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Le migliori poesie di Giacomo Leopardi

Poeta, filosofo, scrittore, filologo e glottologo, nato martedì 19 giugno 1798 a Recanati (Italia), morto mercoledì 14 giugno 1837 a Napoli (Italia)
Questo autore lo trovi anche in Frasi & Aforismi.

Scritta da: Violina Sirola

Bruto minore

Poi che divelta, nella tracia polve
Giacque ruina immensa
L'italica virtute, onde alle valli
D'Esperia verde, e al tiberino lido,
Il calpestio dè barbari cavalli
Prepara il fato, e dalle selve ignude
Cui l'Orsa algida preme,
A spezzar le romane inclite mura
Chiama i gotici brandi;
Sudato, e molle di fraterno sangue,
Bruto per l'atra notte in erma sede,
Fermo già di morir, gl'inesorandi
Numi e l'averno accusa,
E di feroci note
Invan la sonnolenta aura percote.

Stolta virtù, le cave nebbie, i campi
Dell'inquiete larve
Son le tue scole, e ti si volge a tergo
Il pentimento. A voi, marmorei numi,
(Se numi avete in Flegetonte albergo
O su le nubi) a voi ludibrio e scherno
È la prole infelice
A cui templi chiedeste, e frodolenta
Legge al mortale insulta.
Dunque tanto i celesti odii commove
La terrena pietà? dunque degli empi
Siedi, Giove, a tutela? e quando esulta
Per l'aere il nembo, e quando
Il tuon rapido spingi,
Né giusti e pii la sacra fiamma stringi?

Preme il destino invitto e la ferrata
Necessità gl'infermi
Schiavi di morte: e se a cessar non vale
Gli oltraggi lor, dè necessarii danni
Si consola il plebeo. Men duro è il male
Che riparo non ha? dolor non sente
Chi di speranza è nudo?
Guerra mortale, eterna, o fato indegno,
Teco il prode guerreggia,
Di cedere inesperto; e la tiranna
Tua destra, allor che vincitrice il grava,
Indomito scrollando si pompeggia,
Quando nell'alto lato
L'amaro ferro intride,
E maligno alle nere ombre sorride.

Spiace agli Dei chi violento irrompe
Nel Tartaro. Non fora
Tanto valor né molli eterni petti.
Forse i travagli nostri, e forse il cielo
I casi acerbi e gl'infelici affetti
Giocondo agli ozi suoi spettacol pose?
Non fra sciagure e colpe,
Ma libera né boschi e pura etade
Natura a noi prescrisse,
Reina un tempo e Diva. Or poi ch'a terra
Sparse i regni beati empio costume,
E il viver macro ad altre leggi addisse;
Quando gl'infausti giorni
Virile alma ricusa,
Riede natura, e il non suo dardo accusa?

Di colpa ignare e dè lor proprii danni
Le fortunate belve
Serena adduce al non previsto passo
La tarda età. Ma se spezzar la fronte
Né rudi tronchi, o da montano sasso
Dare al vento precipiti le membra,
Lor suadesse affanno;
Al misero desio nulla contesa
Legge arcana farebbe
O tenebroso ingegno. A voi, fra quante
Stirpi il cielo avvivò, soli fra tutte,
Figli di Prometeo, la vita increbbe;
A voi le morte ripe,
Se il fato ignavo pende,
Soli, o miseri, a voi Giove contende.

E tu dal mar cui nostro sangue irriga,
Candida luna, sorgi,
E l'inquieta notte e la funesta
All'ausonio valor campagna esplori.
Cognati petti il vincitor calpesta,
Fremono i poggi, dalle somme vette
Roma antica ruina;
Tu sì placida sei? Tu la nascente
Lavinia prole, e gli anni
Lieti vedesti, e i memorandi allori;
E tu su l'alpe l'immutato raggio
Tacita verserai quando né danni
Del servo italo nome,
Sotto barbaro piede
Rintronerà quella solinga sede.

Ecco tra nudi sassi o in verde ramo
E la fera e l'augello,
Del consueto obblio gravido il petto,
L'alta ruina ignora e le mutate
Sorti del mondo: e come prima il tetto
Rosseggerà del villanello industre,
Al mattutino canto
Quel desterà le valli, e per le balze
Quella l'inferma plebe
Agiterà delle minori belve.
Oh casi! oh gener vano! abbietta parte
Siam delle cose; e non le tinte glebe,
Non gli ululati spechi
Turbò nostra sciagura,
Né scolorò le stelle umana cura.

Non io d'Olimpo o di Cocito i sordi
Regi, o la terra indegna,
E non la notte moribondo appello;
Non te, dell'atra morte ultimo raggio,
Conscia futura età. Sdegnoso avello
Placàr singulti, ornàr parole e doni
Di vil caterva? In peggio
Precipitano i tempi; e mal s'affida
A putridi nepoti
L'onor d'egregie menti e la suprema
Dè miseri vendetta. A me d'intorno
Le penne il bruno augello avido roti;
Prema la fera, e il nembo
Tratti l'ignota spoglia;
E l'aura il nome e la memoria accoglia.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    A un vincitore nel pallone

    Di gloria il viso e la gioconda voce,
    Garzon bennato, apprendi,
    E quanto al femminile ozio sovrasti
    La sudata virtude. Attendi attendi,
    Magnanimo campion (s'alla veloce
    Piena degli anni il tuo valor contrasti
    La spoglia di tuo nome), attendi e il core
    Movi ad alto desio. Te l'echeggiante
    Arena e il circo, e te fremendo appella
    Ai fatti illustri il popolar favore;
    Te rigoglioso dell'età novella
    Oggi la patria cara
    Gli antichi esempi a rinnovar prepara.
    Del barbarico sangue in Maratona
    Non colorò la destra
    Quei che gli atleti ignudi e il campo eleo,
    Che stupido mirò l'ardua palestra,
    Né la palma beata e la corona
    D'emula brama il punse. E nell'Alfeo
    Forse le chiome polverose e i fianchi
    Delle cavalle vincitrici asterse
    Tal che le greche insegne e il greco acciaro
    Guidò dè Medi fuggitivi e stanchi
    Nelle pallide torme; onde sonaro
    Di sconsolato grido
    L'alto sen dell'Eufrate e il servo lido.
    Vano dirai quel che disserra e scote
    Della virtù nativa
    Le riposte faville? E che del fioco
    Spirto vital negli egri petti avviva
    Il caduco fervor? Le meste rote
    Da poi che Febo instiga, altro che gioco
    Son l'opre dè mortali? Ed è men vano
    Della menzogna il vero? A noi di lieti
    Inganni e di felici ombre soccorse
    Natura stessa: e là dove l'insano
    Costume ai forti errori esca non porse,
    Negli ozi oscuri e nudi
    Mutò la gente i gloriosi studi.
    Tempo forse verrà ch'alle ruine
    Delle italiche moli
    Insultino gli armenti, e che l'aratro
    Sentano i sette colli; e pochi Soli
    Forse fien volti, e le città latine
    Abiterà la cauta volpe, e l'atro
    Bosco mormorerà fra le alte mura;
    Se la funesta delle patrie cose
    Obblivion dalle perverse menti
    Non isgombrano i fati, e la matura
    Clade non torce dalle abbiette genti
    Il ciel fatto cortese
    Dal rimembrar delle passate imprese.
    Alla patria infelice, o buon garzone,
    Sopravviver ti doglia.
    Chiaro per lei stato saresti allora
    Che del serto fulgea, di ch'ella è spoglia,
    Nostra colpa e fatal. Passò stagione;
    Che nullo di tal madre oggi s'onora:
    Ma per te stesso al polo ergi la mente.
    Nostra vita a che val? Solo a spregiarla:
    Beata allor che nè perigli avvolta,
    Se stessa obblia, né delle putri e lente
    Ore il danno misura e il flutto ascolta;
    Beata allor che il piede
    Spinto al varco leteo, più grata riede.
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      All'Italia

      O patria mia, vedo le mura e gli archi
      E le colonne e i simulacri e l'erme
      Torri degli avi nostri,
      Ma la la gloria non vedo,
      Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
      I nostri padri antichi. Or fatta inerme
      Nuda la fronte e nudo il petto mostri,
      Oimè quante ferite,
      Che lívidor, che sangue! Oh qual ti veggio,
      Formesissima donna!
      Io chiedo al cielo e al mondo: dite dite;
      Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
      Che di catene ha carche ambe le braccia,
      Sì che sparte le chiome e senza velo
      Siede in terra negletta e sconsolata,
      Nascondendo la faccia
      Tra le ginocchia, e piange.
      Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
      Le genti a vincer nata
      E nella fausta sorte e nella ria.
      Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
      Mai non potrebbe il pianto
      Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
      Che fosti donna, or sei povera ancella.
      Chi di te parla o scrive,
      Che, rimembrando il tuo passato vanto,
      Non dica: già fu grande, or non è quella?
      Perché, perché? Dov'è la forza antica?
      Dove l'armi e il valore e la costanza?
      Chi ti discinse il brando?
      Chi ti tradì? Qual arte o qual fatica
      0 qual tanta possanza,
      Valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
      Come cadesti o quando
      Da tanta altezza in così basso loco?
      Nessun pugna per te? Non ti difende
      Nessun dè tuoi? L'armi, qua l'armi: ío solo
      Combatterà, procomberò sol io.
      Dammi, o ciel, che sia foco
      Agl'italici petti il sangue mio.
      Dove sono i tuoi figli?. Odo suon d'armi
      E di carri e di voci e di timballi
      In estranie contrade
      Pugnano i tuoi figliuoli.
      Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,
      Un fluttuar di fanti e di cavalli,
      E fumo e polve, e luccicar di spade
      Come tra nebbia lampi.
      Nè ti conforti e i tremebondi lumi
      Piegar non soffri al dubitoso evento?
      A che pugna in quei campi
      L'itata gioventude? 0 numi, o numi
      Pugnan per altra terra itali acciari.
      Oh misero colui che in guerra è spento,
      Non per li patrii lidi e per la pia
      Consorte e i figli cari, Ma da nemici altrui
      Per altra gente, e non può dir morendo
      Alma terra natia,
      La vita che mi desti ecco ti rendo.
      Oh venturose e care e benedette
      L'antiche età, che a morte
      Per la patria correan le genti a squadre
      E voi sempre onorate e gloriose,
      0 tessaliche strette,
      Dove la Persia e il fato assai men forte
      Fu di poch'alme franche e generose!
      Lo credo che le piante e i sassi e l'onda
      E le montagne vostre al passeggere
      Con indistinta voce
      Narrin siccome tutta quella sponda
      Coprir le invitte schiere
      Dè corpi ch'alla Grecia eran devoti.
      Allor, vile e feroce,
      Serse per l'Ellesponto si fuggia,
      Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
      E sul colle d'Antela, ove morendo
      Si sottrasse da morte il santo stuolo,
      Simonide salia,
      Guardando l'etra e la marina e il suolo.
      E di lacrime sparso ambe le guance,
      E il petto ansante, e vacillante il piede,
      Toglicasi in man la lira:
      Beatissimi voi,
      Ch'offriste il petto alle nemiche lance
      Per amor di costei ch'al Sol vi diede;
      Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira
      Nell'armi e nè perigli
      Qual tanto amor le giovanette menti,
      Qual nell'acerbo fato amor vi trasse?
      Come si lieta, o figli,
      L'ora estrema vi parve, onde ridenti
      Correste al passo lacrimoso e, duro?
      Parea ch'a danza e non a morte andasse
      Ciascun dè vostri, o a splendido convito:
      Ma v'attendea lo scuro
      Tartaro, e l'ond'a morta;
      Nè le spose vi foro o i figli accanto
      Quando su l'aspro lito
      Senza baci moriste e senza pianto.
      Ma non senza dè Persi orrida pena
      Ed immortale angoscia.
      Come lion di tori entro una mandra
      Or salta a quello in tergo e sì gli scava
      Con le zanne la schiena,
      Or questo fianco addenta or quella coscia;
      Tal fra le Perse torme infuriava
      L'ira dè greci petti e la virtute.
      Vè cavalli supini e cavalieri;
      Vedi intralciare ai vinti
      La fuga i carri e le tende cadute,
      E correr frà primieri
      Pallido e scapigliato esso tiranno;
      vè come infusi e tintí
      Del barbarico sangue i greci eroi,
      Cagione ai Persi d'infinito affanno,
      A poco a poco vinti dalle piaghe,
      L'un sopra l'altro cade. Oh viva, oh viva:
      Beatissimi voi
      Mentre nel mondo si favelli o scriva.
      Prima divelte, in mar precipitando,
      Spente nell'imo strideran le stelle,
      Che la memoria e il vostro
      Amor trascorra o scemi.
      La vostra tomba è un'ara; e qua mostrando
      Verran le madri ai parvoli le belle
      Orme dei vostro sangue. Ecco io mi prostro,
      0 benedetti, al suolo,
      E bacio questi sassi e queste zolle,
      Che fien lodate e chiare eternamente
      Dall'uno all'altro polo.
      Deh foss'io pur con voi qui sotto, e molle
      Fosse del sangue mio quest'alma terra.
      Che se il fato è diverso, e non consente
      Ch'io per la Grecia i mororibondi lumi
      Chiuda prostrato in guerra,
      Così la vereconda
      Fama del vostro vate appo i futuri
      Possa, volendo i numi,
      Tanto durar quanto la, vostra duri.
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