Poesie di Simone Sabbatini

Research Fellow, nato martedì 11 agosto 1981 a Sinalunga (Italia)
Questo autore lo trovi anche in Frasi & Aforismi e in Racconti.

Scritta da: Simone Sabbatini

Elettromagnetismo

Lascio saggi adagi a proferire
che somiglianza fa rima con conquista
che lontananza paga – finché non muori
che siamo esseri elettromagnetici...
Perché noi
più siamo vicini più ci scottiamo
più ci abbracciamo
più ci roviniamo
più ci strofiniamo
ci strattoniamo in direzioni opposte
inciampiamo
per non riconoscerci e farci conoscere
riconoscere dallo stesso passo...
Interazioni psichiche
ci eccitano e spaventano.
Silenzi e premure,
cure.
Simone Sabbatini
Composta giovedì 12 settembre 2019
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    Scritta da: Simone Sabbatini

    LA TRAMA DEI PONTI

    Il poeta è un musico frustrato
    Dal tentativo estremo di trascrivere le sue armonie
    Cerebrali
    In parole senza musica
    Cammina in bilico
    Sul cavo teso di una logica apparente
    Senza bastoni né sapienza
    Salta
    Non conta
    Non pensa
    Non sa

    È il solo modo che ha per imbastire la trama di un ponte.
    Simone Sabbatini
    Composta martedì 3 settembre 2019
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      Scritta da: Simone Sabbatini

      La strega

      Certo sanno tutti la storia
      in mille versioni trita e ritrita...
      Come se non fossi mai partita,
      come fosse stata tutta una vittoria.
      Le rughe negli occhi
      ai tuoi occhi non mentano:
      la voce, lo stampo, non contano oggi.
      Ho ancora dolore ai ginocchi.
      Sono stata una bimba tra tante,
      da tutte diversa, cresciuta con altre più belle,
      più ricche, più scaltre
      - e forse fu questo importante.
      Un'infanzia a mia insaputa,
      né triste né lieta,
      chi sprezza, chi vieta,
      tra i topi e gli stracci goduta;
      vissuta, diciamo, in famiglia.
      Volata via mesta
      fino a quel giorno di festa:
      un battito di ciglia,
      ed ero di nuovo a pulire per terra.
      Cresceva però intorno a me l'inquietudine:
      sempre sguattera, più in solitudine
      scomodo ostaggio di una chiara guerra.
      Dentro cullavo primizie di sogni,
      e si avvicinava la vera magia
      - unico scampo alla mia prigionia:
      viverli.
      Ma ho chiesto perdono per ogni preghiera
      - c'è un magico ben più nascosto
      e perverso nelle fiabe.
      Momenti a cavallo.
      La formula "felici e contenti",
      e nessuno più cerca quel posto
      e non uno che sfoglia più il libro.
      Eroi dimenticati... l'invidia, forse,
      li chiude in un cassetto.
      Le corse nei prati,
      galleggiando sopra il cribro della gioia;
      l'amore nelle stanze del castello,
      le feste, le danze, la luce di cristallo
      - un alito fugace... La mia vita di metallo
      calamitata sempre sul medesimo livello.
      Una mattina d'estate,
      mai mi scorderò la luce nei suoi occhi,
      la voce diversa, il tono uguale
      al colore delle cose del passato.
      Tutto il male che ritorna,
      d'onirica oppressione già riluce.
      "Perché, fata? Perché m'hai fatto questo?
      M'apristi le tue mani ma il sogno visse poco...
      Si è trasformato? Era di carta, o solo un gioco?
      Perché le magie buone svaniscon sempre presto?"
      "Davvero, principessa, non ricordi più il mio nome?"
      Mi rispose, un po' gradassa. "Smemorina...
      T'ho aiutata, ti ho guidata, io son la tua fatina...
      Perché prendermi in giro? Che t'ho fatto, e come?"
      A nulla valse dirle che non ero stata io:
      l'oblio, dove da sempre coltivava la vendetta
      era l'unico padrone cui dar retta.
      Senz'altra spiegazione, ridendo disse addio.
      Il destino. Certo, il destino...
      Nelle fiabe non si può dimenticare,
      e in genere l'eroe non si deve o può voltare.
      Mi guardo adesso indietro, non son più tanto vicino.
      Da piccola al futuro non ci pensavo mai;
      un giorno poi ho creduto fosse giunto all'improvviso...
      - non so se m'abbia amato, di certo m'ha deriso:
      domani era già prima, per me soltanto guai.
      Più per questo l'ho lasciato, ho detto: ho perso;
      più che per piatti,
      porcellane e lampadari da pulire,
      per gli abiti le spade i santuari.
      Per il destino buio come l'Universo,
      perché la fine non mi riportasse indietro,
      o, se doveva, in altro modo.
      Prega per me, se ti pare:
      per vivere faccio la strega
      in altre storie, mi nascondo sotto un vetro,
      dietro facce di miseria e di paura
      scruto l'occhio di chi guarda.
      Se mi serva non lo so.
      So che son viva, e non più serva:
      dove vive la bellezza,
      sono ed amo la bruttura.
      Simone Sabbatini
      Composta venerdì 2 novembre 2007
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        Scritta da: Simone Sabbatini

        Equilibrio

        Sarà che la memoria in un soldato
        non è certo la virtù più trasparente;
        ma dell'addestramento e del passato
        a questo punto io mi ricordo poco o niente.
        I miei compagni, i miei fratelli, noi prescelti
        gli stessi gesti, i passi e il solito destino
        d'una missione da giocare ad occhi svelti
        tra i sogni, i giochi, le dita di un bambino.

        Il nostro piccolo cielo s'aprì d'impazienza
        e fu subito giorno, i colori, la stanza
        odor di battaglia, candida violenza
        capire i comandi, il nemico che avanza
        Marciamo! – Svanì tutto quanto, mi accorsi
        d'avere, io solo, una gamba soltanto.
        Sparire: nient'altro soccorso che scorsi
        trascinando la fuga, feroce, nel pianto.

        Per un attimo inciampò anche la ragione
        e credetti d'esser preda della febbre;
        ed invece quella splendida visione
        non era il frutto delle mie meningi ebbre.
        La ballerina stava con le braccia in alto,
        il sorriso di carta, fuori dal castello;
        la vera guerra cominciò con quell'assalto:
        ed ero pronto ad affrontar ogni duello.
        Tutta la notte restai fermo a contemplarla
        mentre d'intorno chi dormiva e chi viveva;
        neppure lei si mosse mai, e a ben guardarla
        su un piede solo come me si sosteneva.
        Nobile stirpe, lustrini sul vestito
        nullatenenza, rozzo cameratismo:
        due mondi a parte, rifiuto garantito.
        E poi la timidezza, il solo virtuosismo.

        Una voce all'improvviso, a notte fonda.
        Un troll brutto e peloso, diceva rauco:
        stai attento all'indomani! E l'altra sponda
        del tavolo raggiunse, il volto glauco
        e poi sparì. Lo so cosa pensate:
        la notte insonne, l'emozione, la stanchezza...
        solo per questo ho visto mostri e fate.
        Ma lei era lì, in leggiadria e bellezza.

        Si fece giorno, s'aprì quella finestra
        fui messo al sole per caso, gioco o sbaglio
        fu il vento o cosa? Finii sulla ginestra
        sotto il balcone. E non fu certo un abbaglio.
        Non sapevo ancora quel che mi attendeva,
        nemmeno m'importava: avevo ormai perduto
        la mia dolce ballerina. Già pioveva
        sul bagnato del mio triste pianto muto.
        Di lì a poco mi trovaron due bambini:
        sognavo un castello, finii dentro un fosso
        su una barca di carta, e tra ratti assassini
        nelle fogne sconquassato a più non posso.
        Mentre l'acqua minacciava il mio respiro
        già la barca sprofondava e si rompeva;
        credendo prossimo l'ultimo sospiro
        pensai alla bella mia, a cosa faceva.
        Per un attimo mi apparve la figura
        del troll che la rapiva e poi sposava,
        costringendola a una vita da paura
        sicuramente trattandola da schiava.
        Sentii una forza grande, un fuoco ardente
        che non m'ero proprio accorto dell'uscita
        dalla fogna alla campagna più ridente:
        ma volevo ritornare alla mia vita
        alla casa, alla ragazza del castello,
        pure al troll, per rovinargli il bel trionfo
        dimostrando come un poco di cervello
        ti riscatti da qualunque brutto tonfo.
        Come fare? Ero disperso non so dove,
        la mia nave era disfatta e andavo a fondo
        proprio in cima a una cascata. Non si smuove
        chi ricerca la sua forza nel profondo.
        Fu un bel volo, ma ero intero e mentre ancora
        inventavo soluzioni e non ne avevo,
        fui scambiato per un verme che ristora
        da un enorme pesce gatto. Non sapevo
        – come prima – cosa fare. Ma il coraggio,
        il sangue freddo: ecco dove ho più valore!
        La fortuna ha fatto il resto. Ero ostaggio
        e dal ventre della bestia un pescatore
        mi salvò, quasi come nel bosco famoso
        la ragazza incappucciata con l'anziana.
        Ma non venni fuori subito: a riposo
        restai su un banco, un ventre morto come tana.

        Ci comprò una cameriera, e fui contento
        di trovarmi nella villa di partenza:
        strana avventura, fine di un tormento.
        Tornai ai miei compagni, e con pazienza
        avrei potuto conquistare anche il suo cuore.

        L'errore è stato questo? Sentirsi salvo?
        Non so dirlo. Nel giardino dell'amore
        non importa essere storpio, o calvo,
        né capire che la ballerina zoppa
        ha invece un piede in alto e sta danzando.
        Avrei ballato anch'io, e dalla coppa
        dei suoi seni attinto al miele. Un suo comando
        sarebbe diventato ogni capriccio,
        e nessun troll, nessun rivale tra di noi.
        Il suo sorriso a me, nessun bisticcio
        della mente, vero amore. E dico a voi
        che già ridete della mia vana illusione
        e non capite invece. Fa così caldo,
        sudo lacrime di piombo e d'emozione.
        Dentro il fuoco dell'amore non son saldo,
        già mi sciolgo. Tanto è forte questo ardore
        che mi sembra tutto intorno, queste braci
        questi scoppi, e quanto fumo... dal furore
        sono preso, mai la sazierò di baci:
        il bambino del soldato s'è scordato
        – m'ha gettato nella bocca del camino.
        Il mio sogno è un bel ricordo arroventato.

        Addio piccolo mondo, addio nemico mio
        hai vinto, con la tua forza malvagia.
        Addio mia innamorata, che triste, brutto addio
        ti guardo e tu mi vedi, la testa già si adagia...

        Più oltre non riesce, non può andare
        a dir della domestica che arriva,
        e chissà come vorrebbe raccontare
        la porta che s'apre, la folata aggressiva
        – lasciva? cattiva? Così poco privata –
        che priva al castello la stella sua più bella,
        spingendola via sorpresa e inaspettata
        al focolare. Una fiammata gemella
        dissolve all'unisono i due innamorati
        confusi per sempre in un cinereo abbraccio.
        In barba a tutti i troll di amori disperati
        l'amore nella morte ha unito con un laccio
        il militare e l'amata signorina.

        Ignaro di tutto qualcuno nel camino
        troverà per ripulire domattina
        un cuore di piombo e un piccolo lustrino.
        Simone Sabbatini
        Composta lunedì 26 aprile 2010
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          Scritta da: Simone Sabbatini

          Siesta

          Nei deserti di pietra del mio rosso rosso cuore
          c'è un gioco mediocre di rime banali,
          un campo di vetri che cresce un bel fiore
          dai petali d'oro e un ricordo di ali
          un giorno spiegate a portare l'amore,
          o almeno a cercarlo, spietate e immortali
          di gioia, di pace, poesia e di dolore.
          Eclissi di sole, fiori e temporali
          lampano bassi sul lago del fervore.

          Verrà il giorno di capirla tutta questa bellezza.
          Simone Sabbatini
          Composta venerdì 25 giugno 2010
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            Scritta da: Simone Sabbatini

            Più in là

            Nei deserti di pietra del mio rosso rosso cuore
            dentro un sogno insanguinato c'è un amore che piange
            l'abbandono. Con la colpa per tutore tutto stagna
            nella notte del rumore: volontà, passione, pensiero...
            Errore, anche. Tutto è chiuso sotto il velo del rimorso
            che confonde il desiderio, tutto sommerso.

            C'è un popolo di carta che si fuma la speranza
            nell'attesa dell'Eroe Frantume, che già s'è perso
            tra l'oblio e l'insicurezza, unico velo,
            forse, che squarciare non sa. Arriverà?
            C'è bisogno davvero di lui, per sentire
            le lacrime? Per ascoltare le sue disobbedienze,
            quel capriccio di saggezza e umanità.

            C'è un ciuccio strappato tra la polvere ed il sole
            dove dormono i varani. Dove il vento
            sferza la vita e fa bruciare le ferite.
            Ma il male non è il sangue, il male sta più in là.
            Simone Sabbatini
            Composta giovedì 22 giugno 2006
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              Scritta da: Simone Sabbatini

              Quando il vento sposta gli aghi e le stelle

              Nei deserti di pietra del mio rosso rosso cuore,
              il cielo appena grigio all'orizzonte più lontano,
              mi son svegliato e c'era gente. Tanta gente
              conosciuta ma divisa, quasi simiglianza
              in blocco ripescata, ma di vista, tra i ricordi.
              Indifferente come il gatto al topo morto
              mi teneva sotto tiro. Indifferente mi sono mascherato
              per fuggire. E c'era un traffico notevole
              - nelle ore di gelo si rincorrono luci e lampeggianti,
              ventate e rumori, rossi e verdi a non finire
              come un fiume che va al mare, o che vorrebbe,
              imprecando per il caldo e questa gente che si muove
              sempre troppo o troppo poco; e che temevo
              mi potesse ritrovare. Poi imprecando se si muore.
              Ma sapevo (credo) che la coda distratta
              è sempre vigile, e tutto è stato calcolato. Strade nuove,
              vie sbagliate, ma imboccate contromano
              - sono io con un cucchiaio dentro il culo?
              Mi son perso, come sempre: so che questo
              brullo colle per ognuno è il Monte del Mai,
              mentre scendo e la pianura s'avvicina, ch'è chiamata
              Mare del Sempre – salato e asciutto. Tutto il resto resta ignoto.
              Lacrime che cadono sulla stessa pietra
              davanti a quel palazzo che non voglio più vedere,
              e sono mio malgrado sempre lì. Forza è ora di tornare:
              ecco lo sterro non tracciato, sulla carta non si vede,
              ma conosco ogni pietruzza del sentiero del mio cuore.
              Il cielo è già rovente sul mio prossimo orizzonte, la gente
              mi prende a braccia aperte, sincera ed affettuosa,
              ed io non so se son cambiati, se son io che sono sveglio,
              ma sento crescere qualcosa di più forte che il percorso,
              che la vita e che la morte: ad uno ad uno già li amo.
              Simone Sabbatini
              Composta venerdì 25 giugno 2010
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                Scritta da: Simone Sabbatini

                Inaudita

                Nei deserti di pietra del mio rosso rosso cuore
                è impossibile combattere la guerra del domani
                da eroe (valoroso senzatempo).
                Ci sono giorni di pace, e poi giorni difficili
                dove la guerra passa e tutto tace.
                Scorre silenziosa sotto i piedi, non lo dice:
                tra le maglie dell’asfalto e le rovine
                sarebbe confortante anche lo scoppio di una bomba. Invece
                confondere le idee è la mia arma di riserva:
                la nebbia nucleare che mi implode dentro il cuore.
                Il solo modo che conosco per nuotare senza mare.
                Simone Sabbatini
                Composta mercoledì 8 febbraio 2006
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