Questo sito contribuisce alla audience di

Poesie di Giacomo Leopardi

Poeta, filosofo, scrittore, filologo e glottologo, nato martedì 19 giugno 1798 a Recanati (Italia), morto mercoledì 14 giugno 1837 a Napoli (Italia)
Questo autore lo trovi anche in Frasi & Aforismi.

Scritta da: Silvana Stremiz

La sera del dì di festa

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t'accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai né pensi
Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m'affaccio,
E l'antica natura onnipossente,
Che mi fece all'affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or dà trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già ch'io speri,
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell'artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov'è il suono
Di què popoli antichi? Or dov'è il grido
Dè nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio
Che n'andò per la terra e l'oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s'aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s'udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Già similmente mi stringeva il core.
Vota la poesia: Commenta
    Scritta da: Silvana Stremiz

    L'ultimo canto di Saffo

    Placida notte, e verecondo raggio
    Della cadente luna; e tu che spunti
    Fra la tacita selva in su la rupe,
    Nunzio del giorno; oh dilettose e care
    Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,
    Sembianze agli occhi miei; già non arride
    Spettacol molle ai disperati affetti.
    Noi l'insueto allor gaudio ravviva
    Quando per l'etra liquido si volve
    E per li campi trepidanti il flutto
    Polveroso dè Noti, e quando il carro,
    Grave carro di Giove a noi sul capo,
    Tonando, il tenebroso aere divide.
    Noi per le balze e le profonde valli
    Natar giova trà nembi, e noi la vasta
    Fuga dè greggi sbigottiti, o d'alto
    Fiume alla dubbia sponda
    Il suono e la vittrice ira dell'onda.
    Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
    Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
    Infinita beltà parte nessuna
    Alla misera Saffo i numi e l'empia
    Sorte non fenno. À tuoi superbi regni
    Vile, o natura, e grave ospite addetta,
    E dispregiata amante, alle vezzose
    Tue forme il core e le pupille invano
    Supplichevole intendo. A me non ride
    L'aprico margo, e dall'eterea porta
    Il mattutino albor; me non il canto
    Dè colorati augelli, e non dè faggi
    Il murmure saluta: e dove all'ombra
    Degl'inchinati salici dispiega
    Candido rivo il puro seno, al mio
    Lubrico piè le flessuose linfe
    Disdegnando sottragge,
    E preme in fuga l'odorate spiagge.
    Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
    Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
    Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
    In che peccai bambina, allor che ignara
    Di misfatto è la vita, onde poi scemo
    Di giovanezza, e disfiorato, al fuso
    Dell'indomita Parca si volvesse
    Il ferrigno mio stame? Incaute voci
    Spande il tuo labbro: i destinati eventi
    Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
    Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
    Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
    Dè celesti si posa. Oh cure, oh speme
    Dè più verd'anni! Alle sembianze il Padre,
    Alle amene sembianze eterno regno
    Diè nelle genti; e per virili imprese,
    Per dotta lira o canto,
    Virtù non luce in disadorno ammanto.
    Morremo. Il velo indegno a terra sparto
    Rifuggirà l'ignudo animo a Dite,
    E il crudo fallo emenderà del cieco
    Dispensator dè casi. E tu cui lungo
    Amore indarno, e lunga fede, e vano
    D'implacato desio furor mi strinse,
    Vivi felice, se felice in terra
    Visse nato mortal. Me non asperse
    Del soave licor del doglio avaro
    Giove, poi che perir gl'inganni e il sogno
    Della mia fanciullezza. Ogni più lieto
    Giorno di nostra età primo s'invola.
    Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l'ombra
    Della gelida morte. Ecco di tante
    Sperate palme e dilettosi errori,
    Il Tartaro m'avanza; e il prode ingegno
    Han la tenaria Diva,
    E l'atra notte, e la silente riva.
    Vota la poesia: Commenta
      Scritta da: Silvana Stremiz

      Canto notturno di un pastore errante dell'Asia

      Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai,
      Silenziosa luna?
      Sorgi la sera, e vai,
      Contemplando i deserti; indi ti posi.
      Ancor non sei tu paga
      Di riandare i sempiterni calli?
      Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
      Di mirar queste valli?
      Somiglia alla tua vita
      La vita del pastore.
      Sorge in sul primo albore;
      Move la greggia oltre pel campo, e vede
      Greggi, fontane ed erbe;
      Poi stanco si riposa in su la sera:
      Altro mai non ispera.
      Dimmi, o luna: a che vale
      Al pastor la sua vita,
      La vostra vita a voi? Dimmi: ove tende
      Questo vagar mio breve,
      Il tuo corso immortale?
      Vecchierel bianco, infermo,
      Mezzo vestito e scalzo,
      Con gravissimo fascio in su le spalle,
      Per montagna e per valle,
      Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
      Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
      L'ora, e quando poi gela,
      Corre via, corre, anela,
      Varca torrenti e stagni,
      Cade, risorge, e più e più s'affretta,
      Senza posa o ristoro,
      Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
      Colà dove la via
      E dove il tanto affaticar fu volto:
      Abisso orrido, immenso,
      Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
      Vergine luna, tale
      È la vita mortale.
      Nasce l'uomo a fatica,
      Ed è rischio di morte il nascimento.
      Prova pena e tormento
      Per prima cosa; e in sul principio stesso
      La madre e il genitore
      Il prende a consolar dell'esser nato.
      Poi che crescendo viene,
      L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
      Con atti e con parole
      Studiasi fargli core,
      E consolarlo dell'umano stato:
      Altro ufficio più grato
      Non si fa da parenti alla lor prole.
      Ma perché dare al sole,
      Perché reggere in vita
      Chi poi di quella consolar convenga?
      Se la vita è sventura
      Perché da noi si dura?
      Intatta luna, tale
      È lo stato mortale.
      Ma tu mortal non sei,
      E forse del mio dir poco ti cale.
      Pur tu, solinga, eterna peregrina,
      Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
      Questo viver terreno,
      Il patir nostro, il sospirar, che sia;
      Che sia questo morir, questo supremo
      Scolorar del sembiante,
      E perir dalla terra, e venir meno
      Ad ogni usata, amante compagnia.
      E tu certo comprendi
      Il perché delle cose, e vedi il frutto
      Del mattin, della sera,
      Del tacito, infinito andar del tempo.
      Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
      Rida la primavera,
      A chi giovi l'ardore, e che procacci
      Il verno cò suoi ghiacci.
      Mille cose sai tu, mille discopri,
      Che son celate al semplice pastore.
      Spesso quand'io ti miro
      Star così muta in sul deserto piano,
      Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
      Ovver con la mia greggia
      Seguirmi viaggiando a mano a mano;
      E quando miro in cielo arder le stelle;
      Dico fra me pensando:
      A che tante facelle?
      Che fa l'aria infinita, e quel profondo
      Infinito seren? Che vuol dir questa
      Solitudine immensa? Ed io che sono?
      Così meco ragiono: e della stanza
      Smisurata e superba,
      E dell'innumerabile famiglia;
      Poi di tanto adoprar, di tanti moti
      D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
      Girando senza posa,
      Per tornar sempre là donde son mosse;
      Uso alcuno, alcun frutto
      Indovinar non so. Ma tu per certo,
      Giovinetta immortal, conosci il tutto.
      Questo io conosco e sento,
      Che degli eterni giri,
      Che dell'esser mio frale,
      Qualche bene o contento
      Avrà fors'altri; a me la vita è male.
      O greggia mia che posi, oh te beata,
      Che la miseria tua, credo, non sai!
      Quanta invidia ti porto!
      Non sol perché d'affanno
      Quasi libera vai;
      Ch'ogni stento, ogni danno,
      Ogni estremo timor subito scordi;
      Ma più perché giammai tedio non provi.
      Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
      Tu sè queta e contenta;
      E gran parte dell'anno
      Senza noia consumi in quello stato.
      Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
      E un fastidio m'ingombra
      La mente, ed uno spron quasi mi punge
      Sì che, sedendo, più che mai son lunge
      Da trovar pace o loco.
      E pur nulla non bramo,
      E non ho fino a qui cagion di pianto.
      Quel che tu goda o quanto,
      Non so già dir; ma fortunata sei.
      Ed io godo ancor poco,
      O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
      Se tu parlar sapessi, io chiederei:
      Dimmi: perché giacendo
      A bell'agio, ozioso,
      S'appaga ogni animale;
      Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?
      Forse s'avess'io l'ale
      Da volar su le nubi,
      E noverar le stelle ad una ad una,
      O come il tuono errar di giogo in giogo,
      Più felice sarei, dolce mia greggia,
      Più felice sarei, candida luna.
      O forse erra dal vero,
      Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
      Forse in qual forma, in quale
      Stato che sia, dentro covile o cuna,
      È funesto a chi nasce il dì natale.
      Vota la poesia: Commenta
        Scritta da: Silvana Stremiz

        La vita solitaria

        La mattutina pioggia, allor che l'ale
        Battendo esulta nella chiusa stanza
        La gallinella, ed al balcon s'affaccia
        L'abitator dè campi, e il Sol che nasce
        I suoi tremuli rai fra le cadenti
        Stille saetta, alla capanna mia
        Dolcemente picchiando, mi risveglia;
        E sorgo, e i lievi nugoletti, e il primo
        Degli augelli susurro, e l'aura fresca,
        E le ridenti piagge benedico:
        Poiché voi, cittadine infauste mura,
        Vidi e conobbi assai, là dove segue
        Odio al dolor compagno; e doloroso
        Io vivo, e tal morrò, deh tosto! Alcuna
        Benché scarsa pietà pur mi dimostra
        Natura in questi lochi, un giorno oh quanto
        Verso me più cortese! E tu pur volgi
        Dai miseri lo sguardo; e tu, sdegnando
        Le sciagure e gli affanni, alla reina
        Felicità servi, o natura. In cielo,
        In terra amico agl'infelici alcuno
        E rifugio non resta altro che il ferro.
        Talor m'assido in solitaria parte,
        Sovra un rialto, al margine d'un lago
        Di taciturne piante incoronato.
        Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,
        La sua tranquilla imago il Sol dipinge,
        Ed erba o foglia non si crolla al vento,
        E non onda incresparsi, e non cicala
        Strider, né batter penna augello in ramo,
        Né farfalla ronzar, né voce o moto
        Da presso né da lunge odi né vedi.
        Tien quelle rive altissima quiete;
        Ond'io quasi me stesso e il mondo obblio
        Sedendo immoto; e già mi par che sciolte
        Giaccian le membra mie, né spirto o senso
        Più le commova, e lor quiete antica
        Cò silenzi del loco si confonda.
        Amore, amore, assai lungi volasti
        Dal petto mio, che fu sì caldo un giorno,
        Anzi rovente. Con sua fredda mano
        Lo strinse la sciaura, e in ghiaccio è volto
        Nel fior degli anni. Mi sovvien del tempo
        Che mi scendesti in seno. Era quel dolce
        E irrevocabil tempo, allor che s'apre
        Al guardo giovanil questa infelice
        Scena del mondo, e gli sorride in vista
        Di paradiso. Al garzoncello il core
        Di vergine speranza e di desio
        Balza nel petto; e già s'accinge all'opra
        Di questa vita come a danza o gioco
        Il misero mortal. Ma non sì tosto,
        Amor, di te m'accorsi, e il viver mio
        Fortuna avea già rotto, ed a questi occhi
        Non altro convenia che il pianger sempre.
        Pur se talvolta per le piagge apriche,
        Su la tacita aurora o quando al sole
        Brillano i tetti e i poggi e le campagne,
        Scontro di vaga donzelletta il viso;
        O qualor nella placida quiete
        D'estiva notte, il vagabondo passo
        Di rincontro alle ville soffermando,
        L'erma terra contemplo, e di fanciulla
        Che all'opre di sua man la notte aggiunge
        Odo sonar nelle romite stanze
        L'arguto canto; a palpitar si move
        Questo mio cor di sasso: ahi, ma ritorna
        Tosto al ferreo sopor; ch'è fatto estrano
        Ogni moto soave al petto mio.
        O cara luna, al cui tranquillo raggio
        Danzan le lepri nelle selve; e duolsi
        Alla mattina il cacciator, che trova
        L'orme intricate e false, e dai covili
        Error vario lo svia; salve, o benigna
        Delle notti reina. Infesto scende
        Il raggio tuo fra macchie e balze o dentro
        A deserti edifici, in su l'acciaro
        Del pallido ladron ch'a teso orecchio
        Il fragor delle rote e dè cavalli
        Da lungi osserva o il calpestio dè piedi
        Su la tacita via; poscia improvviso
        Col suon dell'armi e con la rauca voce
        E col funereo ceffo il core agghiaccia
        Al passegger, cui semivivo e nudo
        Lascia in breve trà sassi. Infesto occorre
        Per le contrade cittadine il bianco
        Tuo lume al drudo vil, che degli alberghi
        Va radendo le mura e la secreta
        Ombra seguendo, e resta, e si spaura
        Delle ardenti lucerne e degli aperti
        Balconi. Infesto alle malvage menti,
        A me sempre benigno il tuo cospetto
        Sarà per queste piagge, ove non altro
        Che lieti colli e spaziosi campi
        M'apri alla vista. Ed ancor io soleva,
        Bench'innocente io fossi, il tuo vezzoso
        Raggio accusar negli abitati lochi,
        Quand'ei m'offriva al guardo umano, e quando
        Scopriva umani aspetti al guardo mio.
        Or sempre loderollo, o ch'io ti miri
        Veleggiar tra le nubi, o che serena
        Dominatrice dell'etereo campo,
        Questa flebil riguardi umana sede.
        Me spesso rivedrai solingo e muto
        Errar pè boschi e per le verdi rive,
        O seder sovra l'erbe, assai contento
        Se core e lena a sospirar m'avanza.
        Vota la poesia: Commenta
          Scritta da: Silvana Stremiz

          La ginestra

          Qui su l'arida schiena
          Del formidabil monte
          Sterminator Vesevo,
          La qual null'altro allegra arbor né fiore,
          Tuoi cespi solitari intorno spargi,
          Odorata ginestra,
          Contenta dei deserti. Anco ti vidi
          Dè tuoi steli abbellir l'erme contrade
          Che cingon la cittade
          La qual fu donna dè mortali un tempo,
          E del perduto impero
          Par che col grave e taciturno aspetto
          Faccian fede e ricordo al passeggero.
          Or ti riveggo in questo suol, di tristi
          Lochi e dal mondo abbandonati amante,
          E d'afflitte fortune ognor compagna.
          Questi campi cosparsi
          Di ceneri infeconde, e ricoperti
          Dell'impietrata lava,
          Che sotto i passi al peregrin risona;
          Dove s'annida e si contorce al sole
          La serpe, e dove al noto
          Cavernoso covil torna il coniglio;
          Fur liete ville e colti,
          E biondeggiàr di spiche, e risonaro
          Di muggito d'armenti;
          Fur giardini e palagi,
          Agli ozi dè potenti
          Gradito ospizio; e fur città famose
          Che coi torrenti suoi l'altero monte
          Dall'ignea bocca fulminando oppresse
          Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
          Una ruina involve,
          Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
          I danni altrui commiserando, al cielo
          Di dolcissimo odor mandi un profumo,
          Che il deserto consola. A queste piagge
          Venga colui che d'esaltar con lode
          Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
          È il gener nostro in cura
          All'amante natura. E la possanza
          Qui con giusta misura
          Anco estimar potrà dell'uman seme,
          Cui la dura nutrice, ov'ei men teme,
          Con lieve moto in un momento annulla
          In parte, e può con moti
          Poco men lievi ancor subitamente
          Annichilare in tutto.
          Dipinte in queste rive
          Son dell'umana gente
          Le magnifiche sorti e progressive .
          Qui mira e qui ti specchia,
          Secol superbo e sciocco,
          Che il calle insino allora
          Dal risorto pensier segnato innanti
          Abbandonasti, e volti addietro i passi,
          Del ritornar ti vanti,
          E procedere il chiami.
          Al tuo pargoleggiar gl'ingegni tutti,
          Di cui lor sorte rea padre ti fece,
          Vanno adulando, ancora
          Ch'a ludibrio talora
          T'abbian fra sé. Non io
          Con tal vergogna scenderò sotterra;
          Ma il disprezzo piuttosto che si serra
          Di te nel petto mio,
          Mostrato avrò quanto si possa aperto:
          Ben ch'io sappia che obblio
          Preme chi troppo all'età propria increbbe.
          Di questo mal, che teco
          Mi fia comune, assai finor mi rido.
          Libertà vai sognando, e servo a un tempo
          Vuoi di novo il pensiero,
          Sol per cui risorgemmo
          Della barbarie in parte, e per cui solo
          Si cresce in civiltà, che sola in meglio
          Guida i pubblici fati.
          Così ti spiacque il vero
          Dell'aspra sorte e del depresso loco
          Che natura ci diè. Per questo il tergo
          Vigliaccamente rivolgesti al lume
          Che il fè palese: e, fuggitivo, appelli
          Vil chi lui segue, e solo
          Magnanimo colui
          Che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,
          Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.
          Uom di povero stato e membra inferme
          Che sia dell'alma generoso ed alto,
          Non chiama sé né stima
          Ricco d'or né gagliardo,
          E di splendida vita o di valente
          Persona infra la gente
          Non fa risibil mostra;
          Ma sé di forza e di tesor mendico
          Lascia parer senza vergogna, e noma
          Parlando, apertamente, e di sue cose
          Fa stima al vero uguale.
          Magnanimo animale
          Non credo io già, ma stolto,
          Quel che nato a perir, nutrito in pene,
          Dice, a goder son fatto,
          E di fetido orgoglio
          Empie le carte, eccelsi fati e nove
          Felicità, quali il ciel tutto ignora,
          Non pur quest'orbe, promettendo in terra
          A popoli che un'onda
          Di mar commosso, un fiato
          D'aura maligna, un sotterraneo crollo
          Distrugge sì, che avanza
          A gran pena di lor la rimembranza.
          Nobil natura è quella
          Che a sollevar s'ardisce
          Gli occhi mortali incontra
          Al comun fato, e che con franca lingua,
          Nulla al ver detraendo,
          Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
          E il basso stato e frale;
          Quella che grande e forte
          Mostra sé nel soffrir, né gli odii e l'ire
          Fraterne, ancor più gravi
          D'ogni altro danno, accresce
          Alle miserie sue, l'uomo incolpando
          Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
          Che veramente è rea, che dè mortali
          Madre è di parto e di voler matrigna.
          Costei chiama inimica; e incontro a questa
          Congiunta esser pensando,
          Siccome è il vero, ed ordinata in pria
          L'umana compagnia,
          Tutti fra sé confederati estima
          Gli uomini, e tutti abbraccia
          Con vero amor, porgendo
          Valida e pronta ed aspettando aita
          Negli alterni perigli e nelle angosce
          Della guerra comune. Ed alle offese
          Dell'uomo armar la destra, e laccio porre
          Al vicino ed inciampo,
          Stolto crede così qual fora in campo
          Cinto d'oste contraria, in sul più vivo
          Incalzar degli assalti,
          Gl'inimici obbliando, acerbe gare
          Imprender con gli amici,
          E sparger fuga e fulminar col brando
          Infra i propri guerrieri.
          Così fatti pensieri
          Quando fien, come fur, palesi al volgo,
          E quell'orror che primo
          Contra l'empia natura
          Strinse i mortali in social catena,
          Fia ricondotto in parte
          Da verace saper, l'onesto e il retto
          Conversar cittadino,
          E giustizia e pietade, altra radice
          Avranno allor che non superbe fole,
          Ove fondata probità del volgo
          Così star suole in piede
          Quale star può quel ch'ha in error la sede.
          Sovente in queste rive,
          Che, desolate, a bruno
          Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
          Seggo la notte; e su la mesta landa
          In purissimo azzurro
          Veggo dall'alto fiammeggiar le stelle,
          Cui di lontan fa specchio
          Il mare, e tutto di scintille in giro
          Per lo vòto seren brillare il mondo.
          E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
          Ch'a lor sembrano un punto,
          E sono immense, in guisa
          Che un punto a petto a lor son terra e mare
          Veracemente; a cui
          L'uomo non pur, ma questo
          Globo ove l'uomo è nulla,
          Sconosciuto è del tutto; e quando miro
          Quegli ancor più senz'alcun fin remoti
          Nodi quasi di stelle,
          Ch'a noi paion qual nebbia, a cui non l'uomo
          E non la terra sol, ma tutte in uno,
          Del numero infinite e della mole,
          Con l'aureo sole insiem, le nostre stelle
          O sono ignote, o così paion come
          Essi alla terra, un punto
          Di luce nebulosa; al pensier mio
          Che sembri allora, o prole
          Dell'uomo? E rimembrando
          Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
          Il suol ch'io premo; e poi dall'altra parte,
          Che te signora e fine
          Credi tu data al Tutto, e quante volte
          Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
          Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
          Per tua cagion, dell'universe cose
          Scender gli autori, e conversar sovente
          Cò tuoi piacevolmente, e che i derisi
          Sogni rinnovellando, ai saggi insulta
          Fin la presente età, che in conoscenza
          Ed in civil costume
          Sembra tutte avanzar; qual moto allora,
          Mortal prole infelice, o qual pensiero
          Verso te finalmente il cor m'assale?
          Non so se il riso o la pietà prevale.
          Come d'arbor cadendo un picciol pomo,
          Cui là nel tardo autunno
          Maturità senz'altra forza atterra,
          D'un popol di formiche i dolci alberghi,
          Cavati in molle gleba
          Con gran lavoro, e l'opre
          E le ricchezze che adunate a prova
          Con lungo affaticar l'assidua gente
          Avea provvidamente al tempo estivo,
          Schiaccia, diserta e copre
          In un punto; così d'alto piombando,
          Dall'utero tonante
          Scagliata al ciel profondo,
          Di ceneri e di pomici e di sassi
          Notte e ruina, infusa
          Di bollenti ruscelli
          O pel montano fianco
          Furiosa tra l'erba
          Di liquefatti massi
          E di metalli e d'infocata arena
          Scendendo immensa piena,
          Le cittadi che il mar là su l'estremo
          Lido aspergea, confuse
          E infranse e ricoperse
          In pochi istanti: onde su quelle or pasce
          La capra, e città nove
          Sorgon dall'altra banda, a cui sgabello
          Son le sepolte, e le prostrate mura
          L'arduo monte al suo piè quasi calpesta.
          Non ha natura al seme
          Dell'uom più stima o cura
          Che alla formica: e se più rara in quello
          Che nell'altra è la strage,
          Non avvien ciò d'altronde
          Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde.
          Ben mille ed ottocento
          Anni varcàr poi che spariro, oppressi
          Dall'ignea forza, i popolati seggi,
          E il villanello intento
          Ai vigneti, che a stento in questi campi
          Nutre la morta zolla e incenerita,
          Ancor leva lo sguardo
          Sospettoso alla vetta
          Fatal, che nulla mai fatta più mite
          Ancor siede tremenda, ancor minaccia
          A lui strage ed ai figli ed agli averi
          Lor poverelli. E spesso
          Il meschino in sul tetto
          Dell'ostel villereccio, alla vagante
          Aura giacendo tutta notte insonne,
          E balzando più volte, esplora il corso
          Del temuto bollor, che si riversa
          Dall'inesausto grembo
          Su l'arenoso dorso, a cui riluce
          Di Capri la marina
          E di Napoli il porto e Mergellina.
          E se appressar lo vede, o se nel cupo
          Del domestico pozzo ode mai l'acqua
          Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
          Desta la moglie in fretta, e via, con quanto
          Di lor cose rapir posson, fuggendo,
          Vede lontan l'usato
          Suo nido, e il picciol campo,
          Che gli fu dalla fame unico schermo,
          Preda al flutto rovente,
          Che crepitando giunge, e inesorato
          Durabilmente sovra quei si spiega.
          Torna al celeste raggio
          Dopo l'antica obblivion l'estinta
          Pompei, come sepolto
          Scheletro, cui di terra
          Avarizia o pietà rende all'aperto;
          E dal deserto foro
          Diritto infra le file
          Dei mozzi colonnati il peregrino
          Lunge contempla il bipartito giogo
          E la cresta fumante,
          Che alla sparsa ruina ancor minaccia.
          E nell'orror della secreta notte
          Per li vacui teatri,
          Per li templi deformi e per le rotte
          Case, ove i parti il pipistrello asconde,
          Come sinistra face
          Che per vòti palagi atra s'aggiri,
          Corre il baglior della funerea lava,
          Che di lontan per l'ombre
          Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
          Così, dell'uomo ignara e dell'etadi
          Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno
          Dopo gli avi i nepoti,
          Sta natura ognor verde, anzi procede
          Per sì lungo cammino
          Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
          Passan genti e linguaggi: ella nol vede:
          E l'uom d'eternità s'arroga il vanto.
          E tu, lenta ginestra,
          Che di selve odorate
          Queste campagne dispogliate adorni,
          Anche tu presto alla crudel possanza
          Soccomberai del sotterraneo foco,
          Che ritornando al loco
          Già noto, stenderà l'avaro lembo
          Su tue molli foreste. E piegherai
          Sotto il fascio mortal non renitente
          Il tuo capo innocente:
          Ma non piegato insino allora indarno
          Codardamente supplicando innanzi
          Al futuro oppressor; ma non eretto
          Con forsennato orgoglio inver le stelle,
          Né sul deserto, dove
          E la sede e i natali
          Non per voler ma per fortuna avesti;
          Ma più saggia, ma tanto
          Meno inferma dell'uom, quanto le frali
          Tue stirpi non credesti
          O dal fato o da te fatte immortali.
          Vota la poesia: Commenta