Da tempo un disboscamento è in atto

Da tempo un disboscamento è in atto
anche le rare erbe son disseccate
gli anni e i giorni al sole
e alle intemperie son passati.
Lo sforzo di prolungare
l'amore per la vita, ora sterpaglia,
più non è nelle mie forze
un mal di vivere mi tedia e mi scava.
Sono come un lichene di Sbarbaro
sopravvivo su rocce solitarie
e in condizioni estreme;
frantumi e polvere in un fluire
di apparenze estranee e staccate
da sbuffi di vento son dispersi.
Le maghe, le sirene e le sibille
per altri mi hanno lasciato
grigio squallore sul cuore incombe.
Ci soffermeremo sulla battigia
a fissar nell'acqua bolle di schiuma
all'arbitrio divino tireremo un sasso
vedremo la pioggia battere insistente
su muri e vetrate; senza sogni,
fisseremo orizzonti sfumati e velati.
Il tempo di essere che fu
è scorso in un batter d'occhi
gesti parole atti amori decaduti
a spenti ricordi echeggeranno vano
oltre l'inganno che li contenne.
Oh cimeli di speranze e di illusioni
anneriti dal crepuscolo del tramonto
e sparsi in un invivibile silenzio,
mancamenti per insufficienza
di essere nella nullità del tutto!
Continuano a fissarmi fissi e gelidi
gli occhi di Thanatos ma l'ombra nera
non mi abbraccia né mi stringe ancora:
atterrito e senza appoggiarmi a qualcosa
all'autorità del Nulla mi sottometto.
Angelo Michele Cozza
Composta lunedì 27 gennaio 2014
Vota la poesia: Commenta

    Lira e trombe equoree

    Fino alle nane dune
    e prima delle spente agavi
    sospinto da impeti di vento
    turbinoso di spume e bolle
    brilla scava risucchia e rode
    il frangente rabbioso,
    più rigurgita e più attacca
    senza posa barche in secca
    o ancorate a fronti murati.
    Ancor rimbomba, più in là,
    il mugghio tra gli irti scogli
    erti a difesa di lidi e case
    a schiera sul litorale.
    Ah fragore prossimo che stridi
    con silenzi e quiete
    di piane valli e cime sommerse!
    Dal lungomare flagellato
    dalla tua ira, oggi
    con occhi vuoti ti fisso mare
    lira e trombe equoree ascolto
    e in segreto di me ti parlo;
    oltre la vista che ti confina
    sondo il mistero che mi infondi
    e interpreto la sua voce.
    Simili e dissimili forse
    a volte le nostre vite:
    sempre nuove masse acquee
    da fiumi e cielo o cloache
    a te convergono copiose;
    per noi se evapora la speranza
    e prosciuga l'illusione
    possiamo solo incenerire
    e sale mai daremo dopo il rogo
    del sole che nasce e muore
    sul tuo orizzonte mobile
    al variare dell'altura
    del belvedere da cui ti guardiamo.
    L'attesa dell'amo che risale
    speso ha successo per il pescatore
    per noi privi di fede
    qualunque sia l'esca usata
    dall'insondabile mistero
    dell'essere mai nulla pescheremo,
    conchiglie o perle di sapienza
    dalla battigia della vita
    mai raccoglieremo.
    Il tempo è veloce e il vivere
    tra maree di stagioni
    ci sbatte col suo moto
    e come acqua che passi
    tra le dite delle mani
    in un niente fugge:
    zavorrati da malinconie
    annegheremo all'improvviso
    o a poco a poco e negli occhi
    ci resterà la speme delusa
    di avvistare una riva
    che noi naufraghi tra flutti
    mettesse in salvo dalla morte.
    Angelo Michele Cozza
    Composta venerdì 3 gennaio 2014
    Vota la poesia: Commenta

      Quando s'avviva un vento

      Dispiuma il flabello roggio
      che nel botro specchio riverbera
      un veemente vento di ponente,
      col suo fiato amplificato
      spennacchia volatili appollaiati
      chiome scuote e scrolla
      nuvolaglie scardina e disgrega;
      astuto, da spiragli o mal chiuso
      si intrufola per porte e scale
      mulina tra piazze sagrati e vie;
      traversale a pioppi e salici
      di terrose fiumane lontane mugola
      pareti rocce e muri come boomerang
      colpisce e si allontana.
      Se soffia tanto e alla valle
      in cui ebbi natali un giorno
      acceso va il ricordo
      su, oltre i querceti e i pruni,
      nel cimitero sotto il greppo
      forse lo udirà nell'aldilà
      mia madre da tempo seppellita
      e si rispolvererà un pezzo di vita
      passato e insieme consumato.
      Cade questo ritaglio di tempo
      ventilato che non mi allieta
      nel risucchio di un greppo;
      ora, tra mulinelli di solitudine
      fa stragi di pensieri e sogni.
      Atterrami, rovesciami e scalzami
      pure vento ma non immalinconirmi.
      Invidia, non vedi, da noi si alza
      per te che anche se muori risorgi.
      Angelo Michele Cozza
      Composta lunedì 16 dicembre 2013
      Vota la poesia: Commenta

        Ad un'amica accorsa

        Costellazione di vaghezze
        che irrompi nel mio cielo
        perdona se, terremotato
        e in balia degli eventi,
        il cuore denudato, a te,
        svestito viene di speranza,
        se ad assistere ti costringe
        al crepitar di un rogo
        e lapilli, fumi e ceneri
        disturbano i tuoi occhi;
        se per tristezza,
        turbando tuo illibato amor di vita
        con nerofumi transita
        su candor di giovinezza!
        Tu non sai! Tra luci e ombre
        il tempo lo rimena,
        spossato lo catapulta nel giorno,
        cenciose prospettive
        gli apre e stracci sbandiera,
        con sogni in fuga lo deride
        e tramando gli passa accanto.
        Sballottato è sovente nell'ora
        come l'osso di seppia tra le onde
        ai cambiamenti di fronte del coraggio,
        instabile oscilla se si sposta
        il fulcro che ne equilibra il dubbio;
        alla speranza, amo teso nell'ombra,
        preda abbocca; detriti ruinati
        da pendii di giorni ostruiscono
        le condotte che amore
        adducono ai suoi atri!
        Come repentini franano i sogni,
        amica mia, come s'annera
        e si accorcia l'età delle illusioni!
        Cupo passante pur vorrei sorridere,
        concedermi, afferrarmi
        a rigogliosi rami d'amore:
        con altro passo farmi incontro
        fiducioso a corteo di stagioni!
        Per me che non ho più meta,
        inseguito da malinconie,
        bersaglio per dardi mortali
        volge alla fine il viaggio.
        Ah mio astro che triste favola
        pur ti narro, i neri sprazzi
        i ritagli di mala ventura,
        il rovescio della tunica che ti mostro,
        il rintronare di pensieri da cui sgorga
        lo sconcerto che odi e ch'io inetto
        e vile non so risparmiarti!
        Ma orsù, fuggi, allontanati
        da questo rimuginare cupo!
        La tua vita è alba, orgasmo di gioia,
        festoso rintocco di campana,
        suono di cornamusa,
        totale gaudio, euforia di dolcezze!
        Azzurri i tuoi giorni,
        ostri i tuoi tramonti,
        freschi pistilli, petali
        e gambi di rosa i tuoi anni;
        non arso dumo, non vespero,
        non tenebra, non singulto
        non lamento ostinato la tua voce;
        tripudio, non esacerbato
        momento d'agonia!
        Un fascio di felicità
        dai tuoi cespi lasciami raccogliere
        oggi bosco di felci e di viole!
        Possa lo stormire delle tue fronde
        far da sottofondo sonoro
        all'omelia quando pietra ricordo
        sarà deposta sulla mia tomba!
        Vagando tra i solchi uberi
        della tua pronta memoria,
        all'affiorare del mio ricordo,
        un mattino di primavera,
        alle prime luci mi coglierai
        fiore sbucato da invisibili radici:
        al capo di reciso stelo,
        tremulo, allora ti sorriderò corolla!
        Angelo Michele Cozza
        Composta venerdì 30 novembre 2007
        Vota la poesia: Commenta

          Come a mosca cieca

          Andare a tentoni col pensiero
          di qua o di là che cambia
          se fatalmente sempre
          allo stesso punto poi arriveremo?
          Valga il vero fatidico, non si disvii:
          il turbine che mulina la vita
          e ci alza e ci spinge
          sulla torre da cui scrutiamo
          il senso ultimo delle cose
          nell'effimero ha sempre sbocco.
          A che nelle fenditure spiare
          se neppure alla luce vediamo!
          Solo un infingimento, mi ripeto,
          stipulato segretamente col cuore,
          -leva per il cambio della vita-
          ci salva dal groviglio
          di tenebre che ci attornia
          e ci catapulta su altra corsia.
          Falliti recensori di noi stessi
          ammettiamo onesti e convinti
          di non sapere niente
          oltre il solo fatto innegabile
          che sorge e tramonta il sole
          e si nasce e si muore ogni giorno.
          Fermarsi a mezza via
          di una strettoia di congetture
          o in alto mare o in una secca
          o su un cacume d'argilla di intedimenti
          sempre smarriti oltre ci si perde
          e alla mente un perché resta ignoto.
          Non si svelerà mai e poi mai
          la forza ignota che ci affatica
          e spinge i nostri passi ancora,
          il fluire di una potenza in atto
          che si attarda e ci solleva
          e in altri ondeggiamenti ci sbatte.
          A uno svolto, dopo un dedalo
          di malinconie e di pensieri,
          di colpo, riprendono battiti,
          ci appare una linea d'orizzonte
          e un senso di essere ci evoca.
          Bisogna uscire indenni, lucidi
          e irrobustiti dai soprassalti del vuoto
          per immaginare una sopravvivenza:
          dove poi andremo a finire, poco conta.
          Per ora, non accenderemo ancora
          ceri all'illusione e alla speranza;
          un po' di fuoco vivo nel crogiolo
          pur ci sarà sotto la cenere; domani
          ritorneremo nella bolgia dei recitanti,
          occultando l'incontro col nulla,
          continueremo a blaterare qualcosa.
          Angelo Michele Cozza
          Composta sabato 30 novembre 2013
          Vota la poesia: Commenta
            Questo sito contribuisce alla audience di