Poesie di Gabriele D'Annunzio

Scrittore, poeta, drammaturgo, aviatore, politico e patriota, nato giovedì 12 marzo 1863 a Pescara (Italia), morto martedì 1 marzo 1938 a Gardone Riviera (Italia)
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Scritta da: Lucia Galasso

Aprile

Socchiusa è la finestra, sul giardino.
Un'ora passa lenta, sonnolenta.
Ed ella, ch'era attenta, s'addormenta
a quella voce che già si lamenta,
- che si lamenta in fondo a quel giardino.

Non è che voce d'acque su la pietra:
e quante volte, quante volte udita!
Quell'amore e quell'ora in quella vita
s'affondan come ne l'onda infinita
stretti insieme il cadavere e la pietra.

Ella stende l'angoscia sua nel sonno.
L'angoscia è forte, e il sonno è così lieve!
(Par la luce d'april quasi una neve
che sia tiepida. ) Ed ella certo deve
soffrire, vagamente, anche nel sonno.

Tutto nel sonno si rivela il male
che la corrompe. Il volto impallidisce
lentamente: la bocca s'appassisce
nel suo respiro; su le guance lisce
s'incava un'ombra... O rose, è il vostro male:

rose del sole nuovo, pur di ieri,
ch'ella recise ad una ad una (e intanto
ella era affaticata un poco, e intanto
l'acque avean su la stessa pietra il pianto
d'oggi), oggi quasi sfatte, e pur di ieri!

Ella non è più giovine. I suoi tardi
fiori effuse nel primo ultimo amore.
Fu di voluttà ebra e di dolore.
Un grido era nel suo segreto cuore,
assiduo: - Troppo tardi! Troppo tardi! -

Ella non è più giovine. Son quasi
bianchi i capelli su la tempia; sono
su la fronte un po' radi. L'abbandono
(ella è supina e immota), l'abbandono
fa sembrar morte le sue mani, quasi.

Né pure il gesto fa scendere mai
sangue all'estrenútà de le sue dita!
La tragga il sogno lungi da la vita.
Veda nel sogno almen ringiovanita
l'Amato ch'ella non vedrà piu mai.

Socchiusa è la finestra, sul giardino.
Un'ora passa lenta, sonnolenta.
Non altro s'ode, ne la luce spenta,
che quella voce che giù si lamenta,
- che si lamenta in fondo a quel giardino.
Gabriele D'Annunzio
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    Scritta da: Lucia Galasso

    Autunno

    Autunno, che negli occhi suoi specchiasti
    e nel mar taciturno il tuo fulvo oro
    - tutte le acque un immobile tesoro
    parvero, e gli occhi più del mare vasti -,

    Autunno, io non sentii mai così forte
    la tristezza che tu solo diffondi
    - quante di me né tuoi boschi profondi
    son cose morte tra le foglie morte!

    Come ieri. Fu ieri la suprema
    tristezza e fu l'amor supremo. Ah mai,
    ne l'ore più segrete, mai l'amai
    come ieri. Ancor l'anima ne trema.

    Ella taceva, chiusa ne la nera
    tunica dove sparsi erano fiori
    pallidi, Autunno, come i tuoi che indori
    sul vano stelo; e, china a la ringhiera,

    guardava il golfo solitario, china
    come colei che un peso immane aggrava.
    - Ombra de la sua fronte! - O non guardava
    forse dentro di sé la sua ruina?

    Forse. Non domandai. Ma così piena-
    mente a lei rispondean tutte le cose
    visibili, apparenze dolorose
    d'anime involte ne la stessa pena,

    che io credetti vedere il suo dolore
    in quelle forme, vivere in un mondo
    espresso intero dal suo cuor profondo,
    irradiato da quel solo cuore;

    e fu per me ciascuna forma un segno
    che svelava un mistero: quasi un muto
    verbo; e più nulla fu disconosciuto,
    anche per me, ne l'infinito regno.
    Gabriele D'Annunzio
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      Scritta da: Lucia Galasso

      I Pastori

      Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
      Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori
      lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
      scendono all'Adriatico selvaggio
      che verde è come i pascoli dei monti.

      Han bevuto profondamente ai fonti
      alpestri, che sapor d'acqua natia
      rimanga né cuori esuli a conforto,
      che lungo illuda la lor sete in via.
      Rinnovato hanno verga d'avellano.

      E vanno pel tratturo antico al piano,
      quasi per un erbal fiume silente,
      su le vestigia degli antichi padri.
      O voce di colui che primamente
      conosce il tremolar della marina!

      Ora lungh'esso il litoral cammina
      La greggia. Senza mutamento è l'aria.
      Il sole imbionda sì la viva lana
      che quasi dalla sabbia non divaria.
      Isciacquio, calpestio, dolci romori.

      Ah perché non son io cò miei pastori?
      Gabriele D'Annunzio
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