Le migliori poesie di Pier Paolo Pasolini

Poeta, scrittore, regista e attore, nato domenica 5 marzo 1922 a Bologna (Italia), morto domenica 2 novembre 1975 a Roma (Italia)
Questo autore lo trovi anche in Frasi & Aforismi e in Film come regista.

Scritta da: ariavita

Esistenza

Ritrovarmi in questo ovale
con un legame vitale
in solitudine a volteggiare
con l 'infinito aspettare
di qualcosa.
Sognare
di poter camminare
in un nuoto perpetuo
di pensieri
intravedendo una luce bianca.
La fine di tutto.
Uno schiocco
Un pianto.
La nascita della vita in bracccio a giganti biancheggianti.
Crescendo vidi cose senza senso
cosciente del perduto collettivo senno.
Vidi uomini con biancheggianti vestiti
baciare e non procreare
di fronte a un freddo altare
in nome di una croce
e un continuo narrare.
Esseri travestiti
professare falsi miti
e scuole dove si imparava a vivere
lasciando l'intelligenza reprimere.
Sicuri di un tranquillo lavoro
si sedevano su un falso trono
lasciando che un finto quadrato
rubassero loro gli anni d'oro.
Ed ora piano piano mi invecchio
sperando ancora in un qualche cambiamento.
Disteso in un biancheggiante letto
rimango cosciente che della vita
e delle esperienze connesse ad essa
non mi interessa piu niente.
Tutto improvvisamente si illumina di bianco
e mi appresto al grande salto.
Ma con me non posso portare nient'altro
che un tatuaggio
situato dentro al cuore
con impresso dentro il nome
di quella persona che in questa vita
mi diede tanto amore.
Pier Paolo Pasolini
Composta sabato 23 luglio 2011
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    Scritta da: Phantastica

    Timor di me?

    Oh, un terribile timore;
    La lietezza esplode
    Contro quei vetri al buio
    Ma tale lietezza, che ti fa cantare in voce
    È un ritorno dalla morte: e chi può mai ridere -
    Dietro, sotto il riquadro del cielo annerito
    Riapparizione ctonia!
    Non scherzo: ché tu hai esperienza
    Di un luogo che non ho mai esplorato,
    UN VUOTO NEL COSMO
    È vero che la mia terra è piccola
    Ma ho sempre affabulato sui luoghi inesplorati
    Con una certa lietezza, quasicché non fosse vero
    Ma tu ci sei, qui, in voce
    La luna è risorta;
    le acque scorrono;
    il mondo non sa di essere nuovo e la sua nuova giornata
    finisce contro gli alti cornicioni e il nero del cielo
    Chi c'è, in quel VUOTO DEL COSMO,
    che tu porti nei tuoi desideri e conosci?
    C'è il padre, sì, lui!
    Tu credi che io lo conosca? Oh, come ti sbagli;
    come ingenuamente dai per certo ciò che non lo è affatto;
    fondi tutto il discorso, ripreso qui, cantando,
    su questa presunzione che per te è umile
    e non sai invece quanto sia superba
    essa porta in sé i segni della volontà mortale della maggioranza -
    L'occhio ilare di me mai disceso agli Inferi,
    ombra infernale vagolante
    nasconde
    E tu ci caschi
    Tu conosci di ciò che è realtà solo quell'Uomo Adulto
    Ossia ciò che si deve conoscere;
    lei, la Donna Adulta, stia all'Inferno
    o nell'Ombra che precede la vita
    e di là operi pure i suoi malefizi, i suoi incantesimi;
    odiala, odiala, odiala;
    e se tu canti e nessuno ti sente, sorridi
    semplicemente perché, per ora, intanto, sei vittoriosa -
    in voce come una giovane figlia avida
    che però ha sperimentato dolcezza;
    Parigi calca dietro alle tue spalle un cielo basso
    Con la trama dei rami neri; ormai classici;
    questa è la storia -
    Tu sorridi al Padre -
    Quella persona di cui non ho alcuna informazione,
    che ho frequentato in un sogno che evidentemente non ricordo -
    strano, è da quel mostro di autorità
    che proviene anche la dolcezza
    se non altro come rassegnazione e breve vittoria;
    accidenti, come l'ho ignorato; così ignorato da non saperne niente -
    cosa fare?

    Tu doni, spargi doni, hai bisogno di donare,
    ma il tuo dono te l'ha dato Lui, come tutto;
    ed è Nulla il dono di Nessuno;
    io fingo di ricevere;
    ti ringrazio, sinceramente grato;
    Ma il debole sorriso sfuggente
    non è di timidezza
    è lo sgomento, più terribile, ben più terribile
    di avere un corpo separato, nei regni dell'essere - se è una colpa
    se non è che un incidente:
    ma al posto dell'Altro
    per me c'è un vuoto nel cosmo
    un vuoto nel cosmo
    e da là tu canti.
    Pier Paolo Pasolini
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      MI alzo con le palpebre infuocate

      MI alzo con le palpebre infuocate.
      La fanciullezza smorta nella barba
      cresciuta nel sonno, nella carne smagrita,
      si fissa con la luce fusa nei miei occhi riarsi.
      Finisco così nel buio incendio
      di una giovinezza frastornata dall'eternità;
      così mi brucio, è inutile
      - pensando - essere altrimenti,
      imporre limiti al disordine: mi trascina
      sempre più frusto, con un viso secco
      nella sua infanzia, verso un quieto e folle
      ordine, il peso del mio giorno perso
      in mute ore di gaiezza, in muti
      istanti di terrore...
      Pier Paolo Pasolini
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Il desiderio di ricchezza del sottoproletariato romano

        Li osservo, questi uomini, educati
        ad altra vita che la mia: frutti
        d'una storia tanto diversa, e ritrovati,
        quasi fratelli, qui, nell'ultima forma
        storica di Roma. Li osservo: in tutti
        c'è come l'aria d'un buttero che dorma
        armato di coltello: nei loro succhi
        vitali, è disteso un tenebrore intenso,
        la papale itterizia del Belli,
        non porpora, ma spento peperino,
        bilioso cotto. La biancheria, sotto,
        fine e sporca; nell'occhio, l'ironia
        che trapela il suo umido, rosso,
        indecente bruciore. La sera li espone
        quasi in romitori, in riserve
        fatte di vicoli, muretti, androni
        e finestrelle perse nel silenzio.
        È certo la prima delle loro passioni
        il desiderio di ricchezza: sordido
        come le loro membra non lavate,
        nascosto, e insieme scoperto,
        privo di ogni pudore: come senza pudore
        è il rapace che svolazza pregustando
        chiotto il boccone, o il lupo, o il ragno;
        essi bramano i soldi come zingari,
        mercenari, puttane: si lagnano
        se non ce n'hanno, usano lusinghe
        abbiette per ottenerli, si gloriano
        plautinamente se ne hanno le saccocce
        piene.
        Se lavorano - lavoro di mafiosi macellari,
        ferini lucidatori, invertiti commessi,
        tranvieri incarogniti, tisici ambulanti,
        manovali buoni come cani - avviene
        che abbiano ugualmente un'aria di ladri:
        troppa avita furberia in quelle vene...

        Sono usciti dal ventre delle loro madri
        a ritrovarsi in marciapiedi o in prati
        preistorici, e iscritti in un'anagrafe
        che da ogni storia li vuole ignorati...
        Il loro desiderio di ricchezza
        è, così, banditesco, aristocratico.
        Simile al mio. Ognuno pensa a sé,
        a vincere l'angosciosa scommessa,
        a dirsi: "È fatta, " con un ghigno di re...
        La nostra speranza è ugualmente ossessa:
        estetizzante, in me, in essi anarchica.
        Al raffinato e al sottoproletariato spetta
        la stessa ordinazione gerarchica
        dei sentimenti: entrambi fuori dalla storia,
        in un mondo che non ha altri varchi
        che verso il sesso e il cuore,
        altra profondità che nei sensi.
        In cui la gioia è gioia, il dolore dolore.
        Pier Paolo Pasolini
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Hymnus ad nocturnum

          Ho la calma di un morto:
          guardo il letto che attende
          le mie membra e lo specchio
          che mi riflette assorto.

          Non so vincere il gelo
          dell'angoscia, piangendo,
          come un tempo, nel cuore
          della terra e del cielo.

          Non so fingermi calme
          o indifferenze o altre
          giovanili prodezze,
          serti di mirto o palme.

          O immoto Dio che odio
          fa che emani ancora
          vita dalla mia vita
          non m'importa più il modo.
          Pier Paolo Pasolini
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            Scritta da: Silvana Stremiz

            Il canto popolare

            Improvviso il mille novecento
            cinquanta due passa sull'Italia:
            solo il popolo ne ha un sentimento
            vero: mai tolto al tempo, non l'abbaglia
            la modernità, benché sempre il più
            moderno sia esso, il popolo, spanto
            in borghi, in rioni, con gioventù
            sempre nuove - nuove al vecchio canto -
            a ripetere ingenuo quello che fu.

            Scotta il primo sole dolce dell'anno
            sopra i portici delle cittadine
            di provincia, sui paesi che sanno
            ancora di nevi, sulle appenniniche
            greggi: nelle vetrine dei capoluoghi
            i nuovi colori delle tele, i nuovi
            vestiti come in limpidi roghi
            dicono quanto oggi si rinnovi
            il mondo, che diverse gioie sfoghi...

            Ah, noi che viviamo in una sola
            generazione ogni generazione
            vissuta qui, in queste terre ora
            umiliate, non abbiamo nozione
            vera di chi è partecipe alla storia
            solo per orale, magica esperienza;
            e vive puro, non oltre la memoria
            della generazione in cui presenza
            della vita è la sua vita perentoria.

            Nella vita che è vita perché assunta
            nella nostra ragione e costruita
            per il nostro passaggio - e ora giunta
            a essere altra, oltre il nostro accanito
            difenderla - aspetta - cantando supino,
            accampato nei nostri quartieri
            a lui sconosciuti, e pronto fino
            dalle più fresche e inanimate ère -
            il popolo: muta in lui l'uomo il destino.

            E se ci rivolgiamo a quel passato
            ch'è nostro privilegio, altre fiumane
            di popolo ecco cantare: recuperato
            è il nostro moto fin dalle cristiane
            origini, ma resta indietro, immobile,
            quel canto. Si ripete uguale.
            Nelle sere non più torce ma globi
            di luce, e la periferia non pare
            altra, non altri i ragazzi nuovi...

            Tra gli orti cupi, al pigro solicello
            Adalbertos komis kurtis!, i ragazzini
            d'Ivrea gridano, e pei valloncelli
            di Toscana, con strilli di rondinini:
            Hor atorno fratt Helya! La santa
            violenza sui rozzi cuori il clero
            calca, rozzo, e li asserva a un'infanzia
            feroce nel feudo provinciale l'Impero
            da Iddio imposto: e il popolo canta.

            Un grande concerto di scalpelli
            sul Campidoglio, sul nuovo Appennino,
            sui Comuni sbiancati dalle Alpi,
            suona, giganteggiando il travertino
            nel nuovo spazio in cui s'affranca
            l'Uomo: e il manovale Dov'andastà
            jersera... ripete con l'anima spanta
            nel suo gotico mondo. Il mondo schiavitù
            resta nel popolo. E il popolo canta.

            Apprende il borghese nascente lo Ça ira,
            e trepidi nel vento napoleonico,
            all'Inno dell'Albero della Libertà,
            tremano i nuovi colori delle nazioni.
            Ma, cane affamato, difende il bracciante
            i suoi padroni, ne canta la ferocia,
            Guagliune 'e mala vita! In branchi
            feroci. La libertà non ha voce
            per il popolo cane. E il popolo canta.

            Ragazzo del popolo che canti,
            qui a Rebibbia sulla misera riva
            dell'Aniene la nuova canzonetta, vanti
            è vero, cantando, l'antica, la festiva
            leggerezza dei semplici. Ma quale
            dura certezza tu sollevi insieme
            d'imminente riscossa, in mezzo a ignari
            tuguri e grattacieli, allegro seme
            in cuore al triste mondo popolare.

            Nella tua incoscienza è la coscienza
            che in te la storia vuole, questa storia
            il cui Uomo non ha più che la violenza
            delle memorie, non la libera memoria...
            E ormai, forse, altra scelta non ha
            che dare alla sua ansia di giustizia
            la forza della tua felicità,
            e alla luce di un tempo che inizia
            la luce di chi è ciò che non sa.
            Pier Paolo Pasolini
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