Sogno d'un dì d'estate. Quanto scampanellare tremulo di cicale! Stridule pel filare moveva il maestrale le foglie accartocciate. Scendea tra gli olmi il sole in fascie polverose; erano in ciel due sole nuvole, tenui, róse: due bianche spennellate in tutto il ciel turchino. Siepi di melograno, fratte di tamerice, il palpito lontano d'una trebbiatrice, l'angelus argentino... dov'ero? Le campane mi dissero dov'ero, piangendo, mentre un cane latrava al forestiero, che andava a capo chino.
Sono più di trent'anni e, di queste ore, mamma, tu con dolor m'hai partorito; ed il mio nuovo piccolo vagito t'addolorava più del tuo dolore. Poi tra il dolore sempre ed il timore, o dolce madre, m'hai di te nutrito: e quando fui del corpo tuo vestito, quand'ebbi nel mio cuor tutto il tuo cuore, allor sei morta; e son vent'anni: un giorno! E già gli occhi materni io penso a vuoto; e il caro viso già mi si scolora; mamma, e più non ti so. Ma nel soggiorno freddo dè morti, nel tuo sogno immoto, tu m'accarezzi i riccioli d'allora.
Che hanno le campane, che squillano vicine, che ronzano lontane? È un inno senza fine, or d'oro, ora d'argento, nell'ombre mattutine. Con un dondolìo lento implori, o voce d'oro, nel cielo sonnolento. Tra il cantico sonoro il tuo tintinno squilla, voce argentina - Adoro, adoro - Dilla, dilla, la nota d'oro - L'onda pende dal ciel, tranquilla. Ma voce più profonda sotto l'amor rimbomba, par che al desìo risponda: la voce della tomba.
L'osteria della pergola è in faccende: piena è di grida, di brusìo, di sordi tonfi; il camin fumante a tratti splende. Sulla soglia, tra il nembo degli odori pingui, un mendico brontola: Altri tordi c'era una volta, e altri cacciatori. Dice, e il cor s'è beato. Mezzogiorno dal villaggio a rintocchi lenti squilla; e dai remoti campanili intorno un'ondata di riso empie la villa.
Come un'arca d'aromi oltremarini, il santuario, a mezzo la scogliera, esala ancora l'inno e la preghiera tra i lunghi intercolunnii dè pini; e trema ancor dè palpiti divini che l'hanno scosso nella dolce sera, quando dalla grand'abside severa uscìa l'incenso in fiocchi cilestrini. S'incurva in una luminosa arcata il ciel sovr'esso: alle colline estreme il Carro è fermo e spia l'ombra che sale. Sale con l'ombra il suon d'una cascata che grave nel silenzio sacro geme con un sospiro eternamente uguale.
Si muove il cielo, tacito e lontano: la terra dorme, e non la vuol destare; dormono l'acque, i monti, le brughiere. Ma no, ché sente sospirare il mare, gemere sente le capanne nere: v'è dentro un bimbo che non può dormire: piange; e le stelle passano pian piano.