Le migliori poesie inserite da Nello Maruca

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Scritta da: Nello Maruca

La framboesia

In scarso amore, affetto e fratellanza
crescemmo in otto e mai vi fu alleanza,
in otto fummo ma or non siamo tanti
ché ognun l'altro sospinge e va avanti.
Di vile Caino la strada percorriamo;
sempre più Remo nei modi somigliamo,
di atti turpi e di pensieri vili
riempito abbiano i poveri nostr'ovili.

D'esempi di virtude e temperanza
pare abbiam perso tutte le speranze,
educator non siamo di nostra prole,
tirare sappiamo fuori solo parole.
A me, invero, in cuor vero non pare
doverci in tal maniera arrovellare;
malgrado ciò, pur'io porto supporto
all'infestazione del nostr'orto.

Per riguardo dei Fu a ricordanza
mettiam disdegno a parte e intolleranza,
cingiamoci in abbraccio distensivo,
rendiamo il sentimento sveglio e vivo.
A quei viventi che dover ci muove
facciamo intravedere speranze nuove,
indietro rimandiamo l'intolleranza,
amore istilliamo e uguaglianza.

Tra noi che sulla terra triboliamo
l'un l'altro amore d'amor non disdegniamo:
Pria ancora che l'unzione dia il Messia
opriamoci acché la pace giunta sia.
Riflettere cerchiamo su ch'è stato,
far scendere l'oblio su quel passato
ridiamo a noi, per primo, vigoria
che allontani da noi la framboesia.
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    Scritta da: Nello Maruca
    È già notte, un rintocco: è passata
    mezzanotte, mi stiracchio e sbadiglio
    m'alzo lesto pian pianino per non dar
    risveglio al nido; gongolante odo
    un coro nell'accosto alla finestra
    che dal basso del fossato sale in volo
    e si espande lentamente per le vie
    del ciel turchino. Sono grilli, son cicale,
    raganelle o grigi ghiri? Ci sono gufi
    e pipistrelli o son solo le raganelle?
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      Scritta da: Nello Maruca

      L'attesa

      Alfin ch'io passi dalla Porta angusta
      onde trovarmi nella Città augusta
      è mio intento seguitar via stretta
      ché di quante ne sono è sol la retta.

      Indi, se venir vuoi ad alleviar mia sorte
      aperte fuori e dentro trovi le porte;
      io sono qui che resto ad aspettare
      onde Tu giunga e possati onorare.

      Io nell'attesa sveglio restar voglio
      alfin che non ricada in nessun sbaglio
      ché non so quando e come mi pervieni,
      da quale strada, ché tante ne detieni.

      Se leggi il pensier mio, o Re Risorto,
      vedi che il cuore mio a Te è aperto,
      per questo, o mio Signore Redentore
      vieni, occupa il misero mio cuore.
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        Scritta da: Nello Maruca

        La felicità

        Non persona che non l'abbia pronunciata,
        non persona che non l'abbia ricercata
        non è persona cui non faccia gola
        ché né uman né cosa può, se non essa sola
        donare contentezza e appagamento
        giacché sol'essa di tanto può far vanto
        e di quanto più belle essere cose
        superando la dolcezza delle Muse
        Per settant'anni io l'ho ricercata
        E manco un poco d'essa ho mai trovato.
        Forse è manchevolezza tutta mia
        O forse vive solo in fantasia.
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          Scritta da: Nello Maruca

          Aurora

          Aurora che in mezzo siedi rosseggiante
          poi della bianca alba e pria del luccicante
          sole che di luce cielo e mondo inonda
          ma tua luminosità supera e abbonda.

          Pria ch'esso compare e cielo di luce
          sua colori già tuo splendore riluce,
          ché qual alba a ritroso lo cammino
          fai e, di splendore prima sei del trino.

          Chi già candido origina tra splendore
          di due e forma di luce e di colore
          trino, percorso di sua vita è rilucente
          ché di macchia nell'andar rimane assente.

          Posta con l'Alba e il Sole nell'Olimpo
          al mondo doni luce a tutto campo,
          d'essa ne resti tutta quant'avvolta
          e la spandi ogni dì dall'alta Volta.
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            Scritta da: Nello Maruca

            Dialogo

            Tu, che rilassato, all'ombra degl'austeri
            pioppi sprofondato sei in sonno tranquillo
            e resti steso al loco dei misteri,
            tornato sei alla terra, suo pupillo.

            Tutto scordato hai dacché sei chiuso,
            tutto scordato hai dacché sei steso;
            se piove resti là, come recluso,
            tra cielo e terra resti là, conteso.

            Manco ti smuovono i caldi raggi
            di cocente sole d'estiva calura,
            né scuotonti li vermi dei paraggi
            e d'aria t'è ripugna ogni fessura.

            Prima che fosti tu, fui così pur'io.
            Prima che mi partissi stetti lassù,
            non sai che stare dolce è in quest'oblio:
            Ah! perché non scendi pure tu quaggiù?

            Non devi mai dormire perché già dormi,
            non devi mai svegliarti, non è risveglio;
            ten stai disteso sotto i grandi olmi,
            posto più quieto non esiste e meglio.

            Beato te se scendi in quest'anfratto:
            Il luogo lo dimori senza sosta,
            nessuno sogna mai di darti sfratto,
            stai pur tranquillo: Non arriva posta.

            Maestri qui non sono né mastri d'ascia,
            avvocati e notai qui non trovi;
            chi quivi approda tutto a terra lascia,
            non sono né alberghi né ritrovi.

            Pioggia mai fu e immenso mare giace;
            tutt'è frastuono ma rumor non senti.
            Se qui ti stendi resti in grande pace;
            l'Alme son tante e tutte son'assenti.

            Fors'io verrei pure in quella valle
            ove mi dici che c'è tutto e nulla,
            lasciando, ahimè, la conosciuta calle
            per coricarmi in quell'oscura culla.

            Ma il dire che tu fai parmi mistero:
            Nel cranio gira forte l'emisfero,
            nel petto dice il cuor: Voglio pulsare:
            Non dire nulla ancor, lasciam'andare

            Scendere in tale luogo non mi lice
            ove ognuno parla e nessun dice,
            ove tutt'è silenzio e nulla tace,
            ove frastuono è ma è grande pace.

            Il racconto, mi pare d'altro mondo
            e partorito da mente malata;
            è come in aria fare il girotondo
            e la matassa è troppo ingarbugliata.

            Tutto il tuo racconto è un enimma
            che in toto pare solo melodramma:
            Indi, eternamente restati laggiù
            ch'io preferisco starmene quassù.
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              Scritta da: Nello Maruca

              Il grande

              Se vuolsi propalar d'animo eccelso
              produrre non convien ch'à scarna mente
              ché da tal labirinto sarebbe insulso
              lo districar mancando lo previdente.

              Qui m'appropinquo a dir di galantuomo
              sfrontato qual son'io, senza ritegno,
              lungi da foggia di forzuto uomo
              così, dell'Insigne che scrivo, non son degno.

              Lo cor ch'è d'alto rango, in gentilezza,
              spinge la mente reietta a darsi vanto
              che bassa non è ma di mezzano razza;
              scuotesi, indi, e al cor pretende conto.

              Poscia la mente corre al prim'incontro,
              rivive i prim'attimi e al ricordo
              s'affaccia del viso al sorriso pronto,
              alla dolcezza del sincero guardo.

              Accline alla bisogna, protettivo,
              negazione mai proferisce verbo
              ché per altrui l'amor che porta è vivo;
              nel dir di sentimento nutre riserbo.

              Convive le tre virtù teologali:
              la Fede, la Speranza, la Carità.
              gli uomini, per lui, siam tutti uguali,
              e l'alma ha pregna di magna bontà.

              Parmi aver già scritto ch'è galantuomo
              Sconvenevole tacer ch'è anco gentiluomo.
              Composta giovedì 4 febbraio 2010
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                Scritta da: Nello Maruca

                Redentore

                Fredda era la notte ed innevata
                e la Pia Donna di bontà infinita
                di stanchezza e doglianza già stremata
                Al Redentore del mondo dava vita.
                Bussò Giuseppe a tutti i casolari
                Onde dare a Maria caldo giaciglio
                ma tutti gli occupanti furo avari
                Disdicendo Chi portava Divin Figlio.
                Aveva posto solo in una stalla,
                per letto il fieno d'una mangiatoia,
                al respiro del bue e l'asinella
                tenea Maria della maternità la gioia.
                Lui di tutto il creato possidente
                luogo migliore per nascere non ebbe,
                per l'ingordigia dell'umana gente
                nacque in miseria ed in miseria crebbe.
                Quel sembiante Umano, ch'era Divino,
                da Castissima Donna concepito
                al Dio Grande e Beato era l'affine
                ma da bieca umanità non fu capito.
                A Betlemme di Giudea resta la Grotta
                Che il Vagito Divino prima intese;
                luogo diviene di retta condotta
                cui grazia rende il cristiano e rese.
                Regnava, allora, nella Giudea Erode,
                uomo protervo, essere triviale
                d'ognuno paventava tranello e frode,
                poiché l'istinto suo era carnale.
                Seppe, dai Magi, di Gesù la nascita
                che di Giudea predicavano Re,
                decretò, quindi, togliere la vita
                agl'innocenti sotto gli anni tre.

                Al Puro putativo Padre Giuseppe
                un Angelo veloce venne in sogno:
                corri in Egitto, non badare a steppe
                ch'Erode al Piccoletto porta sdegno.
                Dell'Angelo a Maria dato l'avviso
                lasciavano quel luogo benedetto,
                in braccio Gesù dal casto bel sorriso
                in cerca d'altro tetto e d'altro letto.
                Quando l'Onnipotente al sonno eterno
                gli occhi chiudeva al bruto re regnante
                fu la Divina Famiglia di ritorno
                alle mura paterne, alla sua gente.
                A Nazareth di Galilea con i parenti
                rimaneva Gesù fino ai trent'anni,
                per essere battezzato tra le genti
                incontravasi al Giordano con Giovanni.
                Sconfiggeva Satana tra i monti;
                poscia, in testa a moltitudine gaudente
                cominciava gl'insegnamenti itineranti.
                Or visitando questa or quella gente.
                Seguito da Gerusalemme e da Giudea
                sanava storpi, ciechi ed ammalati;
                da riva al mar di Cafarnao in Galilea
                tutti erano accolti, toccati, graziati.
                Dai guarimenti dati al Suo passaggio
                la Siria tutta n'ebbe conoscenza;
                Ovunque dava del Padre il buon messaggio
                mostrando la grandezza e la Sua scienza.

                Moltiplicava i pesci e pure
                il pane, le acque quietava, comandava
                i venti, ai tormentati dava le Sue cure,
                sui mari e sopra i laghi camminava.
                Nemici farisei, scribi e sinedrio
                da Giuda, Suo discepolo, tradito
                ebbe Pilato giudice avversario
                capo di crudel popolo inferocito.
                Al posto di Barabba condannato
                fu crocefisso in mezzo due ladroni;
                Spirò, il cielo fu squarciato, fu boato,
                tremò la terra, tremaro i sommi troni.
                L'esanime Divin Corpo torturato,
                avvolto nel lenzuolo di bianco lino
                al suolo della tomba fu adagiato
                d'uomo devoto, avverso di Caino.
                Restava il Corpo esanime tre giorni,
                indi in cielo accanto al Padreterno,
                in terra, poscia, dai lochi Sempiterni
                a recare agli Apostoli governo.
                l'incredulo dei dodici Tommaso
                le dita nelle piaghe mettere volle,
                restò, ciò fatto, sgomento ma persuaso,
                cadde in ginocchio nelle carni imbelle.
                Ai Discepoli, Gesù, lascia la pace
                indi s'invola al Divin Palagio
                e, dal cospetto di Dio, dall'amor verace,
                guida gli Apostoli al Divin Messaggio.
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