Poesie inserite da Silvana Stremiz

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Scritta da: Silvana Stremiz

Al padre

Dove sull'acque viola
era Messina, tra fili spezzati
e macerie tu vai lungo binari
e scambi col tuo berretto di gallo
isolano. Il terremoto ribolle
da due giorni, è dicembre d'uragani
e mare avvelenato. Le nostre notti cadono
nei carri merci e noi bestiame infantile
contiamo sogni polverosi con i morti
sfondati dai ferri, mordendo mandorle
e mele dissecate a ghirlanda. La scienza
del dolore mise verità e lame
nei giochi dei bassopiani di malaria
gialla e terzana gonfia di fango.

La tua pazienza
triste, delicata, ci rubò la paura,
fu lezione di giorni uniti alla morte
tradita, al vilipendio dei ladroni
presi fra i rottami e giustiziati al buio
dalla fucileria degli sbarchi, un conto
di numeri bassi che tornava esatto
concentrico, un bilancio di vita futura.

Il tuo berretto di sole andava su e giù
nel poco spazio che sempre ti hanno dato.
Anche a me misurarono ogni cosa,
e ho portato il tuo nome
un po' più in là dell'odio e dell'invidia.
Quel rosso del tuo capo era una mitria,
una corona con le ali d'aquila.
E ora nell'aquila dei tuoi novant'anni
ho voluto parlare con te, coi tuoi segnali
di partenza colorati dalla lanterna
notturna, e qui da una ruota
imperfetta del mondo,
su una piena di muri serrati,
lontano dai gelsomini d'Arabia
dove ancora tu sei, per dirti
ciò che non potevo un tempo - difficile affinità
di pensieri - per dirti, e non ci ascoltano solo
cicale del biviere, agavi lentischi,
come il campiere dice al suo padrone:
"Baciamu li mani". Questo, non altro.
Oscuramente forte è la vita.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Natale

    Natale. Guardo il presepe scolpito,
    dove sono i pastori appena giunti
    alla povera stalla di Betlemme.
    Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
    salutano il potente Re del mondo.
    Pace nella finzione e nel silenzio
    delle figure di legno: ecco i vecchi
    del villaggio e la stella che risplende,
    e l'asinello di colore azzurro.
    Pace nel cuore di Cristo in eterno;
    ma non v'è pace nel cuore dell'uomo.
    Anche con Cristo e sono venti secoli
    il fratello si scaglia sul fratello.
    Ma c'è chi ascolta il pianto del bambino
    che morirà poi in croce fra due ladri?
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Lettera alla madre

      "Mater dolcissima, ora scendono le nebbie,
      il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
      gli alberi si gonfiano d'acqua, bruciano di neve;
      non sono triste nel Nord: non sono
      in pace con me, ma non aspetto
      perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
      da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi
      come tutte le madri dei poeti, povera
      e giusta nella misura d'amore
      per i figli lontani. Oggi sono io
      che ti scrivo. " - Finalmente, dirai, due parole
      di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto
      e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore
      lo uccideranno un giorno in qualche luogo. -
      "Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo
      di treni lenti che portavano mandorle e arance,
      alla foce dell'Imera, il fiume pieno di gazze,
      di sale, d'eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,
      questo voglio, dell'ironia che hai messo
      sul mio labbro, mite come la tua.
      Quel sorriso m'ha salvato da pianti e da dolori.
      E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
      per tutti quelli che come te aspettano,
      e non sanno che cosa. Ah, gentile morte,
      non toccare l'orologio in cucina che batte sopra il muro
      tutta la mia infanzia è passata sullo smalto
      del suo quadrante, su quei fiori dipinti:
      non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
      Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,
      morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dolcissima mater."
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Povero Catullo

        Povero Catullo, smetti di vaneggiare,
        e quello che vedi  perduto, consideralo perduto.
        Brillarono un tempo per te giorni luminosi,
        quando andavi dovunque ti conduceva lei,
        amata da noi quanto non sarà amata mai nessuna.
        Lì allora si facevano quei tanti giochi d'amore,
        che tu volevi e a cui lei non si negava.
        Brillarono davvero per te un tempo giorno luminosi.
        Ora lei non vuole più: Anche tu non volere, benché incapace di dominarti.
        Non correre dietro a chi fugge, e non essere infelice,
        ma con cuore risoluto resisti, non cedere.
        Addio, fanciulla, ormai Catullo resiste,
        non ti verrà a cercare, non pregherà più te che non vuoi;
        ma tu ti dorrai se non sarai cercata.
        Sciagurata, povera te! Che vita ti aspetta?
        Chi verrà da te ora? Chi ti vedrà bella?
        Chi amerai ? Di chi dirai di essere?
        Chi bacerai? A chi morderai le labbra?
        Ma tu , Catullo, resisti, non cedere.
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Quegli mi appare esser proprio un dio

          Quegli mi appare esser proprio un dio,
          anzi, se fosse lecito, egli è sopra un dio,
          perché seduto in fronte a te,
          lui se ne sta tranquillo a guardarti e ascoltarti,
          mentre sorridi dolce:
          e invece a me, infelice, svelli del tutto i sentimenti.
          Ché non appena ti vedo, Lesbia, non mi sopravvive un filo di voce.
          Ma s'intorpida la lingua, e una fiamma sottile mi scorre entro le membra,
          le orecchie dentro mi ronzano cupe, e la notte ricopre entrambi i miei lumi.
          Catullo, il tempo libero è la tua rovina, ché troppo ti esalta e ti eccita.
          L'ozio ha distrutto anche re e città un tempo felici.
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Per l'Anno dei Folli (preghiera)

            O Maria, fragile madre,
            ascoltami, ascoltami adesso
            anche se non so le tue parole.
            Ho in mano il nero rosario, con il suo Cristo d'argento,
            non è prediletto da Dio
            perché io sono l'infedele.
            Ciascuno dei grani è tondo e duro tra le mie dita,
            è un piccolo angelo nero.
            O Maria, concedimi questa grazia,
            concedimi di cambiare,
            sebbene io sia brutta,
            sommersa dal mio stesso passato,
            dalla mia stessa follia.
            Anche se ci sono delle sedie
            io sono sdraiata sul pavimento.
            Solo le mie mani sono salve
            toccando i grani del rosario.
            Una parola dopo l'altra, ci incespico dentro.
            Una principiante, sento la tua bocca toccare la mia.

            Conto i grani come se fossero onde
            che mi martellano contro,
            saperne il numero mi fa ammalare,
            afflitta, afflitta nel cuore dell'estate
            e la finestra sopra di me
            è la sola che mi ascolta, il mio essere goffo.
            Dà in abbondanza, è rilassante.
            L'elargitrice del respiro
            lei, mormora,
            i suoi polmoni esalano come quelli di un enorme pesce.

            Sempre più vicina
            è l'ora della mia morte
            mentre mi risistemo il volto, divento come prima,
            come prima dello sviluppo, con i capelli diritti.
            Tutto ciò è morte.
            Nella mente vi è un esile vicolo chiamato morte
            ed io mi muovo lungo di esso come
            nuotando nell'acqua.
            Il mio corpo è inutile.
            È disteso, accucciato come un cane su un tappeto.
            Si è arreso.
            Qui non ci sono parole se non quelle apprese a metà,
            l'Ave Maria e piena di grazia.
            Ora sono entrata nell'anno senza parole.
            Noto la strana entrata e l'esatto voltaggio.
            Esistono senza parole.
            Senza parole una può toccare il pane
            e riceverlo
            senza emettere alcun suono.

            O Maria, tenero medico, vieni con polveri ed erbe
            perché sono nel centro.
            È veramente piccolo e l'aria è grigia
            come in una casa a vapore.
            Mi porgono del vino come a un bambino si porge del latte.
            Appare in un bicchiere di delicata fattura,
            con la boccia circolare e l'orlo sottile.
            Il vino ha un colore denso, muffa e segreto.
            Il bicchiere si solleva da solo tendendo verso la mia bocca
            e me ne accorgo e lo capisco
            soltanto perché è successo.

            Io ho questa paura di tossire
            ma non parlo,
            la paura della pioggia, la paura del cavaliere
            che arriva galoppando nella mia bocca.
            Il bicchiere si inclina da solo
            e io prendo fuoco.
            Vedo due sottili righe che mi bruciano rapide giù per il mento.
            Mi vedo come se mi vedesse un altro.
            Sono stata tagliata in due.

            O Maria, apri le tue palpebre,
            io sono nel dominio del silenzio,
            nel regno della pazzia e del sonno.
            C'è sangue qui
            ed io l'ho mangiato.
            O madre del grembo,
            sono venuta soltanto per il sangue?
            O piccola madre
            Sono dentro i miei pensieri.
            Sono rinchiusa nella casa sbagliata.
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              Scritta da: Silvana Stremiz
              Altri mai foco, stral, prigione o nodo
              sì vivo e acuto, e sì aspra e sì stretto
              non arse, impiagò, tenne e strinse il petto,
              quanto 'l mì ardente, acuto, acerba e sodo.
              Né qual io moro e nasco, e peno e godo,
              mor'altra e nasce, e pena ed ha diletto,
              per fermo e vario e bello e crudo aspetto,
              che 'n voci e 'n carte spesso accuso e lodo.
              Né fûro ad altrui mai le gioie care,
              quanto è a me, quando mi doglio e sfaccio,
              mirando a le mie luci or fosche or chiare.
              Mi dorrà sol, se mi trarrà d'impaccio,
              fin che potrò e viver ed amare,
              lo stral e 'l foco e la prigione e 'l laccio.
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                Scritta da: Silvana Stremiz
                Arbor felice, aventuroso e chiaro.
                Onde i due rami sono al mondo nati,
                che vanno in alto, e son già tanto alzati,
                quanto raro altri rami unqua s'alzâro:
                rami che vanno ai grandi Scipi a paro,
                o s'altri fûr di lor mai più lodati
                (ben lo sanno i miei occhi fortunati,
                che per bearsi in un d'essi miraro),
                a te, tronco, a voi rami, sempre il cielo
                piova rugiada, sì che non v'offenda
                per avversa stagion caldo, né gelo.
                La chioma vostra e l'ombra s'apra e stenda
                verde per tutto; e d'onorato zelo
                odor, fior, frutti a tutt'Italia renda.
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                  Scritta da: Silvana Stremiz
                  Se così come sono abietta e vile
                  donna, posso portar sì alto foco,
                  perché non debbo aver almeno un poco
                  di ritraggerlo al mondo e vena e stile?
                  S'Amor con novo, insolito focile,
                  ov'io non potea gir, m'alzò a tal loco,
                  perché non può non con usato gioco
                  far la pena e la penna in me simìle?
                  E, se non può per forza di natura,
                  puollo almen per miracolo, che spesso
                  vince, trapassa e rompe ogni misura.
                  Come ciò sia non posso dir espresso;
                  io provo ben che per mia gran ventura
                  mi sento il cor di novo stile impresso.
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