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Scritta da: Silvana Stremiz
Voi, che 'n marmi, in colori, in bronzo, in cera
imitate e vincete la natura,
formando questa e quell'altra figura,
che poi somigli a la sua forma vera,
venite tutti in graziosa schiera
a formar la più bella creatura,
che facesse giamai la prima cura,
poi che con le sue man fè la primiera.
Ritraggete il mio conte, e siavi a mente
qual è dentro ritrarlo, e qual è fore;
sì che a tanta opra non manchi niente.
Fategli solamente doppio il core,
come vedrete ch'egli ha veramente
il suo e 'l mio, che gli ha donato Amore.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    Quando i' veggio apparir il mio bel raggio,
    parmi veder il sol, quand'esce fòra;
    quando fa meco poi dolce dimora,
    assembra il sol che faccia suo viaggio.
    E tanta nel cor gioia e vigor aggio,
    tanta ne mostro nel sembiante allora,
    quanto l'erba, che pinge il sol ancora
    a mezzo giorno nel più vago maggio.
    Quando poi parte il mio sol finalmente,
    parmi l'altro veder, che scolorita
    lasci la terra andando in occidente.
    Ma l'altro torna e rende luce e vita;
    e del mio chiaro e lucido oriente
    è 'l tornar dubbio e certa la partita.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      Chiaro e famoso mare,
      sovra 'l cui nobil dosso
      si posò 'l mio signor, mentre Amor volle;
      rive onorate e care
      (con sospir dir lo posso),
      che 'l petto mio vedeste spesso molle;
      soave lido e colle,
      che con fiato amoroso
      udisti le mie note,
      d'ira e di sdegno vòte,
      colme d'ogni diletto e di riposo;
      udite tutti intenti
      il suon or degli acerbi miei lamenti.
      Ì dico che dal giorno
      che fece dipartita
      l'idolo, ond'avean pace i miei sospiri,
      tolti mi fûr d'attorno
      tutti i ben d'esta vita;
      e restai preda eterna dè martìri:
      e, perch'io pur m'adiri
      e chiami Amor ingrato,
      che m'involò sì tosto
      il ben ch'or sta discosto,
      non per questo a pietade è mai tornato;
      e tien l'usate tempre,
      perch'io mi sfaccia e mi lamenti sempre.
      Deh fosse men lontano
      almen chi move il pianto,
      e chi move le giuste mie querele!
      Ché forse non invano
      m'affligerei cotanto,
      e chiamerei Amor empio e crudele,
      ch'amaro assenzio e fele
      dopo quel dolce cibo
      mi fè, lassa, gustare
      in tempre aspre ed amare.
      O duro tòsco, che 'n amor delibo,
      perché fai sì dogliosa
      la vita mia, che fu già sì gioiosa?
      Almen, poi che m'è lunge
      il mio terrestre dio,
      che sì lontano ancor m'apporta guai,
      il duol che sì mi punge
      non mandasse in oblio,
      e l'udisse ei, per cui piansi e cantai:
      men acerbi i miei lai,
      men cruda la mia pena,
      men fiero il mio tormento,
      che giorno e notte sento,
      fôra per la sua luce alma e serena;
      e sariami 'l dispetto
      dolce sovra ogni dolce alto diletto.
      S'egli è pur la mia stella,
      e se s'accorda il cielo,
      ch'io moia per cagion così gradita,
      venga Morte, e con ella
      Amor, e questo velo
      tolgan, ed esca fuor l'alma smarrita;
      che, da suo albergo uscita,
      volerà lieta in parte,
      dove s'avrà mercede
      de la sua viva fede,
      fede d'esser cantata in mille carte.
      Ma, lassa, a che non torna
      chi le tenebre mie con gli occhi adorna?
      Se tu fossi contenta,
      canzon, come sei mesta,
      n'andresti chiara in quella parte e 'n questa.
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        Accogliete benigni, o colle, o fiume,
        albergo de le Grazie alme e d'Amore,
        quella ch'arde del vostro alto signore,
        e vive sol de' raggi del suo lume;
        e, se fate ch'amando si consume
        men aspramente il mio infiammato core,
        pregherò che vi sieno amiche l'ore,
        ogni ninfa silvestre ed ogni nume
        e lascerò scolpita in qualche scorza
        la memoria di tanta cortesia
        quando di lasciar voi mi sarà forza.
        Ma, lassa, io sento che la fiamma mia,
        che devrebbe scemar, più si rinforza,
        e più ch'altrove qui s'ama e disia
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          Mentr'io conto fra me minutamente
          le doti del mio conte a parte a parte,
          nobilitate, bellezza, ingegno ed arte,
          che lo fan chiaro sovra l'altra gente,
          tale e tanto piacer l'anima sente,
          che, sendo tutte le sue virtù sparte,
          mi meraviglio come non si parte,
          volando al ciel per starci eternamente.
          E certo v'anderia, se non temesse
          che restasse il suo ben da lei diviso,
          e men beato il suo stato rendesse;
          perché 'l suo vero e proprio paradiso,
          quello che per bearsi ella si elesse,
          è 'l mio dolce signor e 'l suo bel viso.
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