Scritta da: Nello Maruca

Strazio

Dolce per l'aria un suono va vagando
l'orecchio armoniosamente deliziando,
come del mare l'onda fluttuante
ora anelante, or più pacatamente.

Carezzevole un canto l'accompagna
dal villaggio, pei boschi, alla campagna
da zeffiro, piacevolmente, sostenuto
come bianco Angelo in ali convenuto.

Vecchio canuto dagli occhi penetranti,
barba a peli bianchi, mani tremanti,
faccia triste e stanca, espressione mesta,
la testa tra le mani, pensoso, resta.

Ripensa al tempo andato, per l'anima
sprecato, ritorna agli anni d'oro, rivive
le ballate, le serenate ch'ora non sublima,
i dolci canti, i suoni, le passioni estive.

Suo comportar calato l'ha nel fondo,
i dolci suoni che in aria mena i venti
gli anni addolcendo, orecchi carezzando,
per gl'anni ch'ora compie, sono strazianti.

Chi l'animo ha deterso d'ogni ruina
e dell'altrui bene ha fatto sua dottrina
sol egli letificare può del festeggiare
giacché in petto è amore a spazieggiare.

Altri non può, l'animo ne ha rigetto;
percorso non ha la via dal passo stretto
che dritto mena al benevolo cospetto
di Chi, per noi, trafitto ha il Santo Petto.
Nello Maruca
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    Scritta da: Nello Maruca

    Il patimento

    In quel quarantatré, dai suoi albori
    di quante tristi cose furon'orrori,
    quante anormali cose ebber processo
    tutto in memoria bene m'è impresso.
    Per quanto m'opri e sproni l'intelletto
    su carta, certo, non può esser detto
    quel ch'ho vissuto e con mio occhio visto
    in quel periodo nero, infame e tristo.

    Aleggiava miseria tutt'intorno
    e pane non era più in nessun forno;
    grano non era né farina o pasta
    e pochi i viveri distribuiti a testa.
    La tessera donava misero diritto
    ad accedere a poco, grame vitto;
    la fame in ogni dove era perenne,
    da sofferenza vecchio era trentenne.

    Prodotto non donava più la terra;
    era periodo tristo, era la guerra!
    Manco erba era agli argini di via
    ch'er'estirpata che nascesse pria.
    Di medicina, poi, non era traccia
    e il patimento si leggeva in faccia.
    V'era, soltanto, del poco chinino
    che scarso lo teneva il tabacchino.

    Nessuno al piede più avea calzare,
    nessuno panni aveva da indossare.
    Occhio scavato, zigomo sporgente,
    testa cadente, sguardo triste e assente.
    Scalza la donna, macilenta e stanca
    di cenci avea coperto spalla e anca;
    gobba teneva e non avea vent'anni,
    curve le spalle per i molti affanni.

    Ovunque era sporcizia, era lordura,
    di scarafaggi piena ogni fessura;
    di cimice e di mosche era marea,
    pulci e pidocchi ahimè! Ognuno avea.
    Necessità del corpo fisiologica
    soddisfava in vaso di ceramica
    la donna, il maschio, con corruccio
    di cesso ne faceva ogni cantuccio.

    Mesta sonava la campana a lutto
    per annunciare della guerra il frutto;
    quel tocco come freccia il cuor passava,
    piangea la donna, ahimè, chi non tornava.
    Per quella guerra dal passo stanco e lento
    altro Virgulto risultava spento
    e la speme che nutria la giovinetta
    era infilzata dalla baionetta.

    Di fame sofferente e di stanchezza
    gente che perso avea casa e ricchezza
    giungeva con scarsi panni addosso
    ch'al sol vederla umano era commosso.
    Siamo sfollati, venivano dicendo,
    veniamo da lontano, veniamo da Trento.
    Avevamo mestiere professione e arte
    delle vostre miserie deh! Fateci parte.

    Dacché la guerra su nostra Terra regna
    destino cattivo i nostri animi segna;
    dacché l'odio è calato come lampo
    manco nella preghiera avemmo scampo.
    E noi, che poveri eravamo non meno d'essi
    in un abbraccio a loro stemmo commossi,
    le nostre alle loro lacrime mischiammo
    e l'un con l'altro un solo corpo fummo.

    Di militi a cavallo e giacca a vento
    era un esteso, grand'accampamento.
    Militi stavano a guardia per cancello
    e avevano disloco in area Polpicello,
    Portavano divise lacere a stellette
    e a pranzo sgranavano gallette
    con poco vitto ch'era in scatolame,
    per appagare i morsi della fame.

    In questo quadro triste e desolante
    v'era qualcosa, però, di sublimante.
    Era quel canto che s'innalzava al cielo
    da dentro le baracche a verde telo.
    Gl'inni di Patria che i militi intonavano
    con orgoglio pel cielo veleggiavano
    e nell'udirli: Grandezza del Divino!
    Non era fame, nemmen tristo destino.
    Nello Maruca
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      Intemperanza politica

      Mi trovavo, di mattino, al Municipio
      giacché sbrigar dovevo un'incombenza;
      di botto fui d'ergumeni in corto spazio
      che perso aveano il senso della decenza.
      L'un volgarmente all'altro si scagliava
      mentre quell'altro, in urla, bestemmiava;
      l'uno del ladro dava al suo collega
      l'altro parea avere gusto a brutta bega.

      L'uno la Benemerita invocava
      l'altro, la strozza, d'un balzo afferrava;
      quello di stazza grossa ed imponente
      rendea quell'altro nullo ed impotente.
      Fortuna l'ali stese, in quel frangente,
      giacché trovavansi vigorosa gente
      che, il piccolo sollevava con veemenza
      e al bisonte entrava in colluttanza.

      Ed or, ciò detto, pure il mio pensiero,
      mi si consenta esponga: Degrado
      peggiore esser non potrebbe se al guado
      d'aspettar il collega l'altro n'è altero:
      Miserabili, di cordata, furon compagni
      per conquistare un umile sgabello
      e non disdegnaro neppur loschi convegni
      amando coda di leone a capo d'agnello.

      Di bega e lascivia la gente non ha usanza,
      nel rispetto di legge vuole governanza;
      necessita, d'amministratori, vera presenza
      che alla comunità dia rispondenza.
      Uomini, quindi, di governo degni
      di rispetto intrisi, non di sdegni,
      ch'abbiano per sol fine bene comune
      e interessenze mai, giammai niune.

      Chi della cosa pubblica ha la reggenza
      non stia un letargo e misera temperanza;
      s'adoperi a togliere crosta e indecenza,
      dimostri ancor fermezza e sua prestanza
      pur senza dare sfogo all'impazienza.
      Ridoni al popolo suo persa speranza,
      fà che ripudio non tocchi comunanza
      e designi il consigliere per competenza.
      Nello Maruca
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        L'ingannevole

        Al nefasto giudicio che destommi tema
        desolato mi dipartii e senza speme.
        Fu il dispero, tutto mi fu nero
        spiraglio alcuno non vedea, invero.
        Conobbi l'impotente debolezza,
        nullo e nessuno davami certezza.
        Nel Tempio mi trovai degl'Alemanni
        come deporre i tanti, molti affanni.
        Andò per tempo, non ricordo quanto,

        dalla Croce, la vista, all'Azzurro Manto.
        D'automa movenza fu all'accender cero,
        col cuore lo feci palpitante e nero.
        Quella fiammella tremula, pencolante
        poscia per l'alma mia fu illuminante.
        Parea un varco mi si fosse aperto
        in mezzo quel che grande era sconcerto.

        E, poi, di nuovo cupa desolazione
        e immensa ancora fu disperazione.
        Col cuore infranto, stanco, sconfortato
        in casa mi trovai, da trasportato.
        Mentre mi riportavo al luogo mesto **
        fu il pensiero mio determinato e desto
        a ripassar in quel ch'è Sacro Luogo
        onde scrollarmi del pesante giogo.

        Lì, rimasi infreddolito e stanco
        con quella spina che pungeami il fianco;
        Lo guardo riandò su l'Effige Santa
        e poi portossi alla Donna Santa,
        e mentre la guardavo la pregavo
        e nella prece tutto mi donavo
        e mi pareva d'essere ascoltato
        e mi pareva d'essere consolato.

        E più guardavo quell'Effige Santa:
        Abbi fiducia, abbine sì tanta
        e più parea che cenno mi facesse
        quasi che dir qualcosa mi volesse.
        L'Effige ch'è in Croce mi rispose,
        sulla testa Maria la Mano santa pose
        e quel ch'accadde, poi, non parmi vero:
        Schiarito fu, quel ch'era tutto nero.

        Ed il sorriso ritornommi in viso,
        lievi sentii le spalle, senza peso;
        leggero dentro, senz'alcun tormento
        un guardo, un grazie volsi al Firmamento.
        Schiacciato fu il diagnosticato prima
        poiché riposto avea tutta mia stima
        al Creator di tutto, al Redentore
        che sa donare gioia ad ogni cuore.

        Quanto l'Onnipotente è umile e verace
        tanto sei, uomo, tronfio e fallace.
        Nello Maruca
        Composta lunedì 30 novembre 1998
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