A tu per tu

Aprile, verde e giovani sono

le erbe, esplosi sono i fiori,

c'è il sole e c'è luce ed è buio.
Lontano ha tremato la terra

di incolpevoli vite in sonno

ha fatto razzia la morte

uno spettro antico ritorna

una tristezza dentro mi accascia
.
Destino cieco, hai aspettato

la notte fonda per abbattere

tetti ricoveri e cose

moltiplicare sepolture

rivoli di lacrime e dolori!

Dove sono i nidi delle rondini

sorti sotto le cimase, le logge

e i balconi in fiore, le campane a doppio

l'altare votivo e l'ostensorio?

E Tu in cielo, eterno assente,

che hai da dire alla matrigna terra

che ci fa tremare il cuore

e tenace ritma altre scosse

che spalanca ancora vuoti

all'animo nostro già in lutto?

Più memoria e amore e potere

abbiamo noi fatti di creta!

Io ricordo la natia terra sconvolta

al venir delle brume novembrine:

quel festivo giorno di lutto

non è ancora oggi passato!

Pur fragili, finiti, senza aureola,

noi di Gaia non perpetriamo

la tua divina indifferenza:

anche il fatale accartocciarsi
di una sola foglia ci commuove

l'immobilità ci è estranea

un avvampo ci prende

se salva possiamo fare una vita

non ancora giunta alla fine!

Da piccolo misi gli occhiali

e li cambiai più volte

poi usai il cannocchiale

poi ricorsi al telescopio per vederti

quando sulla razza umana

piovevano lutti pene e dolori

ma mai in nessun luogo tu eri!

Le lenti non servivano

nulla si rivela se non esiste

solo l'oppio può darci una visione
fortuna e disgrazie, poi imparai

come la vita, sono solo

l'inesplicabile prole del caso.
Angelo Michele Cozza
Vota la poesia: Commenta

    Cos'è questo passeggio di ricordi

    Cos'è questo passeggio di ricordi
    or protendersi di corimbi
    or siepe spinosa che seguo
    oltre il cavedio dei giorni perduti.
    Fui dunque, vissi, respirai
    vidi le stelle e il mare
    sentii fluire i giorni, le notti
    ebbi regolare appetito d'amore
    incontrai lussureggianti speranze
    mi adescò moinosa l'illusione?
    Fu appena un giro di stagioni.
    Flutto di folgori e di inverni
    di sole di sbocci e di fiori
    di gioie e di dolori
    e tutto mi attirò nel suo vortice.
    Marpiona, quella che si disse vita,
    sorridente cianciosa mi sedusse
    mi ingannò con tinteggiate promesse
    che bugiarda fatale mai mantenne,
    nella culla del domani
    dondolai rosei sogni neonati
    mai poi nessuno sopravvisse
    a prime soavi carezze.
    Oh consueto falotico mutarsi
    di noi camminanti senza meta
    traino di incatenati bipedi
    con ali di cera dietro
    il polveroso carro del tempo!
    Troppo tardi riconosciamo come vero
    ciò che ci tocca e all'erba secca
    inutili sono altri scrosci di pioggia.
    Angelo Michele Cozza
    Vota la poesia: Commenta

      Voglio dormire: ch'io dorma!

      Sono stanco di blaterare
      di me, di te che più non esisti
      di questa vita celeberrima
      di vano che in pulviscolo si sfalda
      dell'amore che brilla di menzogne
      della speranza che tracolla
      sul limine al farsi del giorno.
      Stracco sono di tutto, di te di me
      delle imbastiture di sogni
      degli atri labirinti senza uscite
      delle andane sverdite fuorimano
      che malmenato percorro da solo
      dei macerati grani di ricordi
      risparmiati da un oblio ingordo
      delle scale erte che portano
      sul belvedere del silenzio.
      Vapori insalubri di dolore
      ho respirato, troppi stocchi
      mi hanno centrato, troppi aculei
      nel cuore lo hanno suppurato.
      Voglio ora infatuarmi del sonno
      tra sue braccia supino dormire...
      Nessuno più mi parli o mi desti
      a essere salma sono pronto
      altra brama non ho inadempiuta.
      Mai dopo risorge chi muore
      non sconta la vita vivendo
      non taglia toppe per sbreghi
      non collutta e resta disteso.
      Voglio dormire: ch'io dorma!
      Angelo Michele Cozza
      Vota la poesia: Commenta

        Percolati e rovesci

        Impregnato e lercio di nulla
        più non temo il domani
        potrò sì separarmi da una vita
        che non ho vissuto che a tratti.
        Più niente chiedo e sento
        lo so e lo so bene e lo voglio
        e ogni smentita è vana.
        Eloquente un ossimoro
        accarezza significo le mie ossa
        modella il viso dei miei giorni;
        dal promontorio delle attese
        tutto è una chiara foschia diffusa.
        Poche volte ci baciò amore
        poco forbito parlò la speranza
        si accasciarono reduci sogni
        troppo il sorriso di uno sguardo
        mancò allo spalancarsi dei giorni.
        All'occaso imbrunisce l'aria
        limine ultra si fa l'orizzonte
        e nessun altro porto si pensa.
        Ardire, ambire, lusingarsi
        ansimare ancora a che vale
        se oltre non un lido o un atollo
        tangibile si immagina ospitale.
        E così lo scroscio infinito del nulla
        cade mi penetra e mi trapassa
        all'aurora di questa quinta stagione,
        dalle scaturigini dell'abisso
        sgorga beffarda una luce e tutta
        di scialbo opaco mi contrassegna.
        Annaspo nel mulinare dei pensieri
        incalzato da ciò che accade;
        percorro il sottobosco sonorizzato
        dal vocio loquace del silenzio
        che effonde; oltre le alture
        o le fosse melmose dell'essere,
        fisso il tempo senza corpo
        che piè veloce passa come un vento.
        Non ho voglia di niente e di nulla
        nella mota sguazzo e resto e non ci bado.
        Senza scalpore o sorpresa placido
        a germi di mal di essere mi consegno;
        per dovere, ignaro, batte il cuore
        che non sa dirmi neppure per cosa.
        Angelo Michele Cozza
        Vota la poesia: Commenta

          Diserta la muta folla dei tuoi pensieri

          Diserta la muta folla dei tuoi pensieri
          se ai polsi batte la voglia di parlarmi
          non startene inceppata nel linguaggio
          tuo più antico scorporato di amore e di abbandoni;
          prima che fagociti il silenzio
          il bruire della lenta fiamma che brucia
          accenna al sistro che s'alza da ciò che l'arde.
          Poco possiamo mutar la nostra vita
          avviatasi inesorabile alla sua foce
          ma non ti opporre se al suo corso
          un rivolo tributario d'affetto
          schietto di moine vi arriva impetuoso
          con acque limpide e schiume cristalline,
          non puntarmi l'artiglieria contro
          dei 'però' resilienti su cui ti attesti
          se ti confonde l'occhio della tua mente.
          È nel lampo dorato che sprizza dolcezze
          mentre la corrente fa sentire la sua voce
          che si illumina l'alto del cuore.
          Se insiste la luce è una fortuna:
          ogni contorno d'ombra si sfrange
          e un mutamento ci rapisce e ci consola.
          Estirpa l'ortica che ti brucia
          solo la morte è inconvertibile
          dai vita altra alla tua vita
          altera combatti per un sorriso
          si può vincere pure contro il vento.
          Angelo Michele Cozza
          Vota la poesia: Commenta
            Questo sito contribuisce alla audience di