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Scritto da: Mariella Buscemi
Sono in dormiveglia. Certo, c'è una gran bella differenza tra l'avere dormito tutta notte e vedere bagliori, strappi e stralci di aurora e, invece, semi-aprire gli occhi adesso, verso le ore del crepuscolo che con abbraccio tentacolare si appropinqua ad avvolgere la tenebra; di nuovo, la tenebra. Conosciuta, familiare tenebra. Sto sempre lì, ad inciampare, occhi sgranati, mani avanti a sperare di toccare per tempo il fatidico ostacolo contro cui sistematicamente sbattere e che ti sbarra la strada. In questi suoni ed odori conosciuti di casa mia, so distinguere l'avvicinarsi minaccioso di spigoli che mi lascerebbero lividi, tappeti sui quali inciampare a causa della frangia che, presa da vita propria, trovo sollevata, come fosse una trappola. Tasto il muro freddo alla ricerca dell'interruttore. Tac: lampadina fulminata! Ok, sono a casa mia, becco la porta in pieno - chi l'avrà lasciata a metà - e riesco ad arrivare sino al comodino, apro il cassetto in cerca di una torcia. Trovata! Ecco! Pile scariche. Faccio scivolare di nuovo la mano dentro al cassetto e finalmente mi ruota sul palmo la superficie cilindrica ed allungata di una candela. Cerchiamo i fiammiferi adesso. Che Odissea! Sfrego un cerino sulla parte ruvida della scatola, accendo la candela. È un finto giorno, una finta luce, un finto "ci vedo". Meglio spegnerla ed aspettare luce vera, dell'alba, del giorno, di vita, significasse anche non chiudere occhio tutta notte!

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