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Scritta da: Silvana Stremiz

Tra vergogna e paura

E allora, aquila bicipite,
verso dove abbiamo preso il volo
con una ignominiosa nuova gloria,
verso le tormente cecene?

Là, per vergogna e paura,
sulle vette guardarsi
negli occhi l'un l'altra
due teste aquiline non potranno.

Chi ti strappò le penne
sopra ceneri e polvere?
No, non fu scelta aquilina -
tra vergogna e paura.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Tu non hai affatto capito

    Tu non hai affatto capito,
    mia coscienza esigente, che è solo per debolezza
    se adesso ho bisticciato con te.

    E non hai affatto capito,
    quando con disprezzo ti sei vendicata,
    che causa di debolezza
    non impudenza fu - stanchezza.

    E non mi hai capito,
    e forse io non ho capito te,
    quando ti ho porto la mano
    e tu non mi hai porto la tua.

    Ma molto bene hai capito
    che è la disperazione a portarci
    alla perdita del confine, fatale,
    tra le forze del bene e del male...
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Solitudine

      Che vergogna andare al cinema da solo
      senza un amico, senza un'amica, senza moglie,
      là dove tutti gli spettacoli sembrano tanto brevi
      e tanto lunga la loro attesa.

      Che vergogna
      in questa interiore guerra dei nervi
      davanti alle coppiette beffarde del foyer
      in un angoletto, tutto rosso, masticare un pasticcino,
      come se ci fosse di che restar confusi...
      Noi,
      fuggendo la solitudine
      e l'angoscia
      ci buttiamo in qualsiasi compagnia,
      e così degli obblighi che fanno schiavi di amicizie senza senso
      ti perseguiteranno ftno alla tomba.

      Le amicizie si formano in modo assurdo:
      gli uni si danno al bere senza una ragione,
      gli altri non sono interessati che ai fronzoli e alle donnacce,
      e c'è pure chi
      sembra occupare il tempo in discussioni astratte,
      ma di fatto
      si somigliano tutti tra di loro...
      Molte son le forme della vanità!
      O l'una,
      o l'altra chiassosa compagniaa...
      Non saprei a quante di queste
      io sia riuscito a sfuggire!

      E come caduto in un nuovo tranello,
      sono riuscito a sfuggire,
      lasciandovi il pelo,
      sono sfuggito!
      Mi sei dinanzi, vuota libertà...
      Perché diavolo mi sei necessaria! Mi sei cara
      e insieme odiosa,
      come una moglie non amata e fedele.
      E tu, amata mia,
      come stai tu?
      Ti sei liberata delle tue vane preoccupazioni?
      A chi adesso appartengono i tuoi occhi strabici
      e le tue bianche, splendide spalle?
      Pensi certo che io mi vendichi,
      che in qualche parte mi precipiti in taxi,
      ma se anche lo facessi
      dove scenderei?
      Eppure non potrei liberarmi di te!
      Con me le donne si rinchiudono in sé,
      perché sentono
      d'essermi ora del tutto estranee.
      Abbandono la testa sulle loro ginocchia, ma non a loro,
      a te appartengo...
      Or non è molto sono stato da una
      in una brutta casupola di via Sennàja.
      Ho appeso il paltò a un misero attaccapanni.
      Sotto un abete spoglio da un lato, con le lampadine fioche,
      rilucendo con le sue pantofoline bianche,
      sedeva una donna, severa come una bambina.
      Avevo così facilmente ottenuto il permesso
      di venire,
      che ero sicuro di me
      e troppo inebriato, come oggi si usa
      e le avevo portato non fiori, ma vino.
      Ma tutto apparve molto più complicato...
      Ella taceva
      e modestamente due goccette trasparenti,
      due orecchini,
      brillavano sui suoi lobi rosati.
      E, come sofferente, guardandomi confusa,
      sollevando il suo corpo di fanciulla, mi disse con voce smorzata:
      "Vattene...
      È meglio di no... Lo vedo,
      non sei mio, ma suo... "
      Mi amava una ragazzetta
      dalle maniere rudi, da maschiaccio,
      con un ciuffetto sbarazzino
      e gli occhi trasparenti,
      pallida di paura e tenerezza.
      Eravamo in Crimea.
      C'era di notte un temporale
      e la ragazzina
      al bagliore dei lampi
      mi sussurrava:
      "Mio piccolo!
      Mio piccolo! "
      e mi copriva gli occhi col palmo della mano.
      Intorno tutto era spaventosamente solenne,
      il tuono
      e il gemito sordo del mare, quando all'improvviso ella,
      con una lucidità tutta femminile, mi gridò:
      "Non sei mio!
      Non sei mio! "
      Addio, mia amata!
      Io sono tuo, cupo
      e fedele,
      e la solitudine
      è la più fedele di tutte le fedeltà.
      E non importa se sulle mie labbra non fonde più
      la neve d'addio del tuo monchino.
      Grazie alle donne
      belle e infedeli
      per tutto ciò che è durato un istante, per quell'addio!
      Che non è un "arrivederci! ",
      perché, fiere come regine nella loro menzogna,
      ci regalano delle dolci sofferenze
      e i magnifici frutti della solitudine.
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Non t'amo più

        Non t'amo più... È un finale banale.
        Banale come la vita, banale come la morte.
        Spezzerò la corda di questa crudele romanza,
        farò a pezzi la chitarra: ancora la commedia perché recitare!
        Al cucciolo soltanto, a questo mostriciattolo peloso, non è dato capire
        perché ti dai tanta pena e perché io faccio altrettanto.
        Lo lascio entrare da me, e raschia la tua porta,
        lo lasci passare tu, e raschia la mia porta,

        C'è da impazzire, con questo dimenio continuo...
        O cane sentimentalone, non sei che un giovanotto...
        Ma io non cederò al sentimentalismo.
        Prolungar la fine equivale a continuare una tortura.

        Il sentimentalismo non è una debolezza, ma un crimine
        quando di nuovo ti impietosisci, di nuovo prometti
        e provi, con sforzo, a mettere in scena un dramma
        dal titolo Ottuso "Un amore salvato".

        È fin dall'inizio che bisogna difendere l'amore
        dai "mai" ardenti e dagli ingenui "per sempre! ".
        E i treni ci gridavano: "Non si deve promettere! ".
        E i fili fischiavano "Non si deve promettere! ".

        I rami che s'incrinavano e il cielo annerito dal fumo
        ci avvertivano, ignoranti presuntuosi,
        che è ignoranza l'ottimismo totale,
        che per la speranza c'è più posto senza grandi speranze.

        È meno crudele agire con sensatezza e giudiziosamente soppesare gli anelli
        prima di infilarseli, secondo il principio dei penitenti incatenati.
        È meglio non promettere il cielo e dare almeno la terra,
        non impegnarsi fino alla morte, ma offrire almeno l'amore d'un momento.

        È meno crudele non ripetere "ti amo", quando tu ami.
        È terribile dopo, da quelle stesse labbra
        sentire un suono vuoto, la menzogna, la beffa, la volgarità
        quando il mondo falsamente pieno, apparirà falsamente vuoto.

        Non bisogna promettere... L'amore è inattuabile.
        Perché condurre all'inganno, come a nozze?
        La visione è bella finché non svanisce.
        È meno crudele non amare, quando dopo viene la fine.

        Guaisce come impazzito il nostro povero cane,
        raspando con la zampa ora la mia, ora la tua porta.
        Non ti chiedo perdono per non amarti più. Perdonami d'averti amato.
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