Scritta da: Silvana Stremiz
Non turbate il silenzio. Tutto tace
verso la donna rivestita a lutto:
la campagna, lo stagno, il cielo, tutto
illude la dolente... O pace! Pace!

O pace, pace! Poiché nulla spera
ormai la donna declinante. Invano
fiorisce di viole il colle e il piano:
non ritorna per lei la primavera.

Oh antiche primavere! Oh i suoi vent'anni
oimè per sempre dileguati. Quanto,
oh quanto ella ha sofferto e come ha pianto!
Atroci sono stati i suoi affanni.

Nulla più spera ormai: però la bella
timida primavera che sorride
dilegua la mestizia che la uccide,
e un sogno antico in lei si rinnovella.

Non pure ieri il piede ella volgea
allo stagno che l'isola circonda?
Ella recava un libro ove la bionda
reina per il paggio si struggea:

(avea il volume incisioni rare
dove il bel paggio con la mano manca
alla donna offeria la rosa bianca
e s'inchinava in atto d'adorare).

O sogni d'altri tempi, o tanto buoni
sogni d'ingenuità e di candore,
non sapevate il vuoto e il vostro errore
o innocenti d'allor decameroni!

Ella col libro qui venia leggendo
e a quando a quando in terra s'inchinava
la mammola, l'anemone, e la flava
primula prestamente raccogliendo.

Oh tutto Ella ricorda: le turchine
rose trapunte della bianca veste,
la veste bianca in seta, e la celeste
fascia che le gonfiava il crinoline.

Poi apriva il cancello, e il ponte stesso
dove or riposa la persona stanca
allora trascorreva agile e franca
né s'indugiava come indugia adesso.

Poi entrava nell'isola, e furtiva
in fra il tronco del tremulo e del faggio
guatava se al boschivo romitaggio
l'amico del suo sogno conveniva.

Oh tutto Ella ricorda! Ecco apparire
l'Amato: giunge al margine del vallo
dell'acque, e raffrenato il suo cavallo
il cancello la supplica d'aprire.

"Non dunque accetta è l'umile dimanda
del vostro paggio, o bella castellana?
Combattuto ha per voi; fatto gualdana
egli ha per voi, magnifica Jolanda. "

Egli disse per gioco. D'un soave
sorriso ella rispose: assai le piacque
il madrigale, ed al di là dell'acque,
sorridendo d'amor, getta la chiave.

Oh tutto Ella rammemora. Non fu
ieri? No, non fu ieri. Il lungo affanno
ella dunque già scorda? O atroce inganno
quel dolce aprile non verrà mai più...

Non turbate il silenzio. Tutto tace
verso la donna rivestita a lutto,
la campagna, lo stagno, il cielo, tutto
illude la dolente... O pace, pace!
Guido Gozzano
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    La falce

    I.

    Giugno. Per le finestre il sole inonda
    la bella stanza d'una luce aurina:
    freme la messe ai solchi della china,
    la messe ormai matureggiante e bionda.

    La bruna sposa sede alla vicina
    cuna ancor vuota: pare ch'Ella asconda
    un gran segreto quando l'occhio inchina
    al seno stanco che l'amor feconda.

    È la cuna ancor vuota, ma Ella sente
    che l'ora dell'avvento è assai vicina
    che ben presto il Messia sarà presente.

    E a quel pensiero il bruno capo inchina
    al lavoro sottil, le mani adopra
    su le fasce su i lini su la trina.

    ii.

    Ottobre. Per i vetri Autunno inonda
    la bella stanza delle luci estreme:
    vanno i bifolchi cospargendo il seme
    su per la china con canzon gioconda.

    La sposa agonizzante in su la sponda
    del letto sta riversa e più non geme
    e accanto a lei nato e morto insieme
    è il bambino difforme. Una profonda

    quiete è d'intorno: sopra il lin vermiglio
    tutto di sangue che un baglior rischiara
    la sposa muore, bianca come un giglio.

    La Morte, intanto, il feretro prepara:
    e l'alba di diman la madre e il figlio
    saran racchiusi nella stessa bara.
    Guido Gozzano
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      Perché nel vetro di Boemia antica,
      dopo un'ora, già langue l'aromale
      fior che m'offerse la mia dolce Amica?

      Ché la verbena vi languisce, quale
      la Donna amante il biondo Garcilaso
      già martoriata dal segreto male.

      Io so quel male: il calice del vaso
      la bella mano - o gran disavventura! -
      col ventaglio d'avorio urtò per caso.

      E pur bastò. La lieve incrinatura
      è insanabile ormai; il morituro
      fiore s'inchina, stanco, nell'arsura,

      ché la ferita del cristallo duro
      tacitamente compie tutto il giro
      per cammino invisibile e sicuro.

      Vanisce l'acqua e muore il fiore. Io miro
      il calice mortifero che serba
      quasi non traccia di ferita in giro,

      e una assai trista simiglianza e acerba
      sento fra il vetro e il calice d'un cuore
      sfiorato a pena da una man superba.

      La ferita da sé, senza romore,
      il calice circonda nel rotondo
      e il fior d'amore a poco a poco muore.

      Il cuor che sano e forte pare al mondo
      sèrpere senta la segreta pena
      in cerchio inesorabile e profondo.

      E pur la mano l'ha sfiorata a pena...
      Perché nel vetro di Boemia antica,
      dopo un'ora, già langue la verbena

      che vi compose la mia dolce Amica?
      Guido Gozzano
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        Il volto un poco inchina
        - né triste né giocondo -
        sopra il seno infecondo
        la Donna sibillina.

        Il piucheumano mesto
        volto sacerdotale
        l'assembra una vestale
        senza parola e gesto.

        Da lunga data tiene
        i frutti contro il seno,
        né i polsi vengon meno
        nella fatica lene.

        Ardon di pari ardore
        i frutti della Terra
        ch'Ella commisti serra
        con quelli dell'Amore.

        E nel suo cuore ascoso
        un brivido la scuote:
        pensa dolcezze ignote
        in braccio dello Sposo.

        Quando l'Annunciatore
        verrà nel suo cospetto
        recando il bacio e il detto
        del dolce suo Signore,

        allor su l'origliere
        per Lui tutti disserra
        e i frutti della Terra
        e i frutti del Piacere.
        Guido Gozzano
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          Laudata sii dal figlio
          che, compiuti vent'anni
          oggi lascia li inganni
          ritorna come giglio.
          Oggi il candor riceve
          sull'anima perduta
          della bianca caduta
          in terra prima neve,
          se la tua mano fina
          sì tenera e sì affranta
          recando l'Ostia Santa
          verso di lui s'inchina.
          Egli che tu ben sai
          per motivo nessuno
          ai ginocchi d'alcuno
          non si prostese mai,
          ai tuoi ginocchi indice
          l'umilicordia e attende
          mentre i labbri protende
          all'ostia redentrice.
          Oggi, lasciati i gaudi
          e i canti del Piacere,
          solleva l'incensiere
          di tutte le sue laudi.
          Laudata per l'amore
          - il solo di sua vita -
          per sua dolce infinita
          pazienza nel dolore.
          Eretta sullo stelo
          o Rosa adamantina
          invitta a la ruina,
          invitta a lo sfacelo,
          la casa il gran valore
          sorregge di sue vene,
          come i solchi trattiene
          la radice di un fiore.
          Più che la laboriosa
          femina dell'Ebreo,
          Madre di Galileo,
          o madre mia dogliosa,
          voglio esaltarti: voglio
          su le tempie che adoro
          recingere l'alloro
          del mio protervo orgoglio.
          Laudata sii. Il greve
          peso dell'esser mio
          nel mese che un iddio
          nasceva su la neve
          tu desti in luce. Forse
          venne l'Annunciatore
          e il bacio del Signore
          anche al tuo labbro porse?
          O sogno! Allora anch'io
          (il supremo che agogno
          sogno è raggiunto. O sogno!)
          son figlio d'un iddio?

          Ho un biasimo solo dal quale
          saprai la mia gioia di vita.
          Perché non mi hai fatto immortale?
          Guido Gozzano
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