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Commenti a "La superbia non ha ragione d'essere; discende..." di Nello Maruca


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Vorrei però fare una precisazione importante circa la consapevolezza dell'ignoranza: una precisazione che evidenzia l'estrema modernità del pensiero di Socrate.
    La consapevolezza dell'ignoranza di cui egli parla, riferita al giorno d'oggi, in cui la scienza e la tecnologia conseguono sempre nuove conoscenze e raggiungono sempre nuovi obiettivi, parrebbe cosa superata, o che per lo meno si possa superare con lo studio, la cultura e quant'altro. E invece no: l'ignoranza rimane, e rimane per tutti, colti ed incolti, perché i limiti della scienza si spostano sempre, all'infinito; ma soprattutto perché la scienza, che è scienza della natura, non può rispondere alle domande fondamentali circa la nostra esistenza e quella dell'Universo, domande che riguardano i fini e non i meccanismi naturali.
    Così stando le cose, l'insegnamento socratico, che sposta l'accento dalla natura all'uomo, identificando il vero sapere con la virtù, conseguibile da chiunque, colto o incolto che sia, è ciò di cui il mondo di oggi ha enorme bisogno per riuscire a crescere non solo scientificamente e tecnologicamente, ma anche e soprattutto interiormente, che è ciò che più conta.
     Per inciso, l' obiezione aristotelica a questo concetto socratico (scienza=ragione=virtù), obiezione fondata sull'osservazione che la virtù, se ha bisogno della ragione, non può identificarsi con essa, reca in sé tutta la macchinosità della logica aristotelica, che finalmente, dopo la fisica e la metafisica, è in avanzata fase di smantellamento come vacuo esercizio formale appartenente ad un passato che, sia pur glorioso, rimane e rimarrà per sempre (per nostra fortuna) passato. Giacché ciò che conta del pensiero socratico al riguardo non è punto la formale identificazione di ragione e virtù, quanto la circostanza che l'ago della bussola, anziché puntare verso l'evanescente pseudo-sapienza che non vale alcunché, punta, e con estrema precisione, verso ciò che interessa e che vale: l'uomo ed i principi informatori del suo esistere e del suo agire.
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La cosa non è così semplice. E' mia opinione che il fine della nostra esistenza non sia tanto l'ingenerare mutamenti nel mondo effimero che ci circonda, quanto il cercare la risposta ai mille interrogativi che l'esistenza nostra e del mondo ci pone.
    Epicuro, come sai, raccomandava di astenersi dalla partecipazione alle cose dello Stato. Io sono d'accordo con questa visuale, perché diversamente si rischia di venir trascinati (anzi: si viene certamente trascinati) in un vortice di rapporti equivoci, perplessi ed insinceri che distoglie dall'obiettivo essenziale.
     Tutti i condottieri del mondo (pensa ad Alessandro Magno, Giulio Cesare, Napoleone) messi insieme, ove sia dimostrabile che abbiano combinato qualcosa di buono, non hanno fatto per l'umanità neanche la millesima parte di ciò che fece l'ignoto inventore della ruota. E stiamo parlando di un inventore, non di un pensatore "puro" come un Socrate. Accusato di essere un perdigiorno, perseguitato dalla terribile Santippe, infine condannato per empietà, ci ha donato qualcosa di incredibilmente prezioso: la consapevolezza (per chi ne sia cosciente) della nostra ignoranza.
     ...Quanto poi al dimostrare di essere i migliori, credo si tratti di un obiettivo che i migliori, appunto perché migliori, non tengono in alcuna considerazione.
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Fortunatamente io sono "I g n o r a n t e" :-)
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Nessuna alta vetta - neppure la più alta -  ha in se , nelle diffoltà alla sua scalata , o nella sua presunta impossibilità alla scalata , stimoli diversi da quelli della scalata stessa , del raggiungimento dell' obbiettivo.
Nessun alpinista sarebbe fiero di tentare la scalata ad una pianura.
Anzi credo che proprio nella presunta impossibilità alla conquista di una vetta , risieda il desiderio dei migliori; questo non solo per dimostrarsi - appunto- migliori , ma  per provare e magari riuscire a tirar fuori il possibile dall' impossibile e quindi il possibile dal possibile.
Che poi occorra un mix di consapevolezza dei propri mezzi, coraggio , e molta forza , sono d' accordo, ma che chi possiede doti , raziocinio  e senso di giustizia non provi neppure la scalata , questo deve per forza far dubitare sulle sue capacità , il suo senso di giustizia , e la sua moralità.
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Evidentemente, caro Giulio, il gioco è truccato; solo così può spiegarsi perché vi sia, da parte di quelle persone, riluttanza a sedersi al tavolo dei bari.
    Sotto altro aspetto, quelle persone sono a mio avviso talmente poche, che neanche potrebbero instaurare un movimento rivoluzionario. Molte di esse, poi, non racchiudono in sé tutte le virtù che enumeri:  vi sono giusti e colti non coraggiosi, onesti fieri ma incolti... e ogni più ampia varietà di persone. Ragion per cui molti di costoro ritengono cosa meno inquietante subire i danni che dici, piuttosto che assumersi, con esito estremamente incerto, il compito di lavar la testa ad asini recalcitranti e "mettersi in gioco". Per altri, inoltre, prevale la necessità vitale di non esser costretti a frequentare quotidianamente certa gente, certi ambienti, certe situazioni.
    Dulcis in fundo, se qualcuno di questi superasse le remore di cui sopra, e provasse a "mettersi in gioco", non riuscirebbe, al tavolo di bari di cui dicevo, che a giocare poche mani prima di essere "fatto fuori".
    Ritengo tuttavia che prima o poi questo stato di cose finirà, perché il nuovo avanza inesorabile, e già lo si vede all'orizzonte.

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