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Le migliori poesie di Wislawa Szymborska

Poetessa, saggista e traduttrice, premio nobel alla letteratura 1996, nato lunedì 2 luglio 1923 a Kórnik (Polonia), morto mercoledì 1 febbraio 2012 a Cracovia (Polonia)
Questo autore lo trovi anche in Frasi & Aforismi.

Il cielo

Da qui si doveva cominciare: il cielo.
Finestra senza davanzale, telaio, vetri.
Un'apertura e nulla più,
ma spalancata.

Non devo attendere una notte serena,
né alzare la testa,
per osservare il cielo.
L'ho dietro a me, sottomano e sulle palpebre.
Il cielo mi avvolge ermeticamente
e mi solleva dal basso.

Perfino le montagne più alte
non sono più vicine al cielo
delle valli più profonde.
In nessun luogo ce n'è più
che in un altro.
La nuvola è schiacciata dal cielo
inesorabilmente come la tomba.
La talpa è al settimo cielo
come il gufo che scuote le ali.
La cosa che cade in un abisso
cade da cielo a cielo.

Friabili, fluenti, rocciosi,
infuocati e aerei,
distese di cielo, briciole di cielo,
folate e cumuli di cielo.
Il cielo è onnipresente
perfino nel buio sotto la pelle.

Mangio cielo, evacuo cielo.
Sono una trappola in trappola,
un abitante abitato,
un abbraccio abbracciato,
una domanda in risposta a una domanda.

La divisione in cielo e terra
non è il modo appropriato
di pensare a questa totalità.
Permette solo di sopravvivere
a un indirizzo più esatto,
più facile da trovare,
se dovessero cercarmi.
Miei segni particolari:
incanto e disperazione.
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    Scritta da: Eclissi

    Il 16 maggio 1973

    Una delle tante date
    Che non mi dicono più nulla.

    Dove sono andata quel giorno,
    che cosa ho fatto – non lo so.

    Se lì vicino fosse stato commesso un delitto
    - non avrei un alibi.

    Il sole sfolgorò e si spense
    Senza che ci facessi caso.
    La terra ruotò
    e non ne presi nota.

    Mi sarebbe più lieve pensare
    Di essere morta per poco,
    piuttosto che ammettere di non ricordare nulla
    benché sia vissuta senza interruzioni.

    Non ero un fantasma, dopotutto,
    respiravo, mangiavo,
    si sentiva
    il rumore dei miei passi,
    e le impronte delle mie dita
    dovevano restare sulle maniglie.

    Lo specchio rifletteva la mia immagine.
    Indossavo qualcosa d'un qualche colore.
    Certamente più d'uno mi vide,

    Forse quel giorno
    Trovai una cosa andata perduta.
    Forse ne persi una trovata poi.

    Ero colma di emozioni e impressioni.
    Adesso tutto questo è come
    Tanti puntini tra parentesi.

    Dove mi ero rintanata,
    dove mi ero cacciata –
    niente male come scherzetto
    perdermi di vista così.

    Scuoto la mia memoria –
    Forse tra i suoi rami qualcosa
    Addormentato da anni
    Si leverà con un frullo.
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      Scritta da: Marilena Aiello

      La gioia di scrivere

      Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?
      Ad abbeverarsi ad un'acqua scritta
      che riflette il suo musetto come carta carbone?
      Perché alza la testa, sente forse qualcosa?
      Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità,
      da sotto le mie dita rizza le orecchie.
      Silenzio - anche questa parola fruscia sulla carta
      e scosta
      i rami generati dalla parola "bosco".

      Sopra il foglio bianco si preparano al balzo
      lettere che possono mettersi male,
      un assedio di frasi
      che non lasceranno scampo.

      In una goccia d'inchiostro c'è una buona scorta
      di cacciatori con l'occhio al mirino,
      pronti a correr giù per la ripida penna,
      a circondare la cerva, a puntare.

      Dimenticano che la vita non è qui.
      Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
      Un batter d'occhio durerà quanto dico io,
      si lascerà dividere in piccole eternità
      piene di pallottole fermate in volo.
      Non una cosa avverrà qui se non voglio.
      Senza il mio assenso non cadrà foglia,
      né si piegherà stelo sotto il punto del piccolo zoccolo.

      C'è dunque un mondo
      di cui reggo le sorti indipendenti?
      Un tempo che lego con catene di segni?
      Un esistere a mio comando incessante?

      La gioia di scrivere
      Il potere di perpetuare.
      La vendetta d'una mano mortale.
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        Scritta da: Elisa M.

        Lode della cattiva considerazione di sé

        La poiana non ha nulla da rimproverarsi.
        Gli scrupoli sono estranei alla pantera nera.
        I piranha non dubitano della bontà delle proprie azioni.
        Il serpente a sonagli si accetta senza riserve.
        Uno sciacallo autocritico non esiste.
        La locusta, l'alligatore, la trichina e il tafano vivono come vivono e ne sono contenti.
        Non c'è nulla di più animale della coscienza pulita, sul terzo pianeta del sole.
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          La cipolla

          La cipolla è un'altra cosa.
          Interiora non ne ha.
          Completamente cipolla
          Fino alla cipollità.
          Cipolluta di fuori,
          cipollosa fino al cuore,
          potrebbe guardarsi dentro
          senza provare timore.
          In noi ignoto e selve
          di pelle appena coperti,
          interni d'inferno,
          violenta anatomia,
          ma nella cipolla - cipolla,
          non visceri ritorti.
          Lei più e più volte nuda,
          fin nel fondo e così via.
          Coerente è la cipolla,
          riuscita è la cipolla.
          Nell'una ecco sta l'altra,
          nella maggiore la minore,
          nella seguente la successiva,
          cioè la terza e la quarta.
          Una centripeta fuga.
          Un'eco in coro composta.
          La cipolla, d'accordo:
          il più bel ventre del mondo.
          A propria lode di aureole
          da sé si avvolge in tondo.
          In noi - grasso, nervi, vene,
          muchi e secrezione.
          E a noi resta negata
          l'idiozia della perfezione.
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