Scritta da: Poetaadieta

D'ictus

Lampo d'accecante candore
m'abbaglia ed oscura la mente,
una fitta di lancinante dolore
mi avvisa che può, silente.
È il corpo non mio, lo sento,
quello che sfugge al controllo,
perché mai, certo non mento,
ho paventato un simile tracollo.
Ma come puoi, avido mostro,
crudele portatore di sventura,
bastardo figlio d'un creato nostro,
tentare di portarmi a morte sicura.
Con il tutto che ancor ho da fare
e del già fatto il non voluto oblio,
credi proprio ch'io non sappia lottare,
per della maggior vita il desio.
D itemi, luminari d'acquisita scienza,
o professori di folgorante carriera,
ditemi, dottori di sapiente esperienza,
ch'io posso sopravvivere alla sorte nera.
Non può, un figlio di puttana,
macellarmi a suo piacimento
e della mia carne, invero ancor sana,
cibarsi e satollarsi a suo godimento.
Crepa, ictus sordido e maledetto,
che con me la tua lama s'è spezzata;
ho vinto e la vita ho benedetto,
da consumar mai così agognata.
Certo non son quello di prima,
e di alcuni l'eccesso schivo,
ma come la luce vedo ogni mattina,
mi sorprendo sussurrare allo specchio: io vivo.

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