Scritta da: Silvana Stremiz

La loggia

Noi ci vedemmo sotto cieli tetri,
vite di Cipro, al tempo che tu arricci
pochi rimasti pampini ed arsicci
sui tralci immiseriti come spetri.

Ci rivediamo che ricopri i vetri
di verde folto, allacci di viticci
e attingi coi tuoi grappoli biondicci
la loggia, in alto, più di venti metri.

Chi vede le tue prime foglie vizze,
o loggia solatia, in Vigna Colta,
come un'amica dolce ti ricorda.

Tu fosti che indulgesti alle sue bizze,
quando Centa vietava la raccolta
alla piccola mano troppo ingorda.

II.

M'è caro, loggia, poi che le tue pigne
la nuova luna di settembre invaia,
piluccare i bei chicchi a centinaia
fra le grandi compagini rossigne.

Più mi compiaccio in te che nelle vigne,
ma, poiché getto i fiocini ne l'aia,
Centa s'avvede, Centa la massaia
mi ricerca con l'iridi benigne.

«Bevesti il latte che non è mezz'ora!
Uva e latte dispandon per le membra
tossico fino! Quella gola stolta!...»

Sgridami, Centa! Sali come allora
a condurmi pel braccio via! mi sembra
che tu debba allevarmi un'altra volta...
Guido Gozzano
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    L'esilio

    Non ti conobbi mai. Ti riconosco.
    Perché già vissi; e quando fui ministro
    d'un rito osceno, agitator di sistro
    t'ho posseduta al limite d'un bosco.

    Bene ravviso il sopracciglio fosco
    le bande fulve... Chi segnò di bistro
    l'occhio caprino gelido sinistro?
    Or ti rivedo in un giardino tosco,

    vergine impura, dopo mille e mille
    anni d'esilio. Tu, fatta Britanna,
    scendi in Italia a ricercarvi il sogno.

    Sono tre mila anni che t'agogno!
    Ma com'è lungi il sogno che m'affanna!
    Dove sono la tunica e le armille?

    ii.

    Dove sono la tunica e le armille
    d'elettro che portavi a Siracusa?
    E le fontane e i templi d'Aretusa
    e l'erme e gli oleandri delle ville?

    Del tempo ti restò nelle pupille
    soltanto la lussuria che t'accusa,
    vergine impura dalla fronte chiusa
    tra le due bande lucide e tranquille.

    E questa sera tu lasci le danze
    (per quel ricordo al limite d'un bosco? )
    tutta fremendo, come un'arpa viva.

    Giungono i suoni dalle aperte stanze
    fin nel giardino... O bocca! Riconosco
    bene il profumo della tua genciva!
    Guido Gozzano
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Garessio

      Dalle finestre medioevali e oscure
      non più le dame guardano i cavalli
      e i cavalier passar per queste valli,
      corruscanti di lucide armature.

      Dalle finestre medioevali e oscure
      non più ridon le dame ai bei vassalli,
      ma i garofani bianchi, rossi, gialli
      protendono le gran capigliature...

      Pace e Silenzio! Fiori alle finestre
      che invitano a piacevoli pensieri!
      Ed ecco in alto, nel dirupo alpestre

      fra le balze dei ripidi sentieri
      Voi, o Maria, Voi che date al vento
      il dolce riso e i bei capelli neri!
      Guido Gozzano
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Fratelli

        Nell'impero dell'acque e delle nubi
        dove regnava il pecoraio e il gregge,
        o Numero, già fatta è la tua legge
        dalla potenza delli ordegni indubi.

        Conduce un filo il moto che tu rubi
        all'acqua e vola cento miglia e regge
        gli opifici rombanti di pulegge
        e di magli terribili e di tubi.

        Ben riconosco il Verso tuo fratello
        onnipossente Numero! Tu fai
        a noi men disagevole il sentiero.

        E il tuo parente più leggiadro e snello
        ci fiorisce le soste di rosai
        e di menzogne dolci più del Vero
        Guido Gozzano
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          Il corruscante cielo d'Oriente
          a gran distesa lodano gli uccelli,
          Aurora arrossa i bianchi capitelli
          sul tempietto di Leda, intensamente.

          Tolgon commiato tra le faci spente
          gli ospiti stanchi. Un servo aduna i belli
          fiori che inghirlandano i capelli
          e li gitta allo stagno, indifferente.

          Le rose aulenti nella notte insonne,
          le rose agonizzanti, morte ai baci
          nelle capellature delle donne,

          scendon piano con l'alighe tenaci,
          in su la melma livida e profonda,
          con le viscide larve dei batraci.

          II.

          Pace alle rose in fondo dello stagno,
          in loro fredda orrenda sepoltura;
          pur anche la sua gran capellatura
          dischioma l'olmo il pioppo ed il castagno.

          Il cigno guata, mutolo e grifagno,
          lo stagno ricolmarsi di frondura.
          Silla, sognamo. Tutto ci assicura
          l'ultima pace e l'ultimo guadagno.

          Guarda, fratello: innumeri le foglie
          attorte e rosse e gialle, senza strazio,
          distaccansi dal ramo, lentamente;

          la Madre antica in sé tutte le accoglie.
          Sognamo, Silla, memori d'Orazio,
          quel sogno confortante che non mente.

          III.

          Perché morire? La città risplende
          in Novembre di faci lusinghiere;
          e molli chiome avrem per origliere,
          bendati gli occhi dalle dolci bende.

          Dopo la tregua è dolce risapere
          coppe obliate e trepide vicende -
          bendati gli occhi dalle dolci bende -
          novellamente intessere al Piacere.

          Ma pur cantando il canti di Mimnerno
          sento che morta è l'Ellade serena
          in questo giorno triste ed autunnale.

          L'anima trema sull'enigma eterno;
          fratello, soffro la tua stessa pena:
          attendo un'Alba e non so dirti quale.

          IV.

          Che giovò dunque il gesto di chi disse:
          «Il gran Pan non è morto! Ecco la via
          dell'allegrezze nove. Ovunque sia
          dato l'annunzio del novello Ulisse!

          Il flavo Galileo che ci afflisse
          di tenebrore e di malinconia
          e quella scialba vergine Maria
          e quella croce diamo alle favisse!»?

          Nulla giovò. L'impavide biasteme
          non rianimeran lo spento sguardo
          dei numi elleni sugli antichi marmi.

          «Lor giuventude vive sol nei carmi.»
          Secondo la parola del Vegliardo
          il fato ineluttabile li preme.
          Guido Gozzano
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