Scritta da: Silvana Stremiz

Al sole

Scritto e pubblicato nel 1797.

     Alfin tu splendi, o Sole, o del creato
Anima e vita, immagine sublime
Di Dio, che sparse la tua faccia immensa
Di sua luce infinita! Ore e Stagioni,
Tinte a vari color danzano belle
Per l'aureo lume tuo misuratore
De' secoli, e de' secoli scorrenti,
Alfin tu splendi! tempestoso e freddo
Copria nembo la terra; a gran volute
Gravide nubi accavallate il cielo
Empian di negre liete, e brontolando
Per l'ampiezza dell'aere tremendi
Rotolavano i tuoni, e lampi lampi
Rompeano il bujo orribile. - Tacea
Spaventata natura; il ruscelletto
Timido e lamentevole fra l'erbe
Volgeva il corso, nè stormian le frondi
Per la foresta, nè dall'atre tane
Sporgean le belve l'atterrita fronte. -
Ulularono i venti, e ruinando
Fra grandini, fra folgori, fra piove
La bufera lanciosse, e riottoso
Diffuse il fiume le gonfie e spumose
Onde per le campagne, e svelti i tronchi
Striderono volando, e da’ scommossi
Ciglion dell'ondeggianti audaci rupi
Piombàr torrenti, che spiccati massi
Coll'acque strascinarono. Dal fondo
D'una caverna i fremiti e la guerra
Degli elementi udii; Morte su l'antro
Mi s'affacciò gigante; ed io la vidi
Ritta: crollò la testa e di natura
L'esterminio additommi. - In ciel spiegasti,
O Sol, tua fronte, e la procella orrenda
Ti vide e si nascose, e i paurosi
Irti fantasmi sparvero.... ma quanti
Segni di lutto su i vedovi campi,
Oimè, il nembo lasciò! Spogli di frutta,
Aridi, e mesti sono i pria sì vaghi
Alberi gravi, e le acerbette e colme
Promettitrici di liquor giocondo
Uve giacciono al suol; passa 1'armento
E le calpesta; e istupidito e muto
L'agricoltore le contempla e geme.

     Intanto scompigliata, irta e piangente
Te, o Sol, ripriega la Natura, e il tuo
Di pianto asciugator raggio saluta;
E tu la accendi, e si rallegra e nuovi
Prometto frutti e fior. Tutto si cangia,
Tutto père quaggiù! Ma tu giammai,
Eterna lampa, non ti cangi? mai?
Pur verrà dì che nell'antiquo vòto
Cadrai del nulla, allor che Dio suo sguardo
Ritirerà da te: non più le nubi
Corteggeranno a sera, i tuoi cadenti
Raggi su l'Oceàno; e non più l'Alba
Cinta di un raggio tuo, verrà su l'Orto
Ad annunziar che sorgi. Intanto godi
Di tua carriera: oimè! ch'io sol non godo
De' miei giovani giorni: io sol rimiro
Gloria e piacere, ma lugubri e muti
Sono per me, che dolorosa ho l'alma.
Sul mattin della vita io non mirai
Pur anco il Sole; e omai son giunto a sera
Affaticato; e sol la notte aspetto
Che mi copra di tenebre e di morte
Ugo Foscolo
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    Quando la terra è d'ombre ricoverta,
    E soffia 'l vento, e in su le arene estreme
    L'onda va e vien che mormorando geme,
    E appar la luna tra le nubi incerta;

         Torno dove la spiaggia è più deserta
    Solingo a ragionar con la mia speme,
    E del mio cor che sanguinando geme
    Ad or ad or palpo la piaga aperta.

         Lasso! me stesso in me più non discerno,
    E languono i miei dì come viola
    Nascente ch'abbia tempestata il verno;

         Chè va lungi da me colei che sola
    Far potea sul mio labbro il riso eterno:
    Luce degli occhi miei, chi mi t'invola
    Ugo Foscolo
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      In morte di Amaritte

      ELEGIA
       Qui sorge un'urna, e qui in funereo manto
      Erran le Grazie, e qui echeggiar s'ascolta
      Flebili versi, fioche voci, e pianto.
           E di cipressi sotto oscura volta
      Cupa Malinconia muta s'aggira
      Coi crin su gli occhi, e nel suo duol raccolta.
           Qui gemebondo a lagrimar si mira
      Vate canuto su la sorda pietra,
      E ora ammuta, ora geme, ed or sospira:
           Giace da un lato al suol mesta la cetra,
      Che con le dolci fila tremolando
      Manda intorno armonia confusa e tetra;
           E i primi affanni suoi più rammentando
      Al tetro suon Filomela risponde
      Suoi lai soavemente modulando.
           Al duol che il Vate misero diffonde
      Tutto sospira, tutto s'accompagna
      Tutto a piangere seco si confonde.
           Trista è così de' morti la campagna
      Allor che Young fra l'ombre de la notte
      Sul fato di Narcisa egro si lagna.
           E al suon di sue querele alte interrotte
      Silenzio, Oscurità s'alzan turbati
      Dal ferreo sonno di lor ampie grotte.
           Qui pur regna tristezza! E al colle, ai prati
      Agli alberi, alle fonti, ed agli augei
      Narra il buon Veglio d'Amaritte i fati.
           Anch'io, dolce Poeta, anch'io perdei
      Tenera, amica, onde confondo or mesto
      A' tuoi dirotti pianti i pianti miei.
           Erano gli occhi suoi caro e modesto
      Raggio di Luna, era il parlar gentile
      Giojoso cardellino appena desto.
           Ah! la Ninfa più amabile d'aprile
      Che inghirlanda di rose i crini a Flora
      Tanto non era a sua beltà simìle.
           Ma come il Sol de la vezzosa Aurora
      Le chiome arde e le vesti, e co' suoi dardi
      Spegne i fioretti, e di Favonio l'òra;
           Così Morte accigliata i dolci sguardi
      Della tenera amica d'improvviso
      Chiuse, ché i voti miei furono tardi.
           Pallido e smorto io vidi il vago viso,
      Udii gli estremi accenti, e l'fiato estremo
      Esalare fra un languido sorriso.
           È un anno intanto che coi pianti io spremo
      Dell'affannato cor l'immensa doglia,
      Che sol trovo conforto allor ch'io gemo.
           Cinta di bianca radïante spoglia
      Scende talora la pietosa amante
      A consolarmi da l'empirea soglia.
           E poco fa Ella apparve a me dinnante
      A mano d'Amaritte, a cui conforme
      Fu l'età, fu il costume, e fu l'sembiante.
           A le fiorite placide lor orme
      Io le conobbi, ed al sereno riso,
      E le conobbi a le beato forme,
           Sparpagliavano gigli, e dolce, e fiso
      Aveano in me quel raggio, che d'intorno
      Il piacer diffondea del Paradiso.
           Poscia su rosea nube a lor soggiorno
      Corteggiato dai Spiriti innocenti
      Balenando beltà facean ritorno.
           Ma tu, dolce Poeta, a' tuoi lamenti
      Pon modo alfine, e fa' che un lieto canto
      S'unisca ai loro angelici concenti.
           Or che siedi su l'urna, e un serto intanto
      Di cipresso lor tessi, Elle dal Cielo
      Ti guardan coronato d'amaranto.
           Oh! se avvolta talora in niveo volo
      La gentil Coppia a raddolcir discendo
      La piaga che a te fe' di morte il telo;
           Deh! tu ravvisa alle Virginee bende
      Al crin biondo alle cerule pupille
      La mia Angioletta, e sospirando dille:
           Odi che il tuo Fedel piange e t'attende.
      Ugo Foscolo
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