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Cos'è questo passeggio di ricordi

Cos'è questo passeggio di ricordi
or protendersi di corimbi
or siepe spinosa che seguo
oltre il cavedio dei giorni perduti.
Fui dunque, vissi, respirai
vidi le stelle e il mare
sentii fluire i giorni, le notti
ebbi regolare appetito d'amore
incontrai lussureggianti speranze
mi adescò moinosa l'illusione?
Fu appena un giro di stagioni.
Flutto di folgori e di inverni
di sole di sbocci e di fiori
di gioie e di dolori
e tutto mi attirò nel suo vortice.
Marpiona, quella che si disse vita,
sorridente cianciosa mi sedusse
mi ingannò con tinteggiate promesse
che bugiarda fatale mai mantenne,
nella culla del domani
dondolai rosei sogni neonati
mai poi nessuno sopravvisse
a prime soavi carezze.
Oh consueto falotico mutarsi
di noi camminanti senza meta
traino di incatenati bipedi
con ali di cera dietro
il polveroso carro del tempo!
Troppo tardi riconosciamo come vero
ciò che ci tocca e all'erba secca
inutili sono altri scrosci di pioggia.
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    Voglio dormire: ch'io dorma!

    Sono stanco di blaterare
    di me, di te che più non esisti
    di questa vita celeberrima
    di vano che in pulviscolo si sfalda
    dell'amore che brilla di menzogne
    della speranza che tracolla
    sul limine al farsi del giorno.
    Stracco sono di tutto, di te di me
    delle imbastiture di sogni
    degli atri labirinti senza uscite
    delle andane sverdite fuorimano
    che malmenato percorro da solo
    dei macerati grani di ricordi
    risparmiati da un oblio ingordo
    delle scale erte che portano
    sul belvedere del silenzio.
    Vapori insalubri di dolore
    ho respirato, troppi stocchi
    mi hanno centrato, troppi aculei
    nel cuore lo hanno suppurato.
    Voglio ora infatuarmi del sonno
    tra sue braccia supino dormire...
    Nessuno più mi parli o mi desti
    a essere salma sono pronto
    altra brama non ho inadempiuta.
    Mai dopo risorge chi muore
    non sconta la vita vivendo
    non taglia toppe per sbreghi
    non collutta e resta disteso.
    Voglio dormire: ch'io dorma!
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      Percolati e rovesci

      Impregnato e lercio di nulla
      più non temo il domani
      potrò sì separarmi da una vita
      che non ho vissuto che a tratti.
      Più niente chiedo e sento
      lo so e lo so bene e lo voglio
      e ogni smentita è vana.
      Eloquente un ossimoro
      accarezza significo le mie ossa
      modella il viso dei miei giorni;
      dal promontorio delle attese
      tutto è una chiara foschia diffusa.
      Poche volte ci baciò amore
      poco forbito parlò la speranza
      si accasciarono reduci sogni
      troppo il sorriso di uno sguardo
      mancò allo spalancarsi dei giorni.
      All'occaso imbrunisce l'aria
      limine ultra si fa l'orizzonte
      e nessun altro porto si pensa.
      Ardire, ambire, lusingarsi
      ansimare ancora a che vale
      se oltre non un lido o un atollo
      tangibile si immagina ospitale.
      E così lo scroscio infinito del nulla
      cade mi penetra e mi trapassa
      all'aurora di questa quinta stagione,
      dalle scaturigini dell'abisso
      sgorga beffarda una luce e tutta
      di scialbo opaco mi contrassegna.
      Annaspo nel mulinare dei pensieri
      incalzato da ciò che accade;
      percorro il sottobosco sonorizzato
      dal vocio loquace del silenzio
      che effonde; oltre le alture
      o le fosse melmose dell'essere,
      fisso il tempo senza corpo
      che piè veloce passa come un vento.
      Non ho voglia di niente e di nulla
      nella mota sguazzo e resto e non ci bado.
      Senza scalpore o sorpresa placido
      a germi di mal di essere mi consegno;
      per dovere, ignaro, batte il cuore
      che non sa dirmi neppure per cosa.
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        Diserta la muta folla dei tuoi pensieri

        Diserta la muta folla dei tuoi pensieri
        se ai polsi batte la voglia di parlarmi
        non startene inceppata nel linguaggio
        tuo più antico scorporato di amore e di abbandoni;
        prima che fagociti il silenzio
        il bruire della lenta fiamma che brucia
        accenna al sistro che s'alza da ciò che l'arde.
        Poco possiamo mutar la nostra vita
        avviatasi inesorabile alla sua foce
        ma non ti opporre se al suo corso
        un rivolo tributario d'affetto
        schietto di moine vi arriva impetuoso
        con acque limpide e schiume cristalline,
        non puntarmi l'artiglieria contro
        dei 'però' resilienti su cui ti attesti
        se ti confonde l'occhio della tua mente.
        È nel lampo dorato che sprizza dolcezze
        mentre la corrente fa sentire la sua voce
        che si illumina l'alto del cuore.
        Se insiste la luce è una fortuna:
        ogni contorno d'ombra si sfrange
        e un mutamento ci rapisce e ci consola.
        Estirpa l'ortica che ti brucia
        solo la morte è inconvertibile
        dai vita altra alla tua vita
        altera combatti per un sorriso
        si può vincere pure contro il vento.
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          Solo il silenzio parli

          Sciacalli pavidi e codardi
          sempre in fuga dal vero ultimo
          sull'agorà si sono azzuffati
          discutendo di vita e di morte
          Come poco si vede chiaro
          ciò che è nitido nel vago!
          Tu da anni già non eri
          oscurato era ogni splendore
          cadavere di vitali tripudi
          incosciente giacevi nella fossa
          di sogni e speranze mai nati
          eppur nulla ti mancava
          perché tutto vi è nel nulla
          sentii dire dall'ombra presente
          di una presenza passata.
          All'albero della vita sradicato
          dal terreno della coscienza
          cannula di linfa o innesto
          non può dare frutti e foglie
          a nulla più gli vale pioggia
          sole o batter di luce sui rami.
          Oh povero essere pur passato
          sei per il mondo, di te vissuta
          tra miliardi di viventi
          ho conosciuto appena il nome
          così ancor triste oggi da udire
          se eco tristevole ritorna
          dalla scia del tuo precoce sparire.
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