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Scritta da: Silvana Stremiz

Per l'Anno dei Folli (preghiera)

O Maria, fragile madre,
ascoltami, ascoltami adesso
anche se non so le tue parole.
Ho in mano il nero rosario, con il suo Cristo d'argento,
non è prediletto da Dio
perché io sono l'infedele.
Ciascuno dei grani è tondo e duro tra le mie dita,
è un piccolo angelo nero.
O Maria, concedimi questa grazia,
concedimi di cambiare,
sebbene io sia brutta,
sommersa dal mio stesso passato,
dalla mia stessa follia.
Anche se ci sono delle sedie
io sono sdraiata sul pavimento.
Solo le mie mani sono salve
toccando i grani del rosario.
Una parola dopo l'altra, ci incespico dentro.
Una principiante, sento la tua bocca toccare la mia.

Conto i grani come se fossero onde
che mi martellano contro,
saperne il numero mi fa ammalare,
afflitta, afflitta nel cuore dell'estate
e la finestra sopra di me
è la sola che mi ascolta, il mio essere goffo.
Dà in abbondanza, è rilassante.
L'elargitrice del respiro
lei, mormora,
i suoi polmoni esalano come quelli di un enorme pesce.

Sempre più vicina
è l'ora della mia morte
mentre mi risistemo il volto, divento come prima,
come prima dello sviluppo, con i capelli diritti.
Tutto ciò è morte.
Nella mente vi è un esile vicolo chiamato morte
ed io mi muovo lungo di esso come
nuotando nell'acqua.
Il mio corpo è inutile.
È disteso, accucciato come un cane su un tappeto.
Si è arreso.
Qui non ci sono parole se non quelle apprese a metà,
l'Ave Maria e piena di grazia.
Ora sono entrata nell'anno senza parole.
Noto la strana entrata e l'esatto voltaggio.
Esistono senza parole.
Senza parole una può toccare il pane
e riceverlo
senza emettere alcun suono.

O Maria, tenero medico, vieni con polveri ed erbe
perché sono nel centro.
È veramente piccolo e l'aria è grigia
come in una casa a vapore.
Mi porgono del vino come a un bambino si porge del latte.
Appare in un bicchiere di delicata fattura,
con la boccia circolare e l'orlo sottile.
Il vino ha un colore denso, muffa e segreto.
Il bicchiere si solleva da solo tendendo verso la mia bocca
e me ne accorgo e lo capisco
soltanto perché è successo.

Io ho questa paura di tossire
ma non parlo,
la paura della pioggia, la paura del cavaliere
che arriva galoppando nella mia bocca.
Il bicchiere si inclina da solo
e io prendo fuoco.
Vedo due sottili righe che mi bruciano rapide giù per il mento.
Mi vedo come se mi vedesse un altro.
Sono stata tagliata in due.

O Maria, apri le tue palpebre,
io sono nel dominio del silenzio,
nel regno della pazzia e del sonno.
C'è sangue qui
ed io l'ho mangiato.
O madre del grembo,
sono venuta soltanto per il sangue?
O piccola madre
Sono dentro i miei pensieri.
Sono rinchiusa nella casa sbagliata.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Con Pietà per gli Avidi

    Riguardo alla lettera in cui mi chiedi
    di chiamare un prete
    e di mettermi il Crocefisso che mi mandi -
    il tuo crocefisso
    il crocefisso roso dal cane,
    non più largo d'un pollice,
    di legno e senza spine, questa rosa:

    io prego la sua ombra,
    il luogo grigio - profondissimo -
    dove si trova, sopra la tua lettera.
    Odio i miei peccati e mi sforzo di credere
    nel Crocefisso. Tocco le sue tenere anche, le mascelle scure,
    il collo solido, il suo sonno bruno.

    È vero, c'è
    un Gesù, bello,
    raggelato fino al midollo come un pezzo di manzo.
    Ha una voglia disperata di chiudere le braccia
    e io ne tocco disperata l'asse verticale e orizzontale.
    Ma non posso: il bisogno non è esattamente fede.

    Ho portato il tuo crocefisso
    tutta la mattina
    legato al collo con uno spago.
    Ne sentivo il battito lieve come il cuore di un bimbo,
    che in dolce attesa di nascere pulsa indirettamente.
    Ruth, mi è cara la tua lettera.
    Amica mia, io sono nata
    compilando bibliografie sul peccato,
    e confessandolo. Le poesie sono questo:
    con pietà
    per gli avidi,
    sono le liti della lingua,
    il minestrone del mondo, l'astro del sorcio.
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Ragazza Ignota in Reparto Maternità

      Bimbo, la corrente del respiro ha sei giorni.
      Piccola nocca t'accoccoli sul letto bianco,
      piccolo e forte, come una chiocciola rattratto
      ti rannicchi al seno.
      Le labbra sono animali, sei nutrito con amore.
      All'inizio la fame non è errore.
      Tentennano le cuffiette le infermiere,
      su ceste a rotelle sei pascolato
      con la nidiata dei senza nido,
      lungo corridoi inamidati.
      La tua testa al mio tocco s'inclina,
      vacilla piano come una tazzina.
      Senti l'appartenenza.
      Ma questo è un letto istituzionale.
      Non farai per molto la mia conoscenza.

      I dottori sono smaltati.
      Vogliono sapere i fatti.
      Si chiedono dell'uomo che mi ha lasciato,
      un'anima pendolo che viene e che va
      e come sempre ti lascia piena di bambino.
      Ma la nostra cartella clinica rimane vuota.
      Ti ho lasciato crescere, non ho fatto altro.
      Ora siamo qui, guardati da tutto il reparto.
      Hanno pensato che fossi strana
      Anche se non ho detto una parola.
      Sono esplosa e svuotandomi di te
      ti ho lasciato imparare cos'è l'aria.
      I dottori fanno grafici d'indovinelli.
      Volgo la testa altrove. Io non lo so.

      È tua la sola faccia che riconosco.
      Ossa da ossa mi bevi le risposte.
      Sei volte al giorno soddisfo il tuo bisogno,
      le tue labbra animali,
      il tepore della pelle che si fa paffuta.
      Vedo schiudersi le tendine degli occhi.
      Sono pietre blu, il muschio va sparendo.
      Sbatti le palpebre stupito,
      e mi chiedo cosa vedi
      strano parente che turbi il mio silenzio.
      Sono un riparo di menzogne.
      Dovrei di nuovo imparare a parlare,
      o senza speranza di salute mentale
      potrò toccare un viso che riconosco?

      Nel corridoio ritornano le ceste.
      Le mie braccia ti calzano a pennello,
      avvolgono le lanose infiorescenze
      dei tuoi salici piangenti,
      l'arnia ronzante d'api dei tuoi nervi,
      i muscoli e le grinze dei primi giorni.
      La tua faccia da vecchino
      disarma le infermiere.
      I dottori mi rimproverano ancora.
      Parlo allora. È a te che il mio silenzio nuoce.
      Dovevo saperlo. Devo far scrivere qualcosa.
      La voce s'allarma nella gola:
      "Nome del padre: nessuno".
      Ti tengo fra le braccia e ti nomino bastardo.

      E anche questa è fatta. Non ho più
      niente da dire, niente da perdere.
      Altre hanno già trafficato vita
      e non potevano parlare.
      Mi rattrappisco per evitare
      i tuoi occhi gufigni, mio fragile ospite.
      Sfioro le tue guance come fiori. Al contatto
      illividisci. Ci disconosciamo. Sono
      l'insenatura che t'accoglie, lo scoglio
      contro cui ti frangi. Ti stacchi. Scelgo
      l'unica via per te, piccolo erede,
      e ti do via, squassando i noi stessi che perdiamo.
      Và bimbo che non sei nulla più d'un mio peccato.
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Casalinghe

        Certe donne sposano una casa.
        Altre pelle, altro cuore
        altra bocca, altro fegato
        altra peristalsi.
        Altre pareti:
        incarnato stabilmente roseo.
        Guarda come sta carponi tutto il giorno
        a strofinar per fedeltà a se stessa.
        Gli uomini c'entrano per forza,
        risucchiati come Giona
        in questa madre ben in carne.
        Una donna È sua madre.
        Questo conta.
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Magia nera

          Una donna che scrive è troppo sensibile e sensuale,
          quali estasi e portenti!
          Come se mestrui bimbi ed isole
          non fossero abbastanza, come se iettatori e pettegoli
          e ortaggi non fossero abbastanza.
          Crede di poter prevedere gli astri.
          Nell'essenza una scrittrice è una spia.
          Amore mio, così io son ragazza.
          Un uomo che scrive è troppo colto e cerebrale,
          quali fatture e feticci!
          Come se erezioni congressi e merci
          non fossero abbastanza; come se macchine galeoni
          e guerre non fossero già abbastanza.
          Come un mobile usato costruisce un albero.
          Nell'essenza uno scrittore è un ladro.
          Amore mio, tu maschio sei così.
          Mai amando noi stessi,
          odiando anche le nostre scarpe, i nostri cappelli,
          ci amiamo preziosa, prezioso.
          Le nostre mani sono azzurre e gentili,
          gli occhi pieni di tremende confessioni.
          Ma quando ci sposiamo
          ci abbandoniamo ai figli, disgustati.
          Il cibo è troppo e nessuno è restato
          a mangiare l'estrosa abbondanza. "
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