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Poesie di Giacomo Leopardi

Poeta, filosofo, scrittore, filologo e glottologo, nato martedì 19 giugno 1798 a Recanati (Italia), morto mercoledì 14 giugno 1837 a Napoli (Italia)
Questo autore lo trovi anche in Frasi & Aforismi.

Scritta da: Silvana Stremiz

L'Infinito

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    A Silvia

    Silvia, rimembri ancora
    quel tempo della tua vita mortale,
    quando beltà splendea
    negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
    e tu, lieta e pensosa, il limitare
    di gioventù salivi?

    Sonavan le quiete
    stanze, e le vie dintorno,
    al tuo perpetuo canto,
    allor che all'opre femminili intenta
    sedevi, assai contenta
    di quel vago avvenir che in mente avevi.
    Era il maggio odoroso: e tu solevi
    così menare il giorno.

    Io gli studi leggiadri
    talor lasciando e le sudate carte,
    ove il tempo mio primo
    e di me si spendea la miglior parte,
    d'in su i veroni del paterno ostello
    porgea gli orecchi al suon della tua voce,
    ed alla man veloce
    che percorrea la faticosa tela.
    Mirava il ciel sereno,
    le vie dorate e gli orti,
    e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
    Lingua mortal non dice
    quel ch'io sentiva in seno.

    Che pensieri soavi,
    che speranze, che cori, o Silvia mia!
    Quale allor ci apparia
    la vita umana e il fato!
    Quando sovviemmi di cotanta speme,
    un affetto mi preme
    acerbo e sconsolato,
    e tornami a doler di mia sventura.
    O natura, o natura,
    perché non rendi poi
    quel che prometti allor? Perché di tanto
    inganni i figli tuoi?

    Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,
    da chiuso morbo combattuta e vinta,
    perivi, o tenerella. E non vedevi
    il fior degli anni tuoi;
    non ti molceva il core
    la dolce lode or delle negre chiome,
    or degli sguardi innamorati e schivi;
    né teco le compagne ai dì festivi
    ragionavan d'amore.

    Anche peria tra poco
    la speranza mia dolce: agli anni miei
    anche negaro i fati
    la giovanezza. Ahi come,
    come passata sei,
    cara compagna dell'età mia nova,
    mia lacrimata speme!
    Questo è quel mondo? Questi
    i diletti, l'amor, l'opre, gli eventi
    onde cotanto ragionammo insieme?
    Questa la sorte dell'umane genti?
    All'apparir del vero
    tu, misera, cadesti: e con la mano
    la fredda morte ed una tomba ignuda
    mostravi di lontano.
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      Scritta da: Elisa Iacobellis

      Alla luna

      O graziosa luna, io mi rammento
      che, or volge l'anno, sovra questo colle
      io venia pien d'angoscia a rimirarti:
      e tu pendevi allor su questa selva
      siccome or fai, che tutta la rischiari.
      Ma nebuloso e tremulo dal pianto
      che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
      il tuo volto apparia, ché travagliosa
      era mia vita: ed è, né cangia stile,
      o mia diletta luna. E pur mi giova
      la ricordanza, e il noverar l'etate
      del mio dolore. Oh come grato occorre
      nel tempo giovanil, quando ancor lungo
      la speme e breve ha la memoria il corso,
      il rimembrar delle passate cose,
      ancor che triste, e che l'affanno duri!
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        Scritta da: Elisa Iacobellis

        Il tramonto della luna

        Quale in notte solinga
        sovra campagne inargentate ed acque,
        là 've zefiro aleggia,
        e mille vaghi aspetti
        e ingannevoli obbietti
        fingon l'ombre lontane
        infra l'onde tranquille
        e rami e siepi e collinette e ville;
        giunta al confin del cielo,
        dietro Appennino od Alpe, o del Tirreno
        nell'infinito seno
        scende la luna; e si scolora il mondo;
        spariscon l'ombre, ed una
        oscurità la valle e il monte imbruna;
        orba la notte resta,
        e cantando con mesta melodia,
        l'estremo albor della fuggente luce,
        che dinanzi gli fu duce,
        saluta il carrettier dalla sua via;
        tal si dilegua, e tale
        lascia l'età mortale
        la giovinezza. In fuga
        van l'ombre e le sembianze
        dei dilettosi inganni; e vengon meno
        le lontane speranze,
        ove s'appoggia la mortal natura.
        Abbandonata, oscura
        resta la vita. In lei porgendo il guardo,
        cerca il confuso viatore invano
        del cammin lungo che avanzar si sente
        meta o ragione; e vede
        ch'a sé l'umana sede,
        esso a lei veramente è fatto estrano.
        Troppo felice e lieta
        nostra misera sorte
        parve lassù, se il giovanile stato,
        dove ogni ben di mille pene è frutto,
        durasse tutto della vita il corso.
        Troppo mite decreto
        quel che sentenzia ogni animale a morte,
        s'anco mezza la via
        lor non si desse in pria
        della terribil morte assai più dura.
        D'intelletti immortali
        degno trovato, estremo
        di tutti i mali, ritrovar gli eterni
        la vacchiezza, ove fosse
        incolume il desio, la speme estinta,
        secche le fonti del piacer, le pene
        maggiori sempre, e non più dato il bene.
        Voi, collinette e piagge,
        caduto lo splendor che all'occidente
        inargentava della notte il velo,
        orfane ancor gran tempo
        non resterete: che dall'altra parte
        tosto vedrete il cielo
        imbiancar novamente, e sorger l'alba:
        alla qual poscia seguitando il sole,
        e folgorando intorno
        con le sue fiamme possenti,
        di lucidi torrenti
        inonderà con voi gli eterei campi.
        Ma la vita mortal, poi che la bella
        giovinezza sparì, non si colora
        d'altra luce giammai, né d'altra aurora.
        Vedova è insino al fine; ed alla notte
        che l'altre etadi oscura,
        segno poser gli Dei la sepoltura.
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          Scritta da: Thanaty
          Or poserai per sempre,
          stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,
          Ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
          in noi di cari inganni,
          non che la speme, il desiderio è spento.
          Posa per sempre. Assai
          palpitasti. Non val cosa nessuna
          i moti tuoi, né di sospiri è degna
          la terra. Amaro e noia
          la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
          T'acqueta omai. Dispera
          l'ultima volta. Al gener nostro il fato
          non donò che il morire. Omai disprezza
          te, la natura, il brutto
          poter che, ascoso, a comun danno impera,
          E l'infinita vanità del tutto.
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