Scritta da: Kovski21

Invece di una lettera

Il fumo del tabacco ha roso l'aria.
La stanza
è un capitolo dell'inferno di Kruchenych.
Ricordi?
Accanto a questa finestra
per la prima volta
accarezzai freneticamente le tue mani.
Oggi, ecco, sei seduta,
il cuore rivestio di ferro.
Ancora un giorno,
e mi scaccerai,
forse maledicendomi.
Nella buia anticamera, la mano, rotta dal tremito,
a lungo non saprà infilarsi nella manica.
Poi uscirò di corsa,
e lancerò il mio corpo per la strada.
Fuggito da tutti,
folle diventerò,
consunto dalla disperazione.
Ma non è necessario tutto questo;
cara,
dolce,
diciamoci adesso addio.
Il mio amore,
peso così schiacciante ancora,
ti grava sopra
lo stesso,
dovunque tu fugga.
Lasciami sfogare in un ultimo grido
l'amarezza degli offesi lamenti.
Se lo sfiancano di lavoro, un bue,
se ne va
ad adagiardi sulle fredde acque.
Ma, al di fuori del tuo amore,
per me
non c'è mare,
e dal tuo amore neanche col pianto puoi imetrare tregua.
Se l'elefante sfinito cerca pace,
si stende regalmente sulla sabbia arroventata.
Ma, al di fuori del tuo amore,
per me
non c'è sole,
e io non so neppure dove sei e con chi.
Se così tua avessi ridotto un poeta,
lui
avrebbe lasciato la sua amata per la gloria e il denaro
ma per me
non un solo
suono è di festa
oltre a quello del tuo amato nome.
Non mi butterò nella tromba delle scale,
non ingierò veleno,
non saprò premere il grilletto contro la tempia.
Su di me,
al di fuori del tuo sguardo,
non ha potere la lama di nessun coltello.
Domani dimenticherai
che ti ho incoronato,
che l'anima in fiore ho incenerito con l'amore,
e lo scatenato carnevale dei giorni irrequieti
socompiglierà le pagine dei miei libi...
Potranno mai le foglie secche delle mie parole
trattenerti un momento
per aspirare avidamente?
Ma lascia almeno
ch'io lastrichi con un'ultima tenerezza
il tuo passo che s'allontana.
Vladimir Majakovskij
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    Scritta da: Kovski21

    Il flauto di vertebre

    Prologo

    a voi tutte,
    che piacete o siete piaciute,
    che conservate icone nell'antro dell'anima,
    come coppa di vino in un brindisi,
    levo il cranio ricolmo di canti.

    Sempre più spesso mi chiedo
    se non sia meglio metter il punto
    d'un proiettile alla mia sorte.
    Oggi darò,
    in ogni caso,
    un concerto d'addio.

    Memoria!
    Raduna nella sala del cervello
    le schiere inesaurivbili delle amate.
    Da un occhio all'altro effindi il sorriso. D'antiche nozze travesti la notte.
    Di corpo in corpo effondete la gioia.
    Che nessuno dimentichi una simile notte.
    Oggi io suonerò il flauto
    sulla mia colonna vertebrale.

    I

    Miglia di strade i miei passi calpestano.
    Dove andrò a nascondere il mio inferno?
    Da quale Hoffmann celeste
    sei stata concepita, maledetta?

    Sono anguste le strade per una tempesta di gioia.
    Gente adorna la festa senza posa attingeva.
    Penso.
    I pensieri, grumi di sangue,
    imfermi e rappresi strisciano via dal cranio.

    Io,
    taumaturgo di ogni tripudio,
    non ho con chi andare alla festa.
    Cadrò di schianto, supino,
    sfracellandomi il capo dulle pietre del Nevskij!
    Ho bestemmiato.
    Ho urlato che Dio non esiste,
    e lui ha tratto dal fondo dell'inferno
    una donna che farebbe tremare una montagna
    e mi ha comandato:
    amala!

    Dio è soddisfatto.
    Nell'erta sotto il cielo
    un uomo tormentato s'è inselvatichito e spanto.
    Dio si stropiccia le mani.
    Dio pensa:
    aspetta, Vladimir!
    L'ha escogitato lui, lui,
    per non farmi scoprire il tuo mistero,
    di darti un marito vero
    e di porre sul pianoforte note umane.
    Se furtivo m'accostassi alla soglia della tua alcova, per far la croce sulla nostra coperte,
    lo so,
    si sentirebbe puzzo di lana bruciata
    e fumo sulfureo si leverebbe dalla carne del diavolo.

    Ma invece fino all'alba
    l'orrore che tu fossi condotta ad amare
    m'ha sconvolto,
    e le mie grida
    ho sfaccettato in versi,
    gioielliere già in preda alla follia.
    Giocare a carte!
    Sciaquare
    nel vino la rauca gola del cuore!

    Non ho bisogno di te!
    Non voglio!
    Non importa,
    lo so
    che creperò fra breve.

    Se è vero che esisti,
    o Dio,
    o mio Dio,
    se hai intessuto il tappeto di stelle,
    se questo tormento,
    moltiplicato ogni giorno,
    è, Signore, una prova mandata giù da te,
    indossa la toga del giudice.
    Aspetta la mia visita.
    Sono puntuale,
    non tarderò d'un giorno.
    Ascolta,
    altissimo inquisitore!

    Serrerò la bocca.
    Non udiranno un grido
    dalle labbra morse.
    Legami alle comete, come alle code dei cavalli,
    trascinami,
    squarciandomi sulle punte delle stelle.
    Oppure,
    quando l'anima mia sloggerà
    per venire al tuo tribunale,
    accigliandoti ottusamente,
    come una forca
    distendi la Via Lattea,
    e subito impiccami come un criminale.
    Fà quello che ti pare.
    Squartami, se vuoi.
    Io stesso, giusto, ti laverò le mani.
    Però,
    ascolta!
    Portati via la maledetta,
    che m'hai comandato d'amare!

    Miglia di strade i miei passi calpestano.
    Dove andrò a nascondere il mio inferno?
    Da quale Hoffmann celeste
    sei stata concepita, maledetta?

    Ii

    Il cielo
    fumoso, immemore d'azzurro,
    e le nubi a brandelli come profughi
    rischiarerò nell'alba del mio ultimo amore,
    vivido come l'incarnato d'un tisico.
    La mia gioia ricoprirà il ruggito
    dell'ammasso, dimentico
    del tepore domestico.
    Uscite dalle trincee.
    Combatterete dopo.

    Anche se dura la battaglia,
    ubriaca di sangue e vacillante come Bacco,
    le parole d'amore non sono vane.
    Cari tedeschi!
    Io so
    che avete sul labbro
    la Margherita di Goethe.

    Muore il francese
    sulla baionetta sorridendo,
    con un sorriso si schianta l'aviatore ferito,
    se ricorda
    il bacio della tua bocca,
    Traviata.

    Ma a me che importa
    della rosea polpa,
    che i secoli masticheranno?
    Oggi stendetevi ad altri piedi!
    Canto te,
    imbellettata,
    fulva.

    Forse di questi giorni,
    orrendi come aguzze baionette,
    quando i secoli avranno canuta la barba,
    resteremo soltanto
    tu
    ed io,
    che t'inseguirò di città in città.

    Sarai mandata di là dal mare,
    ti celerai nel covo della notte:
    ti bacerò attraverso la nebbia di Londra
    con le labbra di fuoco dei lampioni.

    In lente carovane percorrerai i torridi deserti,
    dove stanno leoni in agguato:
    per te
    sotto la polvere, strappata dal vento,
    sarà un Sahara la mia guancia ardente.

    Con un sorriso sulle labbra guardami,
    vedrai
    che torero io sono!
    E d'improvviso
    getterò sul tuo palco la mia gelosia
    come l'occhio morente del toro.

    Se portando il tuo passo distratto sul ponte
    penserai
    che ti sta bene laggiù,
    sarò io
    sotto il ponte la corrente della Senna,
    e ti chiamerò,
    digrignando i putridi denti.

    Con un altro incendierai nel fuoco dei cavalli
    Strelka o Sokolniki.
    Io starò in alto a farti soffrire
    con un'ignuda luna in attesa.

    Sono forte,
    avranno bisogno di me
    e mi ordineranno:
    muori in battaglia!
    Il tuo nome
    sarà l'ultimo,
    rappreso sul mio labbro lacerato dal proiettile.

    Finirò sul trono?
    O a Sant'Elena?
    Dominati i flutti tempestosi della vita,
    sarò ugualmente candidato
    al regno dell'universo
    e al lavoro forzato.

    Se è mio destido d'essere re,
    il tuo viso
    ordinerò di coniare al mio popolo
    nell'oro vivo delle mie monete!
    O laggiù,
    dove si scolora il mondo nella tundra,
    dove traffica il fiume col vento del nord,
    sul ferro graffierò il tuo nome, Lilia,
    e le catene bacerò nel buio della galera.

    Ascoltate, immemori dell'azzurro del cielo,
    irsuti,
    come bestie feroci.
    Al mondo, forse,
    questo ultimo amore
    è un'alba vivida come incarnato di un tisico

    iii

    Scorderò l'anno, la data, il giorno.
    Mi chiuderò solo con un foglio di carta.
    Avverati, magia sovrumana,
    delle parole illuminate di pianto!

    Oggi, appena entrato nella tua casa,
    mi sono sentito
    a disagio.
    Tu celavi qualcosa nell'abito di seta
    e s'effondeva nell'aria un profumo d'incenso.
    Sei felice?
    Hai risposto un freddo:
    &olaquo Molto ".
    L'inquietudine ha rotto l'argine della ragione.
    Accumolo disperazione, nel delirio della febbre.

    Ascolta,
    tanto non ci riesci
    a celare il cadavere.
    Scagliami in viso la parola terribile.
    Ogni tuo muscolo urla
    lo stesso,
    come in un megafono:
    è morto, è morto, è morto.
    No,
    rispondi.
    Non mentire!
    (Come farò a tornare indietro così?)
    Come due tombe
    ti si scavano gli occhi nel viso.

    Le due fosse si inabissano.
    Non se ne vede il fondo.
    Mi sembra
    di crollare dal palco dei giorni.
    Come una fune, ho teso l'anima sul precipizio
    e vi ho fatto l'equilibrista, giocoliere di parole.

    Lo so,
    ormai l'ha consunto l'amore.
    Da tanti segni indovino la noia.
    Fammi tornare giovane nell'anima.
    La gioia del corpo fà di nuovo conoscere al cuore.

    Lo so,
    per una donna sempre si paga.
    Non fa niente,
    se intanto,
    non ti vestirò con l'elegante abito di Parigi
    ma soltanto col fumo della sigaretta.

    Il mio amore,
    come un apostolo d'età remote,
    diffonderò oer mille e mille strade.
    Da secoli è pronta per te una corona,
    ove sono incastonate le mie parole:
    arcobaleno di spasimi.

    Come fecero vincere Pirro
    gli elefanti con passi di due quintali,
    così io ho sconvolto il tuo cervello col passo del genio.
    Invano.
    Non potrò piegarti

    Gioisci,
    gioisci
    d'avermi finito!
    Ora è tale l'angoscia che desidero
    soltanto fuggire al canale
    e il capo cacciare nell'acqua digrignante.

    Mi hai offerto le labbra.
    Con quanta indifferenza.
    Le ho sfiorate e m'hanno ghiacciato.
    M'è parso di baciare in penitenza
    un monastero intagliato nella fredda pietra.

    Hanno sbattuto
    la porta.
    È entrato lui,
    rorido della gaiezza delle strade.
    Io
    con un gemito mi sono spezzato in due.
    Gli ho gridato:
    &olaquo Va bene!
    Me ne andrò!
    Va bene!
    Rimarrà tua.
    Ricoprila di stracci,
    le sete appesantiscono le sue timide ali.
    Bada che non s'involi.
    Appendile al collo
    come una pietra collane di perle!".

    Oh, questa
    che notte!
    Ho spremuto a non finire la mia disperazione.
    Al mio pianto e al mio riso
    il muso della stanza d'è torto in una smorfia d'orrore.
    E come una visione sorse a te il suo sembiante,
    sul suo tappeto effondevi l'aurora dei tuoi occhi,
    quasi in sogno evocasse un nuovo Bjalik
    un'abbagliante regina dell'ebraica Sion.

    Nel tormento ho piegato i ginocchi
    dinanzi a colei che non è più mia.
    A mio paragone
    re Alberto,
    arresosi con tutte le sue fortezze,
    è un festeggiato ricolmo di regali.

    Indoratevi al sole, fiori ed erbe!
    Dilagate in primavera, vita di tutti gli elementi!
    Io un solo veleno desiderio:
    bere e bere sempre versi.

    Tu che hai saccheggiato il mio cuore,
    privandolo di tutto,
    e nel delirio m'hai lacerato l'anima,
    accogli, cara, il mio dono,
    forse più nulla io potrò inventare.

    Onorate a festa la data di oggi.
    Avverati,
    magia simile alla passione di Cristo.
    Vedete,
    sulla carta sono trafitto con chiodi di parole.
    Vladimir Majakovskij
    Composta nel 1913
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      Scritta da: Eclissi

      All'amato me stesso

      Quattro. Pesanti come un colpo.

      "A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio".

      Ma uno come me dove potrà ficcarsi?

      Dove mi si è apprestata una tana?

      S'io fossi piccolo come il grande oceano,
      mi leverei sulla punta dei piedi delle onde con l'alta marea,
      accarezzando la luna.

      Dove trovare un'amata uguale a me?
      Angusto sarebbe il cielo per contenerla!

      O s'io fossi povero come un miliardario... Che cos'è il denaro per l'anima?
      Un ladro insaziabile s'annida in essa:
      all'orda sfrenata di tutti i miei desideri
      non basta l'oro di tutte le Californie!

      S'io fossi balbuziente come Dante o Petrarca...
      Accendere l'anima per una sola, ordinarle coi versi...
      Struggersi in cenere.
      E le parole e il mio amore sarebbero un arco di trionfo:
      pomposamente senza lasciar traccia vi passerebbero sotto
      le amanti di tutti i secoli.

      O s'io fossi silenzioso, umil tuono... Gemerei stringendo
      con un brivido l'intrepido eremo della terra...
      Seguiterò a squarciagola con la mia voce immensa.

      Le comete torceranno le braccia fiammeggianti,
      gettandosi a capofitto dalla malinconia.

      Coi raggi degli occhi rosicchierei le notti
      s'io fossi appannato come il sole...

      Che bisogno ho io d'abbeverare col mio splendore
      il grembo dimagrato della terra?

      Passerò trascinando il mio enorme amore
      in quale notte delirante e malaticcia?

      Da quali Golia fui concepito
      così grande,
      e così inutile?
      Vladimir Majakovskij
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        Tu

        Poi sei venuta tu,
        e t'è bastata un'occhiata
        per vedere
        dietro quel ruggito,
        dietro quella corporatura,
        semplicemente un fanciullo.
        L'hai preso,
        hai tolto via il cuore
        e, così,
        ti ci sei messa a giocare,
        come una bambina con la palla.
        E tutte,
        signore e fanciulle,
        sono rimaste impalate
        come davanti a un miracolo.
        "Amare uno così?
        Ma quello ti si avventa addosso!
        Sarà una domatrice,
        una che viene da un serraglio"!
        Ma io, io esultavo.
        Niente più
        giogo!
        Impazzito dalla gioia,
        galoppavo,
        saltavo come un indiano a nozze,
        tanto allegro mi sentivo,
        tanto leggero.
        Vladimir Majakovskij
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          Adolescente

          Per i ragazzi c'è un sacco di roba da studiare.
          S'insegna la grammatica a scemi d'ambo i sessi.
          A me invece
          m'hanno scacciato dalla quinta classe.
          Hanno cominciato a sbattermi nelle prigioni di Mosca.
          Nel vostro
          piccolo mondo
          di appartamenti
          crescono ricciute liriche per le camere da letto.
          Che vuoi trovarci in queste liriche da cani pechinesi?
          A me, per esempio,
          ad amare
          l'hanno insegnato
          nelle carceri di Butyrki.
          M'importa assai della nostalgia per il bosco di Boulogne,
          e dei sospiri davanti ai panorami marini!
          Io, ecco,
          m'innamorai
          dallo spioncino della cella 103,
          di fronte all'"Impresa pompe funebri".
          Chi vede tutti i giorni il sole
          dice con sufficienza:
          "Cosa saranno mai quei quattro raggi"!
          Ma io
          per un giallo illuminello
          sopra un muro
          avrei dato allora qualunque cosa al mondo.
          Vladimir Majakovskij
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