Poesie di Giuseppe Giusti

Poeta, nato venerdì 12 maggio 1809 a Monsummano Terme, Pistoia (Italia), morto domenica 31 marzo 1850 a Firenze (Italia)
Questo autore lo trovi anche in Frasi & Aforismi.

Scritta da: Pierluigi Camilli

Lo Stivale

Io non son della solita vacchetta,
né sono uno stival da contadino;
e se pajo tagliato coll'accetta,
chi lavorò non era un ciabattino:
mi fece a doppie suola e alla scudiera,
e per servir da bosco e da riviera.

Dalla coscia giù giù sino al tallone
sempre all'umido sto senza marcire;
son buono a caccia e per menar di sprone,
e molti ciuchi ve lo posson dire:
tacconato di solida impuntura,
ho l'orlo in cima, e in mezzo la costura.

Ma l'infilarmi poi non è sì facile,
né portar mi potrebbe ogni arfasatto;
anzi affatico e stroppio un piede gracile,
e alla gamba dei più son disadatto;
portarmi molto non poté nessuno,
m'hanno sempre portato a un po' per uno.

Io qui non vi farò la litania
di quei che fur di me desiderosi;
ma così qua e là per bizzarria
ne citerò soltanto i più famosi,
narrando come fui messo a soqquadro,
e poi come passai di ladro in ladro.

Parrà cosa incredibile: una volta,
non so come, da me presi il galoppo,
e corsi tutto il mondo a briglia sciolta;
ma camminar volendo un poco troppo,
l'equilibrio perduto, il proprio peso
in terra mi portò lungo e disteso.

Allora vi successe un parapiglia;
e gente d'ogni risma e d'ogni conio
pioveano di lontan le mille miglia,
per consiglio d'un Prete o del Demonio:
chi mi prese al gambale e chi alla fiocca,
gridandosi tra lor: bazza a chi tocca.
Volle il Prete, a dispetto della fede,
calzarmi coll'ajuto e da sé solo;
poi sentì che non fui fatto al suo piede,
e allora qua e là mi dette a nolo:
ora alle mani del primo occupante
mi lascia, e per lo più fa da tirante.

Tacca col Prete a picca e le calcagna
volea piantarci un bravazzon tedesco,
ma più volte scappare in Alemagna
lo vidi sul caval di San Francesco:
in seguito tornò; ci s'è spedato,
ma tutto fin a qui non m'ha infilato.

Per un secolo e più rimasto vuoto,
cinsi la gamba a un semplice mercante;
mi riunse costui, mi tenne in moto,
e seco mi portò fino in Levante, -
ruvido sì, ma non mancava un ette,
e di chiodi ferrato e di bullette.

Il mercante arricchì, credè decoro
darmi un po' più di garbo e d'apparenza:
ebbi lo sprone, ebbi la nappa d'oro,
ma un tanto scapitai di consistenza;
e gira gira, veggo in conclusione
che le prime bullette eran più buone.

In me non si vedea grinza né spacco,
quando giù di ponente un birichino
ea una galera mi saltò sul tacco,
e si provò a ficcare anco il zampino;
ma largo largo non vi stette mai,
anzi un giorno a Palermo lo stroppiai.

Fra gli altri dilettanti oltramontani,
per infilarmi un certo re di picche
ci si messe cò piedi e colle mani;
ma poi rimase lì come berlicche,
quando un cappon, geloso del pollajo,
gli minacciò di fare il campanajo.

Da bottega a compir la mia rovina
saltò fuori in quel tempo, o giù di lì,
un certo professor di medicina,
che per camparmi sulla buccia, ordì
una tela di cabale e d'inganni
che fu tessuta poi per trecent'anni.

Mi lisciò, mi coprì di bagattelle,
e a forza d'ammollienti e d'impostura
tanto raspò, che mi strappò la pelle;
e chi dopo di lui mi prese in cura,
mi concia tuttavia colla ricetta
di quella scuola iniqua e maledetta.

Ballottato così di mano in mano,
da una fitta d'arpìe preso di mira,
ebbi a soffrire un Gallo e un Catalano
che si messero a fare a tira tira:
alfin fu Don Chisciotte il fortunato,
ma gli rimasi rotto e sbertucciato.

Chi m'ha veduto in piede a lui, mi dice
che lo Spagnolo mi portò malissimo:
m'insafardò di morchia e di vernice,
chiarissimo fui detto ed illustrissimo;
ma di sottecche adoperò la lima,
e mi lasciò più sbrendoli di prima.

A mezza gamba, di color vermiglio,
per segno di grandezza e per memoria,
m'era rimasto solamente un Giglio:
ma un Papa mulo, il Diavol l'abbia in gloria,
ai Barbari lo diè, con questo patto
di farne una corona a un suo mulatto.

Da quel momento, ognuno in santa pace
la lesina menando e la tanaglia,
cascai dalla padella nella brace:
vicerè, birri, e simile canaglia
mi fecero angherie di nuova idea,
et diviserunt vestimenta, mea.

Così passato d'una in altra zampa
d'animalacci zotici e sversati,
venne a mancare in me la vecchia stampa
di quei piedi diritti e ben piantati,
cò quali, senza andar mai di traverso,
il gran giro compiei dell'universo.

Oh povero stivale! Ora confesso
che m'ha gabbato questa matta idea:
quand'era tempo d'andar da me stesso,
colle gambe degli altri andar volea;
ed oltre a ciò, la smania inopportuna
di mutar piede per mutar fortuna.

Lo sento e lo confesso; e nondimeno
mi trovo così tutto in isconquasso,
che par che sotto mi manchi il terreno
se mi provo ogni tanto a fare un passo;
ché a forza di lasciarmi malmenare,
ho persa l'abitudine d'andare.

Ma il più gran male me l'han fatto i Preti,
razza maligna e senza discrezione;
e l'ho con certi grulli di poeti,
che in oggi si son dati al bacchettone:
non c'è Cristo che tenga, i Decretali
vietano ai Preti di portar stivali.

E intanto eccomi qui roso e negletto,
sbrancicato da tutti, e tutto mota;
e qualche gamba da gran tempo aspetto
che mi levi di grinze e che mi scuota;
non tedesca, s'intende, né francese,
ma una gamba vorrei del mio paese.

Una già n'assaggiai d'un certo Sere,
che se non mi faceva il vagabondo,
in me potea vantar di possedere
il più forte stival del Mappamondo:
ah! Una nevata in quelle corse strambe
a mezza strada gli gelò le gambe.

Rifatto allora sulle vecchie forme
e riportato allo scorticatojo,
se fui di peso e di valore enorme,
mi resta a mala pena il primo cuojo;
e per tapparmi i buchi nuovi e vecchi
ci vuol altro che spago e piantastecchi.

La spesa è forte, e lunga è la fatica:
bisogna ricucir brano per brano;
ripulir le pillacchere; all'antica
piantar chiodi e bullette, e poi pian piano
ringambalar la polpa ed il tomajo:
ma per pietà badate al calzolaio!

E poi vedete un po': qua son turchino,
là rosso e bianco, e quassù giallo e nero;
insomma a toppe come un arlecchino;
se volete rimettermi davvero,
fatemi, con prudenza e con amore,
tutto d'un pezzo e tutto d'un colore.

Scavizzolate all'ultimo se v'è
un uomo purché sia, fuorché poltrone;
e se quando a costui mi trovo in piè,
si figurasse qualche buon padrone
di far con meco il solito mestiere,
lo piglieremo a calci nel sedere.
(Giuseppe Giusti)


La chiosa di Pierluigi

Seguendo il tuo consiglio l'hanno fatto:
han provato per centosettant'anni
a cercar di scoprire il piede adatto;
con alti e bassi han fatto altri danni;
ai Preti ora noi dobbiam sommare
chi d'Oltremare ci viene a provare!

E or caro Giuseppe, mio Maestro,
hanno la gamba pensato di trovare:
hanno creduto che col piede destro
di nuovo lui potesse camminare!
Il guaio è che nessuno ha mai badato
per quale piede l'hanno fabbricato!
(Pierluigi Camilli)
Giuseppe Giusti
Vota la poesia: Commenta
    Scritta da: Pierluigi Camilli

    Gli umanitari

    Ecco il genio umanitario
    che del mondo stazionario
    unge le carrucole.
    Per finir la vecchia lite
    tra noi, bestie incivilite
    sempre un po' selvatiche,
    coll'idea d'essere Orfeo
    vuoi mestare in un cibreo
    l'universo e reliqua.
    Al ronzio di quella lira
    ci uniremo, gira gira,
    tutti in un gomitolo.
    Varietà d'usi e di clima
    le son fisime di prima;
    è mutata l'aria.
    I deserti, i monti, i mari,
    son confini da lunari,
    sogni di geografi.
    Col vapore e coi palloni troveremo gli scorcioni
    anco nelle nuvole;
    ogni tanto, se ci pare,
    scapperemo a desinare
    sotto, qui agli antipodi;
    e né gemini emisferi
    ci uniremo bianchi e neri:
    bene! Che bei posteri!
    Nascerà di cani e gatti
    una razza di mulatti
    proprio in corpo e in anima.
    La scacchiera d'Arlecchino
    sarà il nostro figurino,
    simbolo dell'indole.
    (Già per questo il Gran Sultano
    fé' la giubba al Mussulmano
    a coda di rondine!)
    Bel gabbione di fratelli!
    Di tirarci pè capelli
    smetteremo all'ultimo.
    Sarà inutile il cannone;
    rnorirem d'indigestione,
    anzi di nullaggine.
    La fiaccona generale
    per la storia universale
    farà molto comodo.
    Io non so se il regno umano
    deve aver Papa e Sovrano:
    ma se ci hanno a essere,
    Il Monarca sarà probo
    e discreto: un re del globo
    saprà star né limiti.
    Ed il capo della fede?
    Consoliamoci, si crede
    che sarà cattolico.

    Finirà, se Dio lo vuole,
    questa guerra di parole,
    guerra da pettegoli.
    Finirà: sarà parlata
    una lingua mescolata,
    tutta frasi aeree;
    e già già da certi tali
    nei poemi e nei giornali
    si comincia a scriverè.
    Il puntiglio discortese
    di tener dal suo paese,
    sparirà tra gli uomini.
    Lo chez-nous'd'un vagabondo
    vorrà dire: in questo mondo,
    non a casa al diavolo.
    Tu, gelosa ipocondria,
    che m'inchiodi a casa mia,
    escimi dal fegato;
    e tu pur chetati, o Musa,
    che mi secchi colla scusa
    dell'amor di patria.
    Son figliuol dell'universo,
    e mi sembra tempo perso
    scriver per l'Italia.
    Cari miei concittadini,
    non prendiamo per confini
    l'Alpi e la Sicilia.
    S'ha da star qui rattrappiti
    sul terren che ci ha nutriti?
    O che siamo cavoli?
    Qua e là nascere adesso,
    figuratevi, è lo stesso:
    io mi credo Tartaro.
    Perché far razza tra noi?
    Non è scrupolo da voi:
    abbracciamo i barbari!
    Un pensier cosmopolita
    ci moltiplichi la vita,
    e ci slarghi il cranio.
    Il cuor nostro accartocciato,
    nel sentirsi dilatato,
    cesserà di battere.
    Così sia: certe battute
    fanno male alla salute;
    ci è da dare in tisico.
    Su venite, io sto per uno;
    son di tutti e di nessuno;
    non mi vò confondere.
    Nella gran cittadinanza,
    picchia e mena, ho la speranza
    di veder le scimmie
    Sì sì, tutto un zibaldone:
    alla barba di Platone
    ecco la repubblica!
    Giuseppe Giusti
    Vota la poesia: Commenta
      Scritta da: Pierluigi Camilli

      La mamma educatrice

      Viva Adelaide
      che il cuor m'infiamma,
      e in omnia secula,
      viva la mamma!
      Donna mirabile,
      donna famosa!
      È un capo d'opera
      è una gran cosa.
      Una domenica
      L'incontro in piazza,
      che aveva a latere
      la sua ragazza;
      mi ferma e, affabile
      come conviene,
      comincia al solito:
      - Che fa? Sta bene? -
      Ed alla figlia
      che stava zitta,
      gridò: - Su, animo!
      Che fai lì ritta?
      Su grulla, avvezzati,
      fa il tuo dovere... -
      Che mamma amabile!
      Non è un piacere?
      E poi, tenendomi
      le mani ai panni,
      soggiunse: - Oh, passano
      pur presto gli anni!
      L'ho vista nascere:
      eh, malannaggio!
      S'invecchia e termina
      l'erba di maggio!
      Eh, bimba andiamocene,
      stamane ho fretta:
      venga un po' a veglia,
      venga, s'aspetta!
      Siam gente povera,
      ma di buon cuore:
      ci fa una grazia,
      anzi un onore.
      Via bimba, pregalo!
      Stai lì impalata!
      Ma, santa Vergine!
      Sei pur sgarbata! -
      «È sempre giovane»
      dissi « aspettate,
      lasciate correre,
      non la sgridate:
      l'età, la pratica
      è molto: e poi,
      farà miracoli
      sotto di voi! »
      Ai panegirici
      non sempre avvezza,
      fece una smorfia
      di tenerezza
      la vecchia, e a battere
      sul primo invito
      tornò, dicendomi:
      - Dunque, ha capito;
      sa dove s'abita:
      verrà? - «Verrò. »
      E chi rispondere
      Potea di no?
      V'andai. Col giubilo,
      con quel sembiante
      che per le visite
      d'un zoccolante
      ho visto prendere
      dalle massaie,
      quando alla questua
      gira per l'aie,
      quelle, vedendomi,
      in un baleno
      precipitarono
      a pian terreno;
      poi risalirono
      con meco; ed ambe
      -Badi- gridavano
      -badi alle gambe.
      È poco pratico
      la scala è scura... -
      «Ma quanti incomodi!
      Quanta premura! »
      Salgo, si chiacchiera
      sul più, sul meno;
      mi dàn del discolo
      dal capo ameno.
      Tutta sollecita
      la mamma intanto
      scotea la seggiola,
      puliva un santo;
      da un certo armadio
      fra pochi stracci
      scioglieva in furia
      due canovacci;
      d'acqua in un angolo
      la brocca empiva:
      che mamma provvida!
      Che pulizia!
      Finite all'ultimo
      tante faccende,
      disse: - E per tavola
      cosa si prende?
      Credi Delaide,
      sono sgomenta! -
      e a me voltandosi
      diceva: - Senta,
      con tanti ninnoli
      ci va un tesoro:
      le voglie crescono,
      manca il lavoro.
      Oh, ripensandoci
      m'affogherei;
      almeno, càttera,
      felice lei... -
      Capii l'antifona,
      ed un testone
      le offersi a titolo
      di compassione.
      La vecchia ingenua
      per la sorpresa
      m'urtò col gomito,
      si finse offesa;
      ma per imprestito
      poi l'accettò,
      e per andarsene
      s'incamminò
      e nell'orecchio
      mi disse: -Ohè!
      Ritorno subito;
      badiamo, vhè! -
      Io per non ridere
      alzando il ciglio,
      risposi: «Diamine!
      Mi meraviglio! »
      Esce da camera,
      chiude la porta;
      sta fuori un secolo:
      che mamma accorta!
      Poi tosse e strascica
      prima d'entrare....
      Il ciel moltiplichi
      mamme sì rare!
      Giuseppe Giusti
      Vota la poesia: Commenta
        Questo sito contribuisce alla audience di