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Poesie di Nazim Hikmet

Poeta, drammaturgo e scrittore, nato mercoledì 20 novembre 1901 a Salonicco (Grecia), morto lunedì 3 giugno 1963 a Mosca (Federazione Russa)
Questo autore lo trovi anche in Frasi & Aforismi.

Scritta da: Silvana Stremiz

Berlino

Tra 4 giorni sarò a Mosca.
Questa separazione non è che una strada sotto la pioggia.
Arriveranno notizie,
mi tufferò, correndo,
verso nuove scelte.
Tra 4 giorni sarò a Mosca.
A Mosca è primavera,
me l'hai detto al telefono.
Anche questa separazione finisce,
grazie al cielo.
Ritorno.
In me non c'è che la notte di questa separazione.
In me la tua solitudine.
Solitudine:
pane di ricordi che non sazia.
A Berlino, nella mia stanza d'albergo, brilla il sole.
A Berlino c'è il bisbiglio inzuppato degli uccelli
- stamattina è piovuto -
e poi i tram,
e il tempo.
Non si decide a muoversi il tempo.
È rigido, gelato.
Si potrebbe appenderlo a un chiodo, il tempo.
E tagliarlo col coltello.
Sono in una prigione,
col più spietato degli aguzzini :
il tempo.
A Berlino nella mia stanza è pieno di sole.
E tra 4 giorni sarò all'aeroporto.
Nell'azzurro.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Notturno in tram a Berlino

    La vecchiaia la solitudine e io e poi una malinconia tutti
    e quattro camminiamo fianco a fianco senza parlarci

    ciascuno cammina solo ma siamo l'uno a fianco dell'altro

    che cosa non avremmo dato gli uni e gli altri per non sentire
    il rumore dei passi gli uni degli altri

    dentro di noi abbiamo pietà imprechiamo gli uni contro
    gli altri ma ci amiamo perché non crediamo gli uni negli altri

    che cosa non avremmo dato per arrivare a un incrocio e infilare presto
    quattro strade diverse ma non so se uno di noi morisse se quelli che restano sarebbero contenti

    la vecchiaia la solitudine e io e poi una malinconia tutti e
    quattro camminiamo fianco a fianco

    la notte prendiamo il tram i tram che non sappiamo dove vadano

    la notte i tram puliti larghi a tre vagoni ci portano in
    qualche luogo con stridori sferragliamenti

    a un tratto si levano davanti a noi dei muri bruciati e sotto
    il riverbero dei lampioni marciano diritti e testardi verso di noi

    delle finestre appaiono davanti a noi e vengono in folla verso
    di noi schiaciandosi l'una con l'altra

    finestre che non hanno nè vetri nè infissi che non sono finestre
    delle stanze degli uomini ma finestre del vuoto

    passiamo davanti alle porte senza battenti le porte che aprono su nulla

    sui marciapiedi degli uomini con tre punti sopra il bracciale aspettano il tram

    sono appoggiati sui loro bastoni dalle punte di gomma

    non so se tutti i muti sono anche dei sordi ma certo la maggior parte dei ciechi sono dei ciechi con gli occhi aperti e le luci dei tram cadono nei loro occhi aperti ma loro non si rendono conto che la luce cade nei loro occhi

    vecchie bigliettaie stanche fanno salire i ciechi sui tram

    donne che mi avete guidato teneramente tenendomi per mano

    a quasi tutte voi non ho dato che qualche poesia e forse un po' di tristezza

    sono grato a voi tutte

    traversiamo le tenebre degli spiazzi vuoti dove crescono i ciuffi d'erbacce

    i tram traversano le piazze i cui palazzi barocchi sono distrutti

    e le pietre bruciate spezzate si somigliano talmente che la testa
    ci gira e giriamo in tondo

    questa città è tutta bucata perché ha mandato i suoi soldati a distruggere altre città

    ho visto città rase al suolo avevano mandato i loro soldati a distruggere altre città e i soldati delle altre città le avevano rase al suolo

    ho visto città che preparavano i loro soldati per mandarli
    a distruggere altre città ed essere distrutte esse stesse

    dei violinisti salgono in tram con le scatole dei violini sotto
    il braccio e i loro lunghi capelli tristi non riescono a
    nascondere la loro calvizie

    questo agosto è forse l'ultimo agosto del mondo ha chiesto uno dei violinisti alla bigliettaia in una lingua che non conosco
    sulle piattaforme dei tram ci sono dei giovani in collera

    credo ch'essi stessi non sappiano perché e contro chi sono in collera

    che ora sarà adesso all'Avana amore mio sarà notte o giorno

    le ragazze scendono dai tram

    le loro gambe sono abbastanza ben fatte

    senza fare un gesto seduto dove sono le seguo e sotto il ponte
    di pietra sento vicinissimo al mio viso il calore delle loro bocche e volto la testa a una giovane donna che mi tocca la spalla senza ch'io sappia dov'è

    i suoi capelli son paglia d'oro le sue ciglia azzurre

    il suo collo bianco è lungo e rotondo

    alle fermate vecchie donne terribili con cappelli di
    paglia nera traversano le rotaie tenendosi per mano

    l'uomo seduto alla mia destra s'è inabissato dentro se stesso
    s'è perduto dentro se stesso

    è così lo so è così che la vecchiaia comincia

    tuttavia non è in mio potere non cadere nelle onde tristi

    così comincia la vecchiaia

    l'uomo seduto alla mia destra è caduto ancora nelle onde tristi

    alla porta del deposito siamo scesi dall'ultimo tram

    rientriamo a piedi

    tutti e quattro

    la vecchiaia la solitudine e io e poi una malinconia

    quando arriviamo all'albergo il sole comincia a spuntare

    nella nostra stanza apriamo la radio

    parla dei vascelli cosmici.
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Autobiografia (1962)

      Sono nato nel 1902
      non sono più tornato
      nella città natale
      non amo i ritorni indietro
      quando avevo tre anni
      abitavo Alep
      con mio nonno pascià
      a 19 anni studiavo a Mosca
      all'università comunista
      a 49 ero a Mosca di nuovo
      ospite del comitato centrale
      del partito comunista
      e dall'età di 14 anni
      faccio il poeta
      alcuni conoscon bene le varie specie
      delle piante altri quelle dei pesci
      io conosco le separazioni
      alcuni enumerano a memoria i nomi
      delle stelle io delle nostalgie
      ho dormito in prigioni e anche in alberghi di lusso
      ho sofferto la fame compreso lo sciopero della fame
      e non c'è quasi pietanza
      che non abbia assaggiata
      quando avevo trent'anni hanno chiesto
      la mia impiccagione
      a 48 mi hanno proposto
      per la medaglia della Pace
      e me l'hanno data
      a 36 ho traversato in sei mesi
      i quattro metri quadrati
      di cemento
      della segregazione cellulare
      a 59 sono volato
      da Praga all'Avana
      in diciotto ore
      ero di guardia davanti alla bara di Lenin nel '24
      e il mausoleo che visito sono i suoi libri
      han provato a strapparmi dal mio Partito
      e non ci son riusciti
      e non sono rimasto schiacciato
      sotto gl'idoli crollati
      nel 51 con un giovane compagno
      ho camminato verso la morte
      nel 52 col cuore spaccato ho atteso la morte
      per quattro mesi sdraiato sul dorso
      sono stato pazzamente geloso delle donne ch'ho amato
      non ho invidiato nemmeno Charlot
      ho ingannato le mie donne
      non ho sparlato degli amici
      dietro le loro spalle
      ho bevuto ma non sono stato un bevitore
      ho sempre guadagnato il mio pane
      col sudore della mia fronte
      che felicità
      mi sono vergognato per gli altri e ho mentito
      ho mentito per non far pena agli altri
      ma ho anche mentito
      senza nessun motivo
      ho viaggiato in treno in areoplano in macchina
      i più non possono farlo
      sono stato all'Opera
      i più non ci vanno non sanno
      nemmeno che cosa sia
      e dal '21 non sono entrato
      in certi luoghi frequentati dai più
      la moschea la sinagoga la chiesa
      il tempio i maghi le fattucchiere
      ma mi è capitato
      di far leggere la mia sorte
      nei fondi di caffè
      le mie poesie sono pubblicate
      in trenta o quaranta lingue
      ma nella mia Turchia
      nella mia lingua turca
      sono proibite
      il cancro non l'ho ancora avuto
      non è necessario che l'abbia
      non sarò primo ministro
      d'altronde non ne ho voglia
      anche non ho fatto la guerra
      non sono sceso nei ricoveri
      nel mezzo della notte
      non ho camminato per le vie
      sotto gli aerei in picchiata
      ma verso i sessant'anni mi sono innamorato
      in una parola compagni
      anche se oggi a Berlino sono sul punto
      di crepar di tristezza
      posso dire di aver vissuto
      da uomo
      e quanto vivrò ancora
      e quanto vedrò ancora
      chi sa.
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Mehmet

        Da una parte gli aguzzini ci separano come un muro.
        Dall'altra questo cuore sciagurato mi ha fatto un brutto scherzo,
        mio piccolo,
        mio Mehmet,
        forse il destino m'impedirà di rivederti.
        Sarai un ragazzo, lo so,
        simile alla spiga di grano:
        biondo, snello, alto di statura.
        Ero così quand'ero giovane.
        I tuoi occhi saranno vasti come quelli di tua madre,
        con dentro talvolta uno strascico amaro di tristezza.
        Avrai una bella voce,
        la mia era atroce.
        La tua fronte sarà chiara.
        Le canzoni che canterai spezzeranno i cuori.
        Sarai un conversatore brillante.
        In questo ero maestro anch'io,
        quando la gente non m'irritava i nervi.
        Dalle tue labbra colerà il miele.
        Ah Mehmet,
        quanti cuori spezzerai!
        Non dare pena a tua madre.
        Tua madre, forte e dolce come la seta,
        sarà bella anche all'età delle nonne,
        come il primo giorno che la vidi.
        Aveva 17 anni,
        sulle rive del Bosforo.
        Era il chiaro di luna,
        era il chiaro del giorno,
        era simile a una susina dorata.
        Tua madre un giorno, come al solito, ci siamo lasciati:
        a stasera!
        Era per non rivederci mai più.
        Tua madre nella sua bontà
        la più saggia delle madri.
        Non ho paura di morire, figlio mio.
        Eppure malgrado tutto
        a volte trasalisco di colpo.
        Contare i giorni difficile.
        Non ci si può saziare della vita, Mehmet,
        non ci si può saziare.
        Non vivere a questo mondo come un inquilino.
        Vivi su questa terra come se fosse la casa di tuo padre.
        La nostra terra, la Turchia,
        un bel paese tra gli altri paesi,
        e i suoi uomini,
        quelli di buona lega,
        sono lavoratori pensosi e coraggiosi
        e atrocemente miserabili.
        Tu, il futuro,
        lo vedrai coi tuoi occhi,
        lo toccherai con le tue mani.
        Io forse morirò lontano dalla mia lingua,
        dalle mie canzoni,
        dal mio sale, dal mio pane,
        sentendo la nostalgia di tua madre e di te.
        Mehmet, piccolo mio,
        me ne vado. Sono calmo.
        La vita che si disperde in me si ritroverà in te,
        per lungo tempo.
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Lettere dal carcere a Munevver

          Che sta facendo adesso
          adesso, in questo momento?
          È a casa? Per la strada?
          Al lavoro? In piedi? Sdraiata?
          Forse sta alzando il braccio?
          Amor mio
          come appare in quel movimento
          il polso bianco e rotondo!
          Che sta facendo adesso
          adesso, in questo momento?
          Un gattino sulle ginocchia
          Lei lo accarezza.
          O forse sta camminando
          ecco il piede che avanza.
          Oh i tuoi piedi che mi son cari
          che mi camminano sull'anima
          che illuminano i miei giorni bui!
          A che pensa?
          A me? O forse... chi sa
          ai fagioli che non si cuociono.
          O forse si domanda
          perché tanti sono infelici
          sulla terra.
          Che sta facendo adesso
          adesso, in questo momento?
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