Poesie di Vincenzo Cardarelli

Poeta, nato domenica 1 maggio 1887 a Corneto Tarquinia (Italia), morto giovedì 18 giugno 1959 a Roma (Italia)
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Liguria

È la Liguria terra leggiadra.
Il sasso ardente, l'argilla pulita,
s'avvivano di pampini al sole.
È gigante l'ulivo. A primavera
appar dovunque la mimosa effimera.
Ombra e sole s'alternano
per quelle fondi valli
che si celano al mare,
per le vie lastricate
che vanno in su, fra campi di rose,
pozzi e terre spaccate,
costeggiando poderi e vigne chiuse.
In quell'arida terra il sole striscia
sulle pietre come un serpe.
Il mare in certi giorni
è un giardino fiorito.
Reca messaggi il vento.
Venere torna a nascere
ai soffi del maestrale.
O chiese di Liguria, come navi
disposte a esser varate!
O aperti ai venti e all'onde
liguri cimiteri!
Una rosea tristezza vi colora
quando di sera, simile ad un fiore
che marcisce, la grande luce
si va sfacendo e muore.
Vincenzo Cardarelli
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    Scritta da: Antonella Marotta

    Amicizia

    Noi non ci conosciamo. Penso ai giorni
    che, perduti nel tempo, c'incontrammo,
    alla nostra incresciosa intimità.
    Ci siamo sempre lasciati
    senza salutarci,
    con pentimenti e scuse da lontano.
    Ci siam riaspettati al passo,
    bestie caure,
    cacciatori affinati,
    a sostenere faticosamente
    la nostra parte di estranei.
    Ritrosie disperanti,
    pause vertiginose e insormontabili,
    dicevan, nelle nostre confidenze,
    il contatto evitato e il vano incanto.
    Qualcosa ci è sempre rimasto,
    amaro vanto,
    di non aver ceduto ai nostri abbandoni,
    qualcosa ci è sempre mancato.
    Vincenzo Cardarelli
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Autunno veneziano

      L'alito freddo e umido m'assale
      di Venezia autunnale.
      Adesso che l'estate,
      sudaticcia e sciroccosa,
      d'incanto se n'è andata,
      una rigida luna settembrina
      risplende, piena di funesti presagi,
      sulla città d'acque e di pietre
      che rivela il suo volto di medusa
      contagiosa e malefica.
      Morto è il silenzio dei canali fetidi,
      sotto la luna acquosa,
      in ciascuno dei quali
      par che dorma il cadavere d'Ofelia:
      tombe sparse di fiori
      marci e d'altre immondizie vegetali,
      dove passa sciacquando
      il fantasma del gondoliere.
      O notti veneziane,
      senza canto di galli,
      senza voci di fontane,
      tetre notti lagunari
      cui nessun tenero bisbiglio anima,
      case torve, gelose,
      a picco sui canali,
      dormenti senza respiro,
      io v'ho sul cuore adesso più che mai.
      Qui non i venti impetuosi e funebri
      del settembre montanino,
      non odor di vendemmia, non lavacri
      di piogge lacrimose,
      non fragore di foglie che cadono.
      Un ciuffo d'erba che ingiallisce e muore
      su un davanzale
      è tutto l'autunno veneziano.

      Così a Venezia le stagioni delirano.

      Pei suoi campi di marmo e i suoi canali
      non son che luci smarrite,
      luci che sognano la buona terra
      odorosa e fruttifera.
      Solo il naufragio invernale conviene
      a questa città che non vive,
      che non fiorisce,
      se non quale una nave in fondo al mare.
      Vincenzo Cardarelli
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