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Poesie di Giacomo Leopardi

Poeta, filosofo, scrittore, filologo e glottologo, nato martedì 19 giugno 1798 a Recanati (Italia), morto mercoledì 14 giugno 1837 a Napoli (Italia)
Questo autore lo trovi anche in Frasi & Aforismi.

Scritta da: Silvana Stremiz

Il Risorgimento

Credei ch'al tutto fossero
In me, sul fior degli anni,
Mancati i dolci affanni
Della mia prima età:
I dolci affanni, i teneri
Moti del cor profondo,
Qualunque cosa al mondo
Grato il sentir ci fa.

Quante querele e lacrime
Sparsi nel novo stato,
Quando al mio cor gelato
Prima il dolor mancò!
Mancàr gli usati palpiti,
L'amor mi venne meno,
E irrigidito il seno
Di sospirar cessò!

Piansi spogliata, esanime
Fatta per me la vita
La terra inaridita,
Chiusa in eterno gel;
Deserto il dì; la tacita
Notte più sola e bruna;
Spenta per me la luna,
Spente le stelle in ciel.

Pur di quel pianto origine
Era l'antico affetto:
Nell'intimo del petto
Ancor viveva il cor.
Chiedea l'usate immagini
La stanca fantasia;
E la tristezza mia
Era dolore ancor.

Fra poco in me quell'ultimo
Dolore anco fu spento,
E di più far lamento
Valor non mi restò.
Giacqui: insensato, attonito,
Non dimandai conforto:
Quasi perduto e morto,
Il cor s'abbandonò.

Qual fui! Quanto dissimile
Da quel che tanto ardore,
Che sì beato errore
Nutrii nell'alma un dì!
La rondinella vigile,
Alle finestre intorno
Cantando al novo giorno,
Il cor non mi ferì:

Non all'autunno pallido
In solitaria villa,
La vespertina squilla,
Il fuggitivo Sol.
Invan brillare il vespero
Vidi per muto calle,
Invan sonò la valle
Del flebile usignol.

E voi, pupille tenere,
Sguardi furtivi, erranti,
Voi dè gentili amanti
Primo, immortale amor,
Ed alla mano offertami
Candida ignuda mano,
Foste voi pure invano
Al duro mio sopor.

D'ogni dolcezza vedovo,
Tristo; ma non turbato,
Ma placido il mio stato,
Il volto era seren.
Desiderato il termine
Avrei del viver mio;
Ma spento era il desio
Nello spossato sen.

Qual dell'età decrepita
L'avanzo ignudo e vile,
Io conducea l'aprile
Degli anni miei così:
Così quegl'ineffabili
Giorni, o mio cor, traevi,
Che sì fugaci e brevi
Il cielo a noi sortì.

Chi dalla grave, immemore
Quiete or mi ridesta?
Che virtù nova è questa,
Questa che sento in me?
Moti soavi, immagini,
Palpiti, error beato,
Per sempre a voi negato
Questo mio cor non è?

Siete pur voi quell'unica
Luce dè giorni miei?
Gli affetti ch'io perdei
Nella novella età?
Se al ciel, s'ai verdi margini,
Ovunque il guardo mira,
Tutto un dolor mi spira,
Tutto un piacer mi dà.

Meco ritorna a vivere
La piaggia, il bosco, il monte;
Parla al mio core il fonte,
Meco favella il mar.
Chi mi ridona il piangere
Dopo cotanto obblio?
E come al guardo mio
Cangiato il mondo appar?

Forse la speme, o povero
Mio cor, ti volse un riso?
Ahi della speme il viso
Io non vedrò mai più.
Proprii mi diede i palpiti,
Natura, e i dolci inganni.
Sopiro in me gli affanni
L'ingenita virtù;

Non l'annullàr: non vinsela
Il fato e la sventura;
Non con la vista impura
L'infausta verità.
Dalle mie vaghe immagini
So ben ch'ella discorda:
So che natura è sorda,
Che miserar non sa.

Che non del ben sollecita
Fu, ma dell'esser solo:
Purché ci serbi al duolo,
Or d'altro a lei non cal.
So che pietà fra gli uomini
Il misero non trova;
Che lui, fuggendo, a prova
Schernisce ogni mortal.

Che ignora il tristo secolo
Gl'ingegni e le virtudi;
Che manca ai degni studi
L'ignuda gloria ancor.
E voi, pupille tremule,
Voi, raggio sovrumano,
So che splendete invano,
Che in voi non brilla amor.

Nessuno ignoto ed intimo
Affetto in voi non brilla:
Non chiude una favilla
Quel bianco petto in sé.
Anzi d'altrui le tenere
Cure suol porre in gioco;
E d'un celeste foco
Disprezzo è la mercè.

Pur sento in me rivivere
Gl'inganni aperti e noti;
E, dè suoi proprii moti
Si maraviglia il sen.
Da te, mio cor, quest'ultimo
Spirto, e l'ardor natio,
Ogni conforto mio
Solo da te mi vien.

Mancano, il sento, all'anima
Alta, gentile e pura,
La sorte, la natura,
Il mondo e la beltà.
Ma se tu vivi, o misero,
Se non concedi al fato,
Non chiamerò spietato
Chi lo spirar mi dà.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    A un vincitore nel pallone

    Di gloria il viso e la gioconda voce,
    Garzon bennato, apprendi,
    E quanto al femminile ozio sovrasti
    La sudata virtude. Attendi attendi,
    Magnanimo campion (s'alla veloce
    Piena degli anni il tuo valor contrasti
    La spoglia di tuo nome), attendi e il core
    Movi ad alto desio. Te l'echeggiante
    Arena e il circo, e te fremendo appella
    Ai fatti illustri il popolar favore;
    Te rigoglioso dell'età novella
    Oggi la patria cara
    Gli antichi esempi a rinnovar prepara.
    Del barbarico sangue in Maratona
    Non colorò la destra
    Quei che gli atleti ignudi e il campo eleo,
    Che stupido mirò l'ardua palestra,
    Né la palma beata e la corona
    D'emula brama il punse. E nell'Alfeo
    Forse le chiome polverose e i fianchi
    Delle cavalle vincitrici asterse
    Tal che le greche insegne e il greco acciaro
    Guidò dè Medi fuggitivi e stanchi
    Nelle pallide torme; onde sonaro
    Di sconsolato grido
    L'alto sen dell'Eufrate e il servo lido.
    Vano dirai quel che disserra e scote
    Della virtù nativa
    Le riposte faville? E che del fioco
    Spirto vital negli egri petti avviva
    Il caduco fervor? Le meste rote
    Da poi che Febo instiga, altro che gioco
    Son l'opre dè mortali? Ed è men vano
    Della menzogna il vero? A noi di lieti
    Inganni e di felici ombre soccorse
    Natura stessa: e là dove l'insano
    Costume ai forti errori esca non porse,
    Negli ozi oscuri e nudi
    Mutò la gente i gloriosi studi.
    Tempo forse verrà ch'alle ruine
    Delle italiche moli
    Insultino gli armenti, e che l'aratro
    Sentano i sette colli; e pochi Soli
    Forse fien volti, e le città latine
    Abiterà la cauta volpe, e l'atro
    Bosco mormorerà fra le alte mura;
    Se la funesta delle patrie cose
    Obblivion dalle perverse menti
    Non isgombrano i fati, e la matura
    Clade non torce dalle abbiette genti
    Il ciel fatto cortese
    Dal rimembrar delle passate imprese.
    Alla patria infelice, o buon garzone,
    Sopravviver ti doglia.
    Chiaro per lei stato saresti allora
    Che del serto fulgea, di ch'ella è spoglia,
    Nostra colpa e fatal. Passò stagione;
    Che nullo di tal madre oggi s'onora:
    Ma per te stesso al polo ergi la mente.
    Nostra vita a che val? Solo a spregiarla:
    Beata allor che nè perigli avvolta,
    Se stessa obblia, né delle putri e lente
    Ore il danno misura e il flutto ascolta;
    Beata allor che il piede
    Spinto al varco leteo, più grata riede.
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      All'Italia

      O patria mia, vedo le mura e gli archi
      E le colonne e i simulacri e l'erme
      Torri degli avi nostri,
      Ma la la gloria non vedo,
      Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
      I nostri padri antichi. Or fatta inerme
      Nuda la fronte e nudo il petto mostri,
      Oimè quante ferite,
      Che lívidor, che sangue! Oh qual ti veggio,
      Formesissima donna!
      Io chiedo al cielo e al mondo: dite dite;
      Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
      Che di catene ha carche ambe le braccia,
      Sì che sparte le chiome e senza velo
      Siede in terra negletta e sconsolata,
      Nascondendo la faccia
      Tra le ginocchia, e piange.
      Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
      Le genti a vincer nata
      E nella fausta sorte e nella ria.
      Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
      Mai non potrebbe il pianto
      Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
      Che fosti donna, or sei povera ancella.
      Chi di te parla o scrive,
      Che, rimembrando il tuo passato vanto,
      Non dica: già fu grande, or non è quella?
      Perché, perché? Dov'è la forza antica?
      Dove l'armi e il valore e la costanza?
      Chi ti discinse il brando?
      Chi ti tradì? Qual arte o qual fatica
      0 qual tanta possanza,
      Valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
      Come cadesti o quando
      Da tanta altezza in così basso loco?
      Nessun pugna per te? Non ti difende
      Nessun dè tuoi? L'armi, qua l'armi: ío solo
      Combatterà, procomberò sol io.
      Dammi, o ciel, che sia foco
      Agl'italici petti il sangue mio.
      Dove sono i tuoi figli?. Odo suon d'armi
      E di carri e di voci e di timballi
      In estranie contrade
      Pugnano i tuoi figliuoli.
      Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,
      Un fluttuar di fanti e di cavalli,
      E fumo e polve, e luccicar di spade
      Come tra nebbia lampi.
      Nè ti conforti e i tremebondi lumi
      Piegar non soffri al dubitoso evento?
      A che pugna in quei campi
      L'itata gioventude? 0 numi, o numi
      Pugnan per altra terra itali acciari.
      Oh misero colui che in guerra è spento,
      Non per li patrii lidi e per la pia
      Consorte e i figli cari, Ma da nemici altrui
      Per altra gente, e non può dir morendo
      Alma terra natia,
      La vita che mi desti ecco ti rendo.
      Oh venturose e care e benedette
      L'antiche età, che a morte
      Per la patria correan le genti a squadre
      E voi sempre onorate e gloriose,
      0 tessaliche strette,
      Dove la Persia e il fato assai men forte
      Fu di poch'alme franche e generose!
      Lo credo che le piante e i sassi e l'onda
      E le montagne vostre al passeggere
      Con indistinta voce
      Narrin siccome tutta quella sponda
      Coprir le invitte schiere
      Dè corpi ch'alla Grecia eran devoti.
      Allor, vile e feroce,
      Serse per l'Ellesponto si fuggia,
      Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
      E sul colle d'Antela, ove morendo
      Si sottrasse da morte il santo stuolo,
      Simonide salia,
      Guardando l'etra e la marina e il suolo.
      E di lacrime sparso ambe le guance,
      E il petto ansante, e vacillante il piede,
      Toglicasi in man la lira:
      Beatissimi voi,
      Ch'offriste il petto alle nemiche lance
      Per amor di costei ch'al Sol vi diede;
      Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira
      Nell'armi e nè perigli
      Qual tanto amor le giovanette menti,
      Qual nell'acerbo fato amor vi trasse?
      Come si lieta, o figli,
      L'ora estrema vi parve, onde ridenti
      Correste al passo lacrimoso e, duro?
      Parea ch'a danza e non a morte andasse
      Ciascun dè vostri, o a splendido convito:
      Ma v'attendea lo scuro
      Tartaro, e l'ond'a morta;
      Nè le spose vi foro o i figli accanto
      Quando su l'aspro lito
      Senza baci moriste e senza pianto.
      Ma non senza dè Persi orrida pena
      Ed immortale angoscia.
      Come lion di tori entro una mandra
      Or salta a quello in tergo e sì gli scava
      Con le zanne la schiena,
      Or questo fianco addenta or quella coscia;
      Tal fra le Perse torme infuriava
      L'ira dè greci petti e la virtute.
      Vè cavalli supini e cavalieri;
      Vedi intralciare ai vinti
      La fuga i carri e le tende cadute,
      E correr frà primieri
      Pallido e scapigliato esso tiranno;
      vè come infusi e tintí
      Del barbarico sangue i greci eroi,
      Cagione ai Persi d'infinito affanno,
      A poco a poco vinti dalle piaghe,
      L'un sopra l'altro cade. Oh viva, oh viva:
      Beatissimi voi
      Mentre nel mondo si favelli o scriva.
      Prima divelte, in mar precipitando,
      Spente nell'imo strideran le stelle,
      Che la memoria e il vostro
      Amor trascorra o scemi.
      La vostra tomba è un'ara; e qua mostrando
      Verran le madri ai parvoli le belle
      Orme dei vostro sangue. Ecco io mi prostro,
      0 benedetti, al suolo,
      E bacio questi sassi e queste zolle,
      Che fien lodate e chiare eternamente
      Dall'uno all'altro polo.
      Deh foss'io pur con voi qui sotto, e molle
      Fosse del sangue mio quest'alma terra.
      Che se il fato è diverso, e non consente
      Ch'io per la Grecia i mororibondi lumi
      Chiuda prostrato in guerra,
      Così la vereconda
      Fama del vostro vate appo i futuri
      Possa, volendo i numi,
      Tanto durar quanto la, vostra duri.
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Le ricordanze

        Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea
        Tornare ancor per uso a contemplarvi
        Sul paterno giardino scintillanti,
        E ragionar con voi dalle finestre
        Di questo albergo ove abitai fanciullo,
        E delle gioie mie vidi la fine.
        Quante immagini un tempo, e quante fole
        Creommi nel pensier l'aspetto vostro
        E delle luci a voi compagne! Allora
        Che, tacito, seduto in verde zolla,
        Delle sere io solea passar gran parte
        Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
        Della rana rimota alla campagna!
        E la lucciola errava appo le siepi
        E in su l'aiuole, susurrando al vento
        I viali odorati, ed i cipressi
        Là nella selva; e sotto al patrio tetto
        Sonavan voci alterne, e le tranquille
        Opre dè servi. E che pensieri immensi,
        Che dolci sogni mi spirò la vista
        Di quel lontano mar, quei monti azzurri,
        Che di qua scopro, e che varcare un giorno
        Io mi pensava, arcani mondi, arcana
        Felicità fingendo al viver mio!
        Ignaro del mio fato, e quante volte
        Questa mia vita dolorosa e nuda
        Volentier con la morte avrei cangiato.
        Né mi diceva il cor che l'età verde
        Sarei dannato a consumare in questo
        Natio borgo selvaggio, intra una gente
        Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
        Argomento di riso e di trastullo,
        Son dottrina e saper; che m'odia e fugge,
        Per invidia non già, che non mi tiene
        Maggior di sé, ma perché tale estima
        Ch'io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
        A persona giammai non ne fo segno.
        Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,
        Senz'amor, senza vita; ed aspro a forza
        Tra lo stuol dè malevoli divengo:
        Qui di pietà mi spoglio e di virtudi,
        E sprezzator degli uomini mi rendo,
        Per la greggia ch'ho appresso: e intanto vola
        Il caro tempo giovanil; più caro
        Che la fama e l'allor, più che la pura
        Luce del giorno, e lo spirar: ti perdo
        Senza un diletto, inutilmente, in questo
        Soggiorno disumano, intra gli affanni,
        O dell'arida vita unico fiore.
        Viene il vento recando il suon dell'ora
        Dalla torre del borgo. Era conforto
        Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
        Quando fanciullo, nella buia stanza,
        Per assidui terrori io vigilava,
        Sospirando il mattin. Qui non è cosa
        Ch'io vegga o senta, onde un'immagin dentro
        Non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
        Dolce per sé; ma con dolor sottentra
        Il pensier del presente, un van desio
        Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.
        Quella loggia colà, volta agli estremi
        Raggi del dì; queste dipinte mura,
        Quei figurati armenti, e il Sol che nasce
        Su romita campagna, agli ozi miei
        Porser mille diletti allor che al fianco
        M'era, parlando, il mio possente errore
        Sempre, ov'io fossi. In queste sale antiche,
        Al chiaror delle nevi, intorno a queste
        Ampie finestre sibilando il vento,
        Rimbombaro i sollazzi e le festose
        Mie voci al tempo che l'acerbo, indegno
        Mistero delle cose a noi si mostra
        Pien di dolcezza; indelibata, intera
        Il garzoncel, come inesperto amante,
        La sua vita ingannevole vagheggia,
        E celeste beltà fingendo ammira.
        O speranze, speranze; ameni inganni
        Della mia prima età! Sempre, parlando,
        Ritorno a voi; che per andar di tempo,
        Per variar d'affetti e di pensieri,
        Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,
        Son la gloria e l'onor; diletti e beni
        Mero desio; non ha la vita un frutto,
        Inutile miseria. E sebben vòti
        Son gli anni miei, sebben deserto, oscuro
        Il mio stato mortal, poco mi toglie
        La fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta
        A voi ripenso, o mie speranze antiche,
        Ed a quel caro immaginar mio primo;
        Indi riguardo il viver mio sì vile
        E sì dolente, e che la morte è quello
        Che di cotanta speme oggi m'avanza;
        Sento serrarmi il cor, sento ch'al tutto
        Consolarmi non so del mio destino.
        E quando pur questa invocata morte
        Sarammi allato, e sarà giunto il fine
        Della sventura mia; quando la terra
        Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
        Fuggirà l'avvenir; di voi per certo
        Risovverrammi; e quell'imago ancora
        Sospirar mi farà, farammi acerbo
        L'esser vissuto indarno, e la dolcezza
        Del dì fatal tempererà d'affanno.
        E già nel primo giovanil tumulto
        Di contenti, d'angosce e di desio,
        Morte chiamai più volte, e lungamente
        Mi sedetti colà su la fontana
        Pensoso di cessar dentro quell'acque
        La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco
        Malor, condotto della vita in forse,
        Piansi la bella giovanezza, e il fiore
        Dè miei poveri dì, che sì per tempo
        Cadeva: e spesso all'ore tarde, assiso
        Sul conscio letto, dolorosamente
        Alla fioca lucerna poetando,
        Lamentai cò silenzi e con la notte
        Il fuggitivo spirto, ed a me stesso
        In sul languir cantai funereo canto.
        Chi rimembrar vi può senza sospiri,
        O primo entrar di giovinezza, o giorni
        Vezzosi, inenarrabili, allor quando
        Al rapito mortal primieramente
        Sorridon le donzelle; a gara intorno
        Ogni cosa sorride; invidia tace,
        Non desta ancora ovver benigna; e quasi
        (Inusitata maraviglia! ) il mondo
        La destra soccorrevole gli porge,
        Scusa gli errori suoi, festeggia il novo
        Suo venir nella vita, ed inchinando
        Mostra che per signor l'accolga e chiami?
        Fugaci giorni! A somigliar d'un lampo
        Son dileguati. E qual mortale ignaro
        Di sventura esser può, se a lui già scorsa
        Quella vaga stagion, se il suo buon tempo,
        Se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?
        O Nerina! E di te forse non odo
        Questi luoghi parlar? Caduta forse
        Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
        Che qui sola di te la ricordanza
        Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
        Questa Terra natal: quella finestra,
        Ond'eri usata favellarmi, ed onde
        Mesto riluce delle stelle il raggio,
        È deserta. Ove sei, che più non odo
        La tua voce sonar, siccome un giorno,
        Quando soleva ogni lontano accento
        Del labbro tuo, ch'a me giungesse, il volto
        Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
        Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
        Il passar per la terra oggi è sortito,
        E l'abitar questi odorati colli.
        Ma rapida passasti; e come un sogno
        Fu la tua vita. Iva danzando; in fronte
        La gioia ti splendea, splendea negli occhi
        Quel confidente immaginar, quel lume
        Di gioventù, quando spegneali il fato,
        E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
        L'antico amor. Se a feste anco talvolta,
        Se a radunanze io movo, infra me stesso
        Dico: o Nerina, a radunanze, a feste
        Tu non ti acconci più, tu più non movi.
        Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
        Van gli amanti recando alle fanciulle,
        Dico: Nerina mia, per te non torna
        Primavera giammai, non torna amore.
        Ogni giorno sereno, ogni fiorita
        Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento,
        Dico: Nerina or più non gode; i campi,
        L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
        Sospiro mio: passasti: e fia compagna
        D'ogni mio vago immaginar, di tutti
        I miei teneri sensi, i tristi e cari
        Moti del cor, la rimembranza acerba.
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