come l'essenze
        risusciti le diligenze, lo scialle, le crinoline...

        O amica di Nonna conosco le aiuole per ove leggesti
        i casi di Jacopo mesti nel tenero libro del Foscolo.

        Ti fisso nell'albo con tanta tristezza, ov'è di tuo pugno
        la data: vent'otto di Giugno del mille ottocento cinquanta.

        Stai come rapita in un cantico; lo sguardo al cielo profondo,
        e l'indice al labbro, secondo l'atteggiamento romantico.

        Quel giorno - malinconia! - vestivi un abito rosa
        per farti - novissima cosa! - ritrarre in fotografia...

        Ma te non rivedo nel fiore, o amica di Nonna! Ove sei
        o sola che - forse - potrei amare, amare d'amore?
        Guido Gozzano
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          Scritta da: Luisa Marcangeli
          Nonno, l'argento della tua canizie
          rifulge nella luce dei sentieri
          passi tra i fichi, i susini e i peri
          con nelle mani un cesto di primizie:
          "Le piogge di Settembre già propizie | gonfian sul ramo i fichi bianchi e neri,
          susine claudie varietà pregiata di susine...
          a chi lavori e speri
          Gesù concede tutte le delizie" Mi specchio ancora nello specchio rotto
          rivedo i finti frutti d'alabastro...
          Ma tu sei morto e non c'è più Gesù.
          Guido Gozzano
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            La differenza

            Penso e ripenso:-Che mai pensa l'oca
            gracidante alla riva del canale?
            Pare felice! Al vespero invernale
            protende il collo, giubilando roca.

            Salta starnazza si rituffa gioca:
            né certo sogna d'essere mortale
            né certo sogna il prossimo Natale
            né l'armi corruscanti della cuoca.

            -O pàpera, mia candida sorella,
            tu insegni che la Morte non esiste:
            solo si muore da che s'è pensato.

            Ma tu non pensi. La tua sorte è bella!
            Ché l'esser cucinato non è triste,
            triste è il pensare d'esser cucinato.
            Guido Gozzano
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              Scritta da: Silvana Stremiz

              La Befana

              Discesi dal lettino
              son là presso il camino,
              grandi occhi estasiati,
              i bimbi affaccendati

              a metter la scarpetta
              che invita la Vecchietta
              a portar chicche e doni
              per tutti i bimbi buoni.

              Ognun, chiudendo gli occhi,
              sogna dolci e balocchi;
              e Dori, il più piccino,
              accosta il suo visino

              alla grande vetrata,
              per veder la sfilata
              dei Magi, su nel cielo,
              nella notte di gelo.

              Quelli passano intanto
              nel lor gemmato manto,
              e li guida una stella
              nel cielo, la più bella.

              Che visione incantata
              nella notte stellata!
              E la vedono i bimbi,
              come vedono i nimbi

              degli angeli festanti
              nè lor candidi ammanti.
              Bambini! Gioia e vita
              son la vision sentita

              nel loro piccolo cuore
              ignaro del dolore.
              Guido Gozzano
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                Scritta da: Silvana Stremiz

                Parabola

                Il bimbo guarda fra le dieci dita
                la bella mela che vi tiene stretta;
                e indugia - tanto è lucida e perfetta -
                a dar coi denti quella gran ferita.

                Ma dato il morso primo ecco s'affretta:
                e quel che morde par cosa scipita
                per l'occhio intento al morso che l'aspetta...
                E già la mela è per metà finita.

                Il bimbo morde ancora - e ad ogni morso
                sempre è lo sguardo che precede il dente -
                fin che s'arresta al torso che già tocca.

                "Non sentii quasi il gusto e giungo al torso! "
                Pensa il bambino... Le pupille intente
                ogni piacere tolsero alla bocca.
                Guido Gozzano
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