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Scritta da: Renzo Mazzetti

Vecchiano di marzo

Il mare boscaiolo
rumoreggia cupo
inondando il territorio.
Scomparsa è la spiaggia
ricoperta di legname
pare foresta rovinata.
La nostra passata presenza
nel selvaggio paesaggio
risuona forte ricordo.
Continuo è il vento
bacia il salmastro
sul viso resta umido.
Il Serchio rinverdisce
sugli argini ortiche
gialle e bianche margherite.
Raccolgo scultura lignea
medioevale rocca turrita
di servi schiacciati vestigia.
Mistura di fango e ceneri
fluttuando in solidi trasformati
di antracite fondamenta diventati.
Assorbo realtà originali
leggero come quei gabbiani
con elementi artistici simbiosi.
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    Scritta da: Renzo Mazzetti

    Davanti ai miei occhi

    Davanti ai miei occhi stupiti
    ci sono le sbarre
    e il paesaggio del mondo
    con le fitte ombre verticali
    continua a vivere
    per il battito di infiniti cuori.
    Gli aguzzi denti
    sorridono ad altri denti
    mentre l'acqua limpida degli occhi
    scende per l'altra acqua
    e dentro le membra
    risuona lo scricchiolio delle ossa.
    Delle calde labbra
    e le sensazioni animali
    umane vette della felicità
    vivono sopra un guanciale.
    Vita!
    Correre
    ma le gambe ferme
    lasciano andare i nervi
    e nelle orecchie
    risuonano parole stanche.
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      Scritta da: Renzo Mazzetti
      La società recidiva
      senza occhi
      senza voce
      senza orecchie
      reprime immensità di nuova vita
      in metafore di vista, di urli, di udito.
      La compagine povera che soffre
      percepisce ciò che nessun potente
      potrà mai imitare o soffocare.
      Una nuova èra avanza
      nell'aria e nel sangue
      già volteggia e pulsa.
      Nel sapere di chi non sa
      l'alba e il tramonto
      è ancora alba e tramonto.
      Ma se il tramonto
      si chiamasse alba?
      E se l'alba
      si chiamasse tramonto?
      E se la morte della ricchezza
      si chiamasse vita?
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        Scritta da: Renzo Mazzetti

        A mio padre

        C'è ancora quella strada
        ch'è sempre nuova
        all'occhio estraneo e al cuore
        che non percepisce quel monotono strazio.
        Quante e quante volte percorresti
        quattro volte al giorno
        quella strada consumata e là lasciavi
        di volta in volta la tua vita.
        Nel lavoro trovavi la battaglia
        perenne dell'operaio
        che si ribella
        per la conoscenza
        di una vita nuova
        migliore nella fatica.
        Ma la macchina
        ancora nemica dell'uomo
        aiutata dall'ambiente insano
        carpì la tua vita
        straziando il tuo corpo.
        A te fin dai giorni giovani
        rinnovai la mia lotta cercando la sicurezza
        la dignità, la fratellanza
        che tu volevi nel lavoro
        e nella vita che più non è.
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