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Scritto da: Carla Reale
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Luci:
Il corpo androgino di una ragazza.
La chiamavano la stanza dei compromessi quella.
Lei, la testa rada, gli occhi di chi forse guarda ma tuttavia non vede, un feto di adulto posato sul pavimento gelido.
Il tempo non scorreva nella stanza dei compromessi.
L'inesorabile ripetersi del medesimo non essere non può essere definito tale, impossibile una correlazione fra non vivere e divenire.
Il tempo non scorreva nella stanza dei compromessi, ma.
Ma poi, forse dopo anni o magari solo dopo pochi secondi (data la natura incerta della storia), agli occhi parve di scorgere una luce nuova. Ne fu stravolta.
Quello che fino a poco prima aveva creduto essere l'unico, il solo, l'infinito mondo, era ora un infinitamente piccolo, una realtà protetta con confini definiti, mura di cristallo.
Da quel lì nacquero i giorni, e i primi passarono con l'inquietudine dell'acquisita certezza. Ma sicché indietro non si torna, da allora vi fu ogni qualvolta un compromesso in meno. Gli occhi vispi rubavano ogni giorno l'essenza di qualcosa di nuovo di ciò che era così lontano.
Ogni cosa la dominava sempre più, ma nulla le aveva veramente rubato l'anima, finché le vide. Finché le vide le farfalle. Le vide volare alte come ... [segue »]

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