Un dì

Quando morirò
fammi ascoltare ancora
le mie parole stanche,
che soffrono tra i libri.
Così saprò, amore,
che ti ho lasciato l'anima:
l'unico mio tesoro,
che non si perderà.
I miei soavi versi
ti toccheranno il cuore
e, come di giglio effluvi,
inebrieran le nari
dell'oscura donna,
che ebbra di tanto olezzo
a te mi condurrà
per rivivere un istante.
Gino Ragusa Di Romano
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    Patria mia!

    Patria mia, come sei ridotta.
    Il popolo non vuol seguir la rotta,
    la gente è sempre più corrotta
    e tutto questo per un po' di torta.
    L'Italia è una bancarotta,
    dove tutto s'insabbia e si complotta
    per avere più grossa la pagnotta.
    S'affilano le armi della lotta,
    tutto è una deplorevole condotta,
    ognuno teme che l'altro l'inghiotta,
    per cui si delinque a frotta.
    Meglio tacere, perché parlare scotta.
    Questo ai governanti piace
    e il popolo soggiace.
    Dov'è l'amore antico di patria e libertà?
    Dov'è il vigor dell'uomo e la sua abilità?
    Questa democrazia è tutta falsità,
    che porta solo in auge la bestialità
    ed ai politicanti tutta l'immunità
    per vivere senza tema e con impunità.
    Svegliati, o popol, tosto,
    non restare sottoposto,
    è troppo alto il costo,
    che ti è stato imposto.
    Sii fiero del tuo nome,
    non fare il prestanome.
    Tu, da buon italiano,
    non prenderla nell'ano,
    non passare per finocchio,
    non restare più in ginocchio,
    non morire da pidocchio,
    ma da uomo, sopra un cocchio.
    Gino Ragusa Di Romano
    Composta sabato 23 settembre 2000
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      Canto nupcial

      Gorjea vuestro corazòn como un canario,
      cuyo nido solido sobre una alta torre està.
      Feliz, està lleno de verdes hojas y flores;
      como un arbol fecundo, darà fruta.
      Es el escrino de muy preciosos tesoros,
      que no iràn de cierto jamàs perdidos.
      Encerrad vuestro amor como una perla
      entre las valvas de una concha dura,
      guardandola en el mar en sitio oculto
      y cultivandola con ambrosiaco miel,
      divina esencia que el corazòn produce.
      Luego, cuando reabrireis su clausura,
      suntuoso serà de la perla su esplendor
      y el viento espirarà a vuestras velas.
      Vuestro talamo de petalos de rosas
      serà ornado de vuestras amadas caras.
      Las noches de sonrisas estaràn llenas
      y tambien la luna serà muy generosa;
      suenos de amor y alfombras volaràn
      en la fragrancia de variopintas flores;
      las estrellas, halagadas, escucharàn
      las bandurrias, que trinan serenatas.
      Vuestro amor serà una rica mina,
      de donde extraereis argento y oro,
      si siempre de coros manana y tarde
      una mistica oraciòn diréis a Dios.
      Gino Ragusa Di Romano
      Composta sabato 19 gennaio 2002
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        Absit iniuria verbis

        La lanterna
        mi son messa in mano
        e sono sceso
        come Diogene sul piano.
        Cerco l'uomo
        e ancor non l'ho trovato;
        se non vien fuori
        l'Italia è a mal partito.
        Molte son le carogne,
        che sostano sul Monte
        e il lor fetore
        appesta e si diffonde.
        Una sola persona
        io vorrei in alto,
        che avesse bella
        l'anima ed il volto.
        Gino Ragusa Di Romano
        Composta domenica 30 novembre 1969
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          Inno alla pace

          Fratelli d'Italia,
          l'Italia è un tassello
          del grande mosaico,
          che Terra chiamiam.

          Fratelli d'Italia,
          non siamo italiani,
          ma cittadini del mondo,
          che si vogliono amare.

          Fratelli lontani,
          vi abbiamo nel cuore,
          vi adottiamo a distanza
          e così fate voi.

          I color della pelle
          pingano un solo vessillo,
          che unico sventoli
          sul globo d'amore.

          Noi siamo la linfa,
          che nutre la terra,
          che, poi, madre grata,
          la vita ci dà.

          Fratelli del mondo
          per sentirci vicini
          impariamo una lingua
          e parliamola ognor.

          Il lavoro nel mondo
          è per tutti i viventi,
          chi emigra o immigra
          ne ha libertà.

          Abbattiam le frontiere,
          ospitiamoci ovunque;
          il globo terrestre
          sia la nostra magione.

          Imitiamo gli uccelli,
          che dipingono il cielo
          quando passano a stormo
          e vanno qua e là.

          Ci crediam degli eletti,
          ma, forse, tali non siamo:
          il nostro operato
          sappiamo il danno che fa.

          Viviam da fratelli,
          amiamoci ognor,
          ognuno di noi
          sprizzi pace dal cor.

          Questo canto, fratelli,
          è una prece al Signore,
          che, speriamo, l'ascolti
          ed alle parole dia eco ed ardore.

          Spero che un giorno questo mio inno alla pace possa essere cantato da tutti i cittadini del mondo.
          Gino Ragusa Di Romano
          Composta giovedì 30 novembre 1967
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