Scritta da: Iris Vignola

Triste il pensiero di chi l'ha fatto verbo

Alberi sacri, sembran meditare,
l'ombre li sovrastano.
Immobili custodi della morte,
respirano, dove il respiro s'è fermato,
dove i sogni han preso il volo,
per disgregarsi in cielo.
S'è arrestato il tempo,
tra sepolcri infioriti
ed altri oramai dimenticati.
In essi, rivive unicamente il ricordo di chi è stato.
Non più s'ode voce, dai corpi distesi,
palpebre han serrato gli occhi,
la carne, putrefatta,
divengon polvere l'ossa.
Miseranda fine della spoglia,
che s'avrebbe voluta infinita.
Miserevolmente sconfitta,
la materia, allo spirito, s'inchina.
Incongruenza d'un viver mendace e fittizio,
nel concepir la vita come vero.
Triste il pensiero di chi l'ha fatto verbo,
senza alcunché di dubbio,
considerandolo sinonimo di fine eterna,
nella certezza che non resti nulla
e tutto, alfin, ridotto solo a cenere.
Né anime immortali, né vite alternative
e sempiterne.
Bieca visione sconfortante, nel precluderci la speme,
nel proclamar insignificante il senso d'esser vivi,
confidando nel significato, a noi, velato.
Nel mesto cimitero solitario,
il vento smuove le fronde e s'aggira fra le tombe,
sibilando piano, acciocché non spegner lumi accesi,
con gran rispetto,
dacché non ledere il silenzio
cingente, in un abbraccio, quell'angolo di pace,
in cui tutto tace, bensì alcun non possa udire.

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