Scritta da: Silvana Stremiz
Poeta, or che più lieto arride Maggio
ritornerai al verde nido ombroso
«con Quella che d'Amor ti tiene ostaggio».

E lieto più che mai ti sia il riposo
però che al tuo fratello hai dato il bene
del libro salutifero e gioioso.

Il senso della Vita alle mie vene
ritorna ed alla mente il dolce lume
e fuggonsi i fantasmi di mie pene

se vado rileggendo il tuo volume.

II.

Ma tu non sa ch'io sia: io son la trista
ombra di un uomo che divenne fievole
pel veleno dell'«altro evangelista».

Mia puerizia, illusa dal ridevole
artificio dei suoni e dagli affanni
di un sogno esasperante e miserevole,

apprestò la cicuta ai miei vent'anni:
amai stolidamente, come il Fabro,
le musiche composite e gl'inganni

di donne belle solo di cinabro.

III.

Or troppo il sole aperto mi commuove
tanto fui uso alla penombra esigua
che avvolgon le cortine delle alcove.

Tu mi richiami alla campagna irrugua?
Troppo m'illuse il sogno di Sperelli,
troppo mi piacque nostra vita ambigua.

O benedetti siate voi, ribelli,
che verso la salute e verso il vero
ritemprate le sorti dei fratelli.

Per me nulla tentar. Più nulla spero.

IV.

Me non solleverai. Forse già sono
troppo malato e forse più non vale
temprarmi alle terzine del tuo dono.

Però senti e rispondimi: già un tale
morbo tenne te pur? Tu pur malato
fosti e guaristi del mio stesso male?

Sorella Terra dunque t'ha sanato?
Io pure ne andrò a lei, ma le mie smorte
membra distenderò, come il Beato,

per aspettare la sorella Morte.
Guido Gozzano
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Suprema quies

    Serrati i pugni bianchi come cera
    giace supino in terra arrovesciato
    e la faccia pel rivo insanguinato
    è quasi nera.

    Con orrido rilievo l'apertura
    della ferita tutto il sangue aduna
    su la nuca, sul collo, su la bruna
    capellatura.

    Giace supino. E non sembra dolere
    la bella bocca. Quasi ch'Egli avvinga
    ancor la Donna e la sua bocca attinga
    tutto il piacere.

    Due lumi sopra un cofano. Quei lumi
    rischiarano il silenzio sepolcrale:
    allineati stan nello scaffale
    mille volumi

    che alluminava un mastro fiorentino
    d'orifiamme e d'armille in cento nodi.
    Aperti sul divano soni i «Modi»
    dell'Aretino

    e sul divano è un guanto che rimosse
    qui, nell'entrar, la Donna del Convito
    ed un mazzo sfasciato ed avvizzito
    di rose rosse.

    Guata con gli occhi di mestizia pieni
    in capo al letto sull'arazzo infisso
    dolentemente immoto il crocifisso
    di Guido Reni.

    Notte e silenzio intorno. Tutto tace.
    Come in un sogno d'armonia perplessa
    al Poeta ventenne è già concessa
    l'ultima pace.
    Guido Gozzano
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      L'esperimento

      «Carlotta»... Vedo il nome che sussurro
      scritto in oro, in corsivo, a mezzo un fregio
      ovale, sui volumi di collegio
      d'un tempo, rilegati in cuoio azzurro...

      Nel salone ove par morto da poco
      il riso di Carlotta, fra le buone
      brutte cose borghesi, nel salone
      quest'oggi, amica, noi faremo un gioco.
      Parla il salone all'anima corrotta,
      d'un'altra età beata e casalinga:
      pel mio rimpianto voglio che tu finga
      una commedia: tu sarai Carlotta.

      Svesti la gonna d'oggi che assottiglia
      la tua persona come una guaina,
      scomponi la tua chioma parigina
      troppo raccolta sulle sopracciglia;
      vesti la gonna di quel tempo: i vecchi
      tessuti a rombi, a ghirlandette, a strisce,
      bipartisci le chiome in bande lisce
      custodi delle guancie e degli orecchi.

      Poni a gli orecchi gli orecchini arcaici
      oblunghi, d'oro lavorato a maglia,
      e al collo una collana di musaici
      effigïanti le città d'Italia...
      T'aspetterò sopra il divano, intento
      in quella stampa: Venere e Vulcano...
      Tu cerca nell'immenso canterano
      dell'altra stanza il tuo travestimento.
      Poi, travestita dei giorni lontani,
      (commediante!) vieni tra le buone
      brutte cose borghesi del salone,
      vieni cantando un'eco dell'Ernani,
      vieni dicendo i versi delicati
      d'una musa del tempo che fu già:
      qualche ballata di Giovanni Prati,
      dolce a Carlotta, sessant'anni fa...
      ...

      Via per le cerule
      volte stellate
      più melanconica
      la Luna errò.
      E il lene e pallido
      stuol delle fate
      nel mar dell'etere
      si dileguò...
      Solo uno spirito
      sotto quel tiglio
      dev'ei si amavano
      s'udia cantar.
      Ahi! Fra le lacrime
      di quest'esiglio
      che importa vivere,
      che giova amar?...
      ...
      ...
      ...

      Che giova amar?... La voce s'avvicina,
      Carlotta appare. Veste d'una stoffa
      a ghirlandette, così dolce e goffa
      nel cerchio immenso della crinolina.
      Vieni, fantasma vano che m'appari,
      qui dove in sogno già ti vidi e udii,
      qui dove un tempo furono gli Zii
      molto dabbene, in belli conversari.

      Ah! Per te non sarò, piccola allieva
      diligente, il sofista schernitore;
      ma quel cugin che si premeva il cuore
      e che diceva «t'amo!» e non rideva.
      Oh! La collana di città! Vïaggio
      lungo la filza grave di musaici:
      dolce seguire i panorami arcaici,
      far con le labbra tal pellegrinaggio!

      Come sussulta al ritmo del tuo fiato
      Piazza San Marco e al ritmo d'una vena
      come sussulta la città di Siena...
      Pisa... Firenze... tutto il Gran Ducato!
      Seguo tra i baci molte meraviglie,
      colonne mozze, golfi sorridenti:
      Castellamare... Napoli... Girgenti...
      Tutto il Reame delle Due Sicilie!

      Dolce tentare l'ultime che tieni
      chiuse tra i seni piccole cornici:
      Roma papale! Palpita tra i seni
      la Roma degli Stati Pontifici!
      Alterno, amica, un bacio ad ogni grido
      della tua gola nuda e palpitante;
      Carlotta non è più! Commedïante
      del mio sognare fanciullesco, rido!

      Rido! Perdona il riso che mi tiene,
      mentre mi baci con pupille fisse...
      Rido! Se qui, se qui ricomparisse
      lo Zio con la Zia molto dabbene!
      Vesti la gonna, pettina le chiome,
      riponi i falbalà nel canterano.
      Commediante del tempo lontano,
      di Carlotta non resta altro che il nome.

      Il nome!... Vedo il nome che sussurro,
      scritto in oro, in corsivo, a mezzo fregio
      ovale, sui volumi di collegio
      d'un tempo, rilegati in cuoio azzurro...
      Guido Gozzano
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        E l'anno scorso è morta.
        Ebbe un amante. Pare.

        Ricordi? Io la rivedo,
        rivedo la compagna,
        la classe, la lavagna,
        e lei china alla filza
        dei verbi greci... Smilza
        e mascula: un cinedo
        molto ricciuto e bello...
        Ricordi? Io la rivedo
        bionda, sciocchina, gaia:
        un piccolo cervello
        poco intellettuale
        di piccola crestaia
        molto sentimentale.
        Non la ricordi? Smorta,
        con certe iridi chiare
        dal vasto arco ciliare...

        E l'anno scorso è morta.
        Ebbe un amante. Pare.

        Quella è la casa dove
        crebbe fanciulla. Guarda
        quella finestra dove
        vegliava ad ora tarda;
        il biondo capo chino
        su pergamene rozze
        di greco e di latino,
        sugli assiomi nudi...
        Ma poi lascia gli studi
        maschi, passando a nozze
        cospicue: un amico,
        pare, un amico antico
        della madre, uno sposo
        ricchissimo ed annoso,
        inglese, che la porta
        in terra d'oltremare...

        E l'anno scorso è morta.
        Ebbe un amante. Pare.

        Volsero gli anni. Ed ella
        esule sul Tamigi
        non dava più novella...
        Pure, nei giorni grigi,
        tra i miei grigi ricordi,
        vedevo a quando a quando
        i coniugi discordi:
        lo sposo venerando
        e l'esile compagna
        signora in Gran Bretagna...

        Quand'ecco fa ritorno
        fra noi, senza marito;
        e fu rivista un giorno
        più bella nel vestito
        cupo... Cercava intorno
        col volto sbigottito,
        con pupilla assorta,
        chi la volesse amare...

        E l'anno scorso è morta.
        Ebbe un amante. Pare.
        Guido Gozzano
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Il commesso farmacista

          Ho per amico un bell'originale
          commesso farmacista. Mi conforta
          col ragionarmi della sposa, morta
          priva di nozze del mio stesso male.

          «Lei guarirà: coi debiti riguardi,
          lei guarirà. Lei può curarsi in ozio;
          ma pensi una modista, in un negozio...
          Tossiva un poco... me lo scrisse tardi.

          Torna!... Tornò, sì, morta, al suo villaggio.
          Pagai le spese del viaggio. E costa!
          Vede quel muro bianco a mezza costa?
          È il cimitero piccolo e selvaggio.

          Mah! Più ci penso e più mi pare un sogno.
          La dovevo sposare nell'aprile;
          nell'aprile morì di mal sottile.
          Vede che piango... non me ne vergogno.»

          Piangeva. O morta giovane modista,
          dal cimitero pendulo fra i paschi
          non vedi il pianto sopra i baffi maschi
          del fedele commesso farmacista?

          «Lavoro tutto il giorno: avrei bisogno
          a sera, di svagarmi; lo potrei...
          Preferisco restarmene con lei
          e faccio versi... non me ne vergogno.»

          Sposa che senza nozze hai già varcato
          la fiumana dell'ultima rinunzia,
          vedi lo sposo che per te rinunzia
          alle dolci serate del curato?

          Vedi che, solo, e affaticati gli occhi
          fra scatole, barattoli, cartine,
          preferisce le tue veglie meschine
          alle gioie del vino e dei tarocchi?

          «Non glie li dico: ché una volta detti
          quei versi perderebbero ogni pregio;
          poi, sarebbe un'offesa, un sacrilegio
          per la morta a cui furono diretti.

          Mi pare che soltanto al cimitero,
          protetti dalle risa e dallo scherno
          i versi del mio povero quaderno
          mi parlino di lei, del suo mistero.»

          Imaginate con che rime rozze,
          con che nefandità da melodramma
          il poveretto cingerà di fiamma
          la sposa che morì priva di nozze!

          Il cor... l'amor... l'ardor... la fera vista...
          il vel... il ciel... l'augel... la sorte infida...
          Ma non si rida, amici, non si rida
          del povero commesso farmacista.

          Non si rida alla pena solitaria
          di quel poeta; non si rida, poi
          ch'egli vale ben più di me, di voi
          corrosi dalla tabe letteraria.

          Egli certo non pensa all'euritmia
          quando si toglie il camice di tela,
          chiude la porta, accende la candela
          e piange con la sua malinconia.

          Egli è poeta più di tutti noi
          che, in attesa del pianto che s'avanza,
          apprestiamo con debita eleganza
          le fialette dei lacrimatoi.

          Vale ben più di noi che, fatti scaltri,
          saputi all'arte come cortigiane,
          in modi vari, con lusinghe piane
          tentiamo il sogno per piacere agli altri.

          Per lui soltanto il verso messaggiero
          va dal finito all'infinito eterno.
          «Vede, se chiudo il povero quaderno
          parlo con lei che dorme in cimitero.»

          A lui soltanto, o gran consolatrice
          poesia, tu consoli i giorni grigi,
          tu che fra tutti i sogni prediligi
          il sogno che si sogna e non si dice.

          «Non glie li dico: ché una volta detti
          quei versi perderebbero ogni pregio:
          poi sarebbe un'offesa, un sacrilegio
          per la morta a cui furono diretti.»

          Saggio, tu pensi che impallidirebbe
          al mondo vano il fiore di parole
          come il cielo notturno che lo crebbe
          impallidisce al sorgere del sole.

          Di me molto più saggio, che licenzio
          i miei sogni, o fratello, tu mantieni
          intatti fra le pillole e i veleni
          i sogni custoditi dal silenzio!

          Buon custode è il silenzio. E le tue grida
          solo la morta giovane modista
          ode: non altri della folla, trista
          per chi fraternamente si confida.

          Non si rida, compagni, non si rida
          del poeta commesso farmacista.
          Guido Gozzano
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