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Gil-galad sugli Elfi soleva regnare: Tristi cantano ora i menestrelli I giorni ancor liberi e belli Del suo regno tra i Monti e il Mare.
La sua lancia era aguzza, la sua spada tagliente, E da lungi il suo elmo splendeva possente. Migliaia di stelle che in cielo raggiavano Nel suo scudo d'argento si rispecchiavano.
Ma mille anni fa egli cavalcò via, E nessuno oggi sa dov'egli adesso sia; E la sua stella cadde nelle tenebre profonde, A Mordor dove la cupa ombra si diffonde.
È per questo che sei tu quello che amo. Perché sei appassionato e forte, oltre che intelligente. E ho proprio dovuto abbandonarlo per venire qui da te e dirti tutto.
Mi sentivo come uno che si è lanciato in una corsa contro il tempo e capivo che il mondo illusorio che avevo costruito intorno a Clara si stava sgretolando, e che quella fase della mia vita si stava concludendo.
Nel corredo della normalità d'ordinanza è dato, irrinunciabile, il fatto che siamo cattolici – credenti e cattolici. In realtà quella è l'anomalia, la pazzia con cui ribaltiamo il teorema della nostra semplicità, ma a noi pare tutto molto ordinario, regolamentare. Si crede, e non sembra esserci un'altra possibilità. Ciò nondimeno, si crede con ferocia, e fame, non di una fede tranquilla, ma di una passione incontrollata, come un bisogno fisico, un'urgenza. È il seme di una qualche follia – l'addensarsi evidente di un temporale all'orizzonte. Ma padri e madri non leggono la burrasca in arrivo, solo invece il falso messaggio di una mite acquiescenza alle rotte della famiglia: così ci lasciano andare al largo.
"Faccia di cane, cuore di cervo, uomo vigliacco. Io giuro su questo scettro che arriverà il giorno in cui gli Achei, tutti, mi rimpiangeranno. Quando cadranno sotto i colpi di Ettore, allora mi rimpiangeranno. E tu soffrirai per loro, ma non potrai fare nulla. Potrai solo ricordarti di quando hai offeso il più forte degli Achei e impazzire dal rimorso e dalla rabbia. Verrà quel giorno, Agamennone. Io lo giuro." Così disse, e scagliò a terra lo scettro ornato di borchie d'oro.
L'ossessione del suicidio è propria di colui che non può né vivere né morire, e la cui attenzione non si allontana mai da questa duplice impossibilità.