Scritto da: Vincenzo Sansone
Continuava a guardare l'orologio, nonostante sapesse che il tempo non gli sarebbe stato amico. Più tempo scorreva e meno ne avrebbe avuto, l'euforia e l'attesa gradualmente lasciavano posto ad ansia e paura. La paura che, ancora una volta, lei non ci sarebbe stata.
Lo sguardo di un anziano che camminava piano senza una meta precisa, un ragazzo che mentre mangiava la sua barretta di cioccolata si guardava intorno come se il mondo lo stesse giudicando, una donna al telefono che piangeva ed urlava, tutto il mondo continuava a girare, anche senza uno scopo preciso, ma solo lui era lì fermo ed immobile ad aspettarla.
E di lei ancora nessuna traccia.
E poi quel messaggio. "Dove sei?"
Significava che stava arrivando, non che fosse lì, che ci sarebbe stato ancora da aspettare, che il tempo sarebbe stato ancora meno.
E tra quel messaggio e tutte quelle domande, mentre girava su stesso, irrequieto, eccola lì, apparire dal nulla, già ad un metro da lui.
Tutta quell'attesa e non era pronto ad incontrarla.
Tutte quelle parole nella sua testa, tutto quel tempo per metterle in ordine e alla fine disse solo "Ciao".
E in un attimo si ritrovarono seduti, di fianco, alla ricerca di un contatto fisico qualunque, che potesse unirli in un modo diverso, mai ancora provato, mentre nei loro discorsi si facevano spazio argomenti quotidiani e che potessero riempire il vuoto di ogni singolo attimo.
"Sono totalmente imbarazzato, nella mia mente ti ho già detto tutto, ma ora che sei qui non riesco a smettere di sorridere e nient'altro"
Lei lo guardò per un solo istante e poi diresse i suoi occhi altrove, non parlava, come sempre, teneva dentro, al massimo ammetteva a se stessa che tutto quello fosse davvero reale.
Continuavano a conversare, sorridersi, lui iniziò a registrare ogni singolo centimetro del suo viso, dei movimenti della sua bocca e dell'infinito dei suoi occhi.
E il tempo, distruttore di momenti, terminava.
Fu un attimo mentre notava il suo orecchino a forma di ape o il ciondolo del suo bracciale a quando furono di nuovo in piedi l'uno di fronte all'altra.
"Ciao g. S., non ti innervosire troppo" e lei lo tirò a sé in un abbraccio.
Lui rispose con cose senza senso, parole che nemmeno pensava, dettate da pensieri confusi e mescolati tra loro, senza che nemmeno uno riuscisse a farsi strada tra le emozioni e quel calore che sentiva. Fece scorrere la sua mano lungo la schiena di lei e la strinse forte, chiuse gli occhi e ripensò a tutte le emozioni impossibili che provava e che voleva confessarle. Non riuscì a dire nulla, rimase fermo a stringerla, le diede un primo bacio sulla guancia e i loro occhi si sfiorarono per la frazione di secondo che valse tutta quell'attesa, tutta quell'ansia, quelle paure e quell'amore che provava.
Lei lo tirò di nuovo a sé, in un nuovo abbraccio, come una confessione inevitabile, incontrollabile, che la constrinse a tenerlo ancora a sé, magari per dargli la forza di esplodere con le parole, quelle che aveva dentro, ma l'unico rumore che si riuscì a sentire era quello di due cuori che battevano all'unisono.
La forza di un amore impossibile che si rendeva reale e che dichiarava con forza la sua ragione di esistere.
"Ciao m. J."

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    Dedicato a tutti gli amori impossibili che esistono. E che sono reali.

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