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Lira e trombe equoree

Fino alle nane dune
e prima delle spente agavi
sospinto da impeti di vento
turbinoso di spume e bolle
brilla scava risucchia e rode
il frangente rabbioso,
più rigurgita e più attacca
senza posa barche in secca
o ancorate a fronti murati.
Ancor rimbomba, più in là,
il mugghio tra gli irti scogli
erti a difesa di lidi e case
a schiera sul litorale.
Ah fragore prossimo che stridi
con silenzi e quiete
di piane valli e cime sommerse!
Dal lungomare flagellato
dalla tua ira, oggi
con occhi vuoti ti fisso mare
lira e trombe equoree ascolto
e in segreto di me ti parlo;
oltre la vista che ti confina
sondo il mistero che mi infondi
e interpreto la sua voce.
Simili e dissimili forse
a volte le nostre vite:
sempre nuove masse acquee
da fiumi e cielo o cloache
a te convergono copiose;
per noi se evapora la speranza
e prosciuga l'illusione
possiamo solo incenerire
e sale mai daremo dopo il rogo
del sole che nasce e muore
sul tuo orizzonte mobile
al variare dell'altura
del belvedere da cui ti guardiamo.
L'attesa dell'amo che risale
speso ha successo per il pescatore
per noi privi di fede
qualunque sia l'esca usata
dall'insondabile mistero
dell'essere mai nulla pescheremo,
conchiglie o perle di sapienza
dalla battigia della vita
mai raccoglieremo.
Il tempo è veloce e il vivere
tra maree di stagioni
ci sbatte col suo moto
e come acqua che passi
tra le dite delle mani
in un niente fugge:
zavorrati da malinconie
annegheremo all'improvviso
o a poco a poco e negli occhi
ci resterà la speme delusa
di avvistare una riva
che noi naufraghi tra flutti
mettesse in salvo dalla morte.
Composta venerdì 3 gennaio 2014
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    Quando s'avviva un vento

    Dispiuma il flabello roggio
    che nel botro specchio riverbera
    un veemente vento di ponente,
    col suo fiato amplificato
    spennacchia volatili appollaiati
    chiome scuote e scrolla
    nuvolaglie scardina e disgrega;
    astuto, da spiragli o mal chiuso
    si intrufola per porte e scale
    mulina tra piazze sagrati e vie;
    traversale a pioppi e salici
    di terrose fiumane lontane mugola
    pareti rocce e muri come boomerang
    colpisce e si allontana.
    Se soffia tanto e alla valle
    in cui ebbi natali un giorno
    acceso va il ricordo
    su, oltre i querceti e i pruni,
    nel cimitero sotto il greppo
    forse lo udirà nell'aldilà
    mia madre da tempo seppellita
    e si rispolvererà un pezzo di vita
    passato e insieme consumato.
    Cade questo ritaglio di tempo
    ventilato che non mi allieta
    nel risucchio di un greppo;
    ora, tra mulinelli di solitudine
    fa stragi di pensieri e sogni.
    Atterrami, rovesciami e scalzami
    pure vento ma non immalinconirmi.
    Invidia, non vedi, da noi si alza
    per te che anche se muori risorgi.
    Composta lunedì 16 dicembre 2013
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      Ad un'amica accorsa

      Costellazione di vaghezze
      che irrompi nel mio cielo
      perdona se, terremotato
      e in balia degli eventi,
      il cuore denudato, a te,
      svestito viene di speranza,
      se ad assistere ti costringe
      al crepitar di un rogo
      e lapilli, fumi e ceneri
      disturbano i tuoi occhi;
      se per tristezza,
      turbando tuo illibato amor di vita
      con nerofumi transita
      su candor di giovinezza!
      Tu non sai! Tra luci e ombre
      il tempo lo rimena,
      spossato lo catapulta nel giorno,
      cenciose prospettive
      gli apre e stracci sbandiera,
      con sogni in fuga lo deride
      e tramando gli passa accanto.
      Sballottato è sovente nell'ora
      come l'osso di seppia tra le onde
      ai cambiamenti di fronte del coraggio,
      instabile oscilla se si sposta
      il fulcro che ne equilibra il dubbio;
      alla speranza, amo teso nell'ombra,
      preda abbocca; detriti ruinati
      da pendii di giorni ostruiscono
      le condotte che amore
      adducono ai suoi atri!
      Come repentini franano i sogni,
      amica mia, come s'annera
      e si accorcia l'età delle illusioni!
      Cupo passante pur vorrei sorridere,
      concedermi, afferrarmi
      a rigogliosi rami d'amore:
      con altro passo farmi incontro
      fiducioso a corteo di stagioni!
      Per me che non ho più meta,
      inseguito da malinconie,
      bersaglio per dardi mortali
      volge alla fine il viaggio.
      Ah mio astro che triste favola
      pur ti narro, i neri sprazzi
      i ritagli di mala ventura,
      il rovescio della tunica che ti mostro,
      il rintronare di pensieri da cui sgorga
      lo sconcerto che odi e ch'io inetto
      e vile non so risparmiarti!
      Ma orsù, fuggi, allontanati
      da questo rimuginare cupo!
      La tua vita è alba, orgasmo di gioia,
      festoso rintocco di campana,
      suono di cornamusa,
      totale gaudio, euforia di dolcezze!
      Azzurri i tuoi giorni,
      ostri i tuoi tramonti,
      freschi pistilli, petali
      e gambi di rosa i tuoi anni;
      non arso dumo, non vespero,
      non tenebra, non singulto
      non lamento ostinato la tua voce;
      tripudio, non esacerbato
      momento d'agonia!
      Un fascio di felicità
      dai tuoi cespi lasciami raccogliere
      oggi bosco di felci e di viole!
      Possa lo stormire delle tue fronde
      far da sottofondo sonoro
      all'omelia quando pietra ricordo
      sarà deposta sulla mia tomba!
      Vagando tra i solchi uberi
      della tua pronta memoria,
      all'affiorare del mio ricordo,
      un mattino di primavera,
      alle prime luci mi coglierai
      fiore sbucato da invisibili radici:
      al capo di reciso stelo,
      tremulo, allora ti sorriderò corolla!
      Composta venerdì 30 novembre 2007
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        Come a mosca cieca

        Andare a tentoni col pensiero
        di qua o di là che cambia
        se fatalmente sempre
        allo stesso punto poi arriveremo?
        Valga il vero fatidico, non si disvii:
        il turbine che mulina la vita
        e ci alza e ci spinge
        sulla torre da cui scrutiamo
        il senso ultimo delle cose
        nell'effimero ha sempre sbocco.
        A che nelle fenditure spiare
        se neppure alla luce vediamo!
        Solo un infingimento, mi ripeto,
        stipulato segretamente col cuore,
        -leva per il cambio della vita-
        ci salva dal groviglio
        di tenebre che ci attornia
        e ci catapulta su altra corsia.
        Falliti recensori di noi stessi
        ammettiamo onesti e convinti
        di non sapere niente
        oltre il solo fatto innegabile
        che sorge e tramonta il sole
        e si nasce e si muore ogni giorno.
        Fermarsi a mezza via
        di una strettoia di congetture
        o in alto mare o in una secca
        o su un cacume d'argilla di intedimenti
        sempre smarriti oltre ci si perde
        e alla mente un perché resta ignoto.
        Non si svelerà mai e poi mai
        la forza ignota che ci affatica
        e spinge i nostri passi ancora,
        il fluire di una potenza in atto
        che si attarda e ci solleva
        e in altri ondeggiamenti ci sbatte.
        A uno svolto, dopo un dedalo
        di malinconie e di pensieri,
        di colpo, riprendono battiti,
        ci appare una linea d'orizzonte
        e un senso di essere ci evoca.
        Bisogna uscire indenni, lucidi
        e irrobustiti dai soprassalti del vuoto
        per immaginare una sopravvivenza:
        dove poi andremo a finire, poco conta.
        Per ora, non accenderemo ancora
        ceri all'illusione e alla speranza;
        un po' di fuoco vivo nel crogiolo
        pur ci sarà sotto la cenere; domani
        ritorneremo nella bolgia dei recitanti,
        occultando l'incontro col nulla,
        continueremo a blaterare qualcosa.
        Composta sabato 30 novembre 2013
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          Assenza

          Brilla e ridente in alto passa
          una luna novembrina stasera
          -la ricordi la nostra prima luna? -
          Aria fredda, amore, spiffera
          dalla feritoia del balcone
          ritornelli lunghi e lenti
          orchestrale l'orologio suona,
          intenso supplizio è di te l'attesa
          t'aspetto e non verrai mia stella.
          Impigliato in un vischio
          di ore ombrose, intorno,
          fitto un vuoto cresce
          e un cuore floscio tonfa.
          Più tardi, solo sarò ancora;
          privo del caldo del tuo corpo
          mi assedierà dura un'insonnia.
          Privo di sonno e sogni
          da un condotto di pensieri
          fluida fuoriuscirà una malinconia
          e non potrò, di sicuro,
          evitare che mi inondi;
          nubi basse di solitudine
          si gonfieranno di nero
          e alluvionata faranno una vita.
          Tu, assente, non mi allungherai
          per mettermi in secco le mani
          e atterrito non saprò che fare.
          Insaccato in demenze cupe
          mi accecherò senza luce,
          un sospiro dilatato estremo
          e respirerò poi essenze di morte!
          Spargi la tua anima calda ora
          e dal gelo che nevica mi salvi;
          cantami, con passione,
          in do maggiore amore
          la canzone che vorrei udire
          più prima che una notte mi congeli.
          Composta lunedì 18 novembre 2013
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