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Scritta da: Silvana Stremiz

Notturno nuziale

Quando tu venisti, una notte, verso il suo letto, al buio,
e le dicesti, piano, già sopra di lei: Non ti vedo, non ti sento.
E la ghermisti con artiglio d'aquila, e tutta la costringesti nella tua forza
riplasmandola in te con tal furore ch'ella perdette il senso d'esistere.
E uno solo in due bocche fu il rantolo e misto fu il sangue e fu il ritmo perfetto,
e dal balcone aperto la notte guardava con l'occhio d'una sola stella
rossastra,
e il sonno che seguì parve la morte, e immoti come cadaveri
la tristezza dell'ombra vi vegliò sino all'alba.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Anniversario

    Non chiamarmi, non dirmi nulla
    Non tentare di farmi sorridere.
    Oggi io sono come la belva
    che si rintana per morire.

    Abbassa la lampada, copri il fuoco,
    che la stanza sia come una tomba.
    Lascia ch'io mi rannicchi nell'angolo
    con la testa sulle ginocchia.

    L'ore si spengano nel silenzio.
    Salga in torbide onde l'angoscia
    e m'affoghi: altro non chiedo
    che di perdere la conoscenza.

    Ma non è dato. Quel volto,
    quel riso l'ho sempre davanti.
    Giorno e notte il ricordo m'è uncino
    confitto nella carne viva.

    Forse morire io non potrò
    mai: condannata in eterno
    a vegliare il mio strazio in me,
    piangendo con occhi senza palpebre.
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Il sole e l'ombra

      Sole di mezzogiorno, nel luglio felice, sulla piazza deserta:
      piazza lontana di città lontana, tu ed il tuo uomo,
      e quello era il mondo.
      Bianca nella tua veste, bianca vibratile fiamma tu pure,
      nell'abbaglio d'incendio dell'aria.
      Bianco il tuo riso perduto nel riso di lui, fresco di polla il
      tuo riso d'amore tra il vasto fulgere ed ardere.
      Non sarebbe discesa la notte, non sarebbe venuto il domani,
      tua la luce, tuo l'uomo, tuo il tempo.
      Fermasti il tempo in pieno sull'ora solare per cui in terra
      tu fosti divina:
      il resto è ombra e polvere d'ombra.
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        Scritta da: Valeria S

        Lettere

        Brevi erano le tue lettere, precise, tutte muscolo e nervo,
        di mano più usa al compasso, alla squadra, al gesto del duro comando.
        Dicevan le semplici cose con semplici nude parole;
        ma due ne portavano in fine, due, sempre le stesse: "Sei mia".
        E quando ella giungeva, leggendo, al termine noto,
        s'abbandonava all'indietro, vuotata del sangue, morente d'amore.
        Ombre violacee intorno alla socchiusa bocca, all'affilato naso
        precipitoso palpito delle vene gonfiate alle tempie alla gola
        cecità delle palpebre, tensione delle mascelle nel desiderio
        faccia di donna agonizzante in estasi, tu non la vedesti,
        nessuno la vide. Era sola.

        Ora, ogni notte, la donna che più non vorrebbe esser viva
        nel vuoto della sua casa che ha odore di cenere spenta
        scioglie un pacco di lettere legato con un nastro nero.
        E legge; e, giunta al termine ben noto che a ognuna è sigillo,
        ancor s'abbandona all'indietro, vuotata del sangue, morente d'amore.
        Così, dalla tomba, con dura predace potenza di sillabe scritte
        tu l'imprigioni, o scomparso, tu la possiedi così.
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          Scritta da: Lucio Dusso

          Il dono

          Il dono eccelso che di giorno in giorno
          e d'anno in anno da te attesi, o vita
          (e per esso, lo sai, mi fu dolcezza
          anche il pianto), non venne: ancor non venne.
          Ad ogni alba che spunta io dico: "È oggi":
          ad ogni giorno che tramonta io dico:
          "Sarà domani". Scorre intanto il fiume
          del mio sangue vermiglio alla sua foce:
          e forse il dono che puoi darmi, il solo
          che valga, o vita, è questo sangue: questo
          fluir segreto nelle vene, e battere
          dei polsi, e luce aver dagli occhi; e amarti
          unicamente perché sei la vita.
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